17:26 07 Agosto 2020
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Sono materiali fondamentali per la costruzione di armi, aerei e missili ad alta tecnologia come i missili Tomahawk, i caccia F-35 o i sommergibili nucleari. La Cina possiede il 36 per cento delle riserve terrestri e soprattutto ne controlla l’intera produzione. Basterebbe bloccarne le forniture per immobilizzare l’apparato militare americano.

Le chiamano “terre rare”, sono 17 in tutto e hanno nomi come scandio, ittrio, lantanio, olmio che sembrano usciti dalle pagine del Signore degli anelli. In verità sono il ponte tra la nostra epoca e quella di “Guerre stellari”. E rappresentano l’arma segreta con cui Pechino può annullare la superiorità tecnologica degli arsenali americani rendendo impossibile il controllo dei missili Tomahawk, annullando l’invisibilità degli F-35 o mettendo fuori servizio i sommergibili nucleari della classe Virgin.

Il perché è presto detto. Ogni F-35 richiede l’utilizzo di 460 chili di terre rare. E ce ne vogliono dieci volte tante per far funzionare un sottomarino classe Virgin. Lo stesso vale per tutti i prodotti più sofisticati dell’industria bellica statunitense dai missili Tomahawk a quelli ipersonici, dalle bombe intelligenti agli aerei invisibili. Peccato che la produzione e la lavorazione di quei 17 componenti dagli strani nomi sia per il 95 per cento nelle mani della Cina. Quindi a Pechino basta toglierle dal mercato per paralizzare la produzione militare americana. Una mossa capace di mettere sul lastrico un’azienda come la Apple visto che anche la tecnologia degli I Phone dipende dalle terre rare.

Per capire come e perché le terre rare siano diventate la più potente arma strategica nelle mani di Pechino bisogna partire dal villaggio svedese di Ytterby dove, nel 1787, il chimico militare Carl Axel Arrhenius scopre uno sconosciuto metallo argenteo e lucente. Da quel metallo il geologo Johan Gadolin estrae due anni dopo l’ossido di ittriallo. Da lì inizia la ricerca di 17 elementi introvabili allo stato naturale, ma ottenibili con costose tecniche estrattive dalle argille lateriche o da giacimenti di minerali dai nomi altrettanto strani come bastnasite, monazite e loparite.

Ma molte delle terre rare sono radioattive e questo le rende pericolose per l’uomo e per l’ambiente moltiplicando i costi estrattivi. Proprio queste difficoltà giocano a favore di una Cina dove fino a una decina di anni fa non esistevano leggi troppo vincolanti a tutela della salute dei lavoratori e dell’ambiente. “Il Medio Oriente ha il petrolio, ma in Cina ci sono le terre rare” – annuncia nel 1992 il leader cinese Deng Xiaoping nel corso di un intervento davanti all’ufficio politico del partito comunista. Dietro quella profezia c’è la consapevolezza di controllare il 36 per cento dei giacimenti mondiali di terre rare e di poter offrire condizioni particolarmente vantaggiose. In verità Deng Xiaping non scopre nulla di nuovo. Già dai primi anni 80l’Occidente, preoccupato per i costi sociali e ambientali legati all’estrazione di terre rare, ha chiuso scavi e miniere per appaltarne la produzione ad una Cina capace di garantire costi concorrenziali. E così dal 2000 al 2009 Pechino incrementa del 77 per cento la produzione delle terre rare arrivando a metterne sul mercato 129 mila tonnellate mentre il resto del mondo siferma a 3000 tonnellate.

Il monopolio non si limita all’estrazione.Garantendo costi di lavorazione bassissimi la Cina induce non solo la Apple, ma anche i grandi gruppi statunitensi legati alla componentistica militare a spostare sul proprio territorio gli stabilimenti. Il rapporto del2018 con cui il Pentagono accusa la Cina di aver imposto un autentico monopolio diventando il principale e unico fornitore di componenti chiave per la costruzione di munizioni e missili è un’autentica ammissione d’impotenza. Il rapporto sottolinea come la produzione di neodimo, fondamentale per la costruzione di super magneti, o di gizmo essenziale per il controllo dei missili siano prodotti esclusivamente in Cina e risultino ormai introvabili sul mercato statunitense. Da quel vicolo cieco l’America è incapace di uscire.Tutte le facilitazioni fiscali e gli incentivi proposti alle aziende statunitense per indurle ad investire nuovamente nella produzione di terre rare si scontrano essenzialmente con le leggi del mercato.

Le terre rare in teoria non sarebbero difficilmente reperibili. Basterebbe estrarle dai giacimenti presenti in Vietnam, Brasile, India, Australia, Canada e Groenlandia processarle e trasformare in semi componenti. Ma riavviare da zero quella macchina produttiva ha, come avverte il rapporto del Pentagono, un costo “proibitivo” che nessun sussidio o facilitazione fiscale può rendere sopportabile. Dunque l’unica via d’uscita, a cui sta seriamente pensando l’Amministrazione Trump, è quella di creare un autentico mercato protetto garantito e finanziato per ragioni strategiche dallo stato Americano. Il paradosso è insomma assai chiaro. Per poter rilanciare la sfida militare all’ultima grande potenza comunista l’America dovrà rinunciare all’economia di mercato e tornare, almeno in parte, a quella di Stato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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