13:02 08 Luglio 2020
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La pandemia da SARS-CoV-2 non ha fermato la geopolitica, che continua a modificare gli equilibri tanto a livello globale quanto nelle singole maggiori regioni del pianeta.

In questa rubrica abbiamo già esplorato la prima dimensione in profondità, evidenziando in particolare l’acuirsi della competizione tra Cina e Stati Uniti, che potrebbe anche preludere al decoupling tra le rispettive economie e al tramonto della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni.

Ci siamo altresì soffermati su quanto è accaduto dentro l’Europa, sottolineando come alcuni Stati abbiano gestito la lotta al Covid-19 cercando non soltanto di proteggere i propri cittadini, ma anche di trarne dei vantaggi competitivi nei confronti dei concorrenti.

Non è sfuggito a questa accelerazione neanche il Mediterraneo, area che appare oggi molto diversa rispetto a come era cinque mesi fa. Sono cambiate proprio le geometrie che ne avevano regolato le dinamiche negli ultimi dieci anni, con conseguenze al momento difficilmente prevedibili ma certamente significative.

Retrospettivamente, sembra chiaro che ad attivare questa fase trasformativa sia stato l’accordo raggiunto da Trump ed Erdogan sul Kurdistan siriano. Sembrava una mossa circoscritta e dettata dalla sola volontà tattica del Presidente americano di facilitare il ritiro dei soldati statunitensi da quella zona contesa. E magari lo era davvero.

Tuttavia, l’iniziativa ha generato un momentum, come dicono gli anglosassoni, sul quale le cancellerie occidentali stanno investendo notevole capitale politico per cercare di “recuperare” la Turchia alla propria dimensione “naturale” di Stato membro dell’Alleanza Atlantica.

Si muove da qualche tempo nella stessa direzione anche Israele, che ha bisogno di migliorare i propri rapporti con Ankara per depotenziare la minaccia rappresentata dall’Islam Politico.

Sostanzialmente, grazie a questi sviluppi, la Turchia ha conquistato una posizione centrale nella dinamica geopolitica mediterranea e l’ha sfruttata per dilatare i propri margini d’iniziativa.

La circostanza sta avendo ripercussioni importanti anche in Libia, paese in cui Ankara ha inviato propri consiglieri militari e miliziani provenienti dal teatro siriano per consolidare le posizioni precarie del Governo di Accordo Nazionale diretto da Fayez al Serraj, contribuendo a risollevarne le sorti, che parevano compromesse.

Turchia e GNA hanno anche raggiunto un’intesa sulla delimitazione reciproca delle rispettive Zone Economiche Esclusive, creando un vero e proprio corridoio tra le coste turche e quelle libiche che ha tagliato in due le linee di collegamento tra la Grecia, Cipro, Israele e l’Egitto.

Dal canto suo, la Russia non ha opposto ostacoli particolari a questo processo, probabilmente anche per non compromettere l’esito dell’azione dirompente svolta dai turchi nei confronti del progetto geoenergetico noto come EastMed, che il Covid-19 ha poi definitivamente affossato.

Mosca non ha in effetti assecondato la pretesa del generale Khalifa Haftar di rivendicare nuovamente la propria ambizione a riunificare la Libia sotto la sua persona. Mentre gli Stati Uniti hanno dato a loro volta segno di riposizionarsi, riavvicinandosi a Serraj e, verosimilmente, azzerando i propri sostegni all’uomo forte della Cirenaica.

La nuova situazione venutasi a creare spiega i successi militari recentemente ottenuti dal Governo di Accordo Nazionale e la decisione di inviare rinforzi assunta da diversi Stati sponsor di Haftar. Anche questa volta, in prima fila ci sono gli sponsor di sempre, ovvero emiratini, sauditi e, in qualche modo, egiziani.

Ma lo scenario di un successo turco sta provocando anche altri afflussi, che provengono da direzioni fino a ieri impensabili: stando a quanto affermano fonti libiche, infatti, ad appoggiare Haftar sarebbero giunti aerei appartenenti all’Aeronautica militare siriana. Circolano altresì indiscrezioni concernenti il possibile arrivo in Libia di miliziani dell’Hezbollah libanese.

La confusione è quindi massima, perché varie forze che in Siria sostengono Assad si trovano ora alleate ai propri avversari in Libia contro il Governo di Accordo Nazionale. È difficile che uno schieramento del genere possa accordarsi su qualcosa di diverso e più ambizioso del puntellare Haftar.

Alcuni accostamenti danno un’idea della torsione geopolitica che sta materializzandosi: i filoiraniani del Partito di Dio potrebbero presto combattere spalla a spalla con le unità filo-saudite inviate dagli emiratini, magari sotto la copertura aerea dei jet di Damasco.

A complicare ulteriormente le cose, è ormai in mare un dispositivo marittimo europeo, la missione IRINI, la cui principale funzione è bloccare il flusso degli aiuti militari forniti a Tripoli dalla Turchia. Il suo attuale comandante è italiano, ma l’unica nave attualmente attiva l’ha messa la Francia ed è atteso un coinvolgimento greco.

Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu
© AP Photo / Turkish Foreign Ministry via AP, Pool
Sembra evidente che la logica degli equilibri di potenza sta prevalendo su quella dettata dalle affinità ideologiche. Le guerre di Libia e di Siria si sono in qualche modo congiunte.

Non è però impossibile che la via di uscita da entrambe possa essere trovata in un accordo complessivo, di sistema, che riguardi l’intero Mediterraneo centro-orientale e non soltanto i suoi maggiori teatri di crisi. Delle convergenze ci sono.

L’impressione è che possa essere costruito su uno scambio, che preveda il riconoscimento della vittoria di Assad in Siria, magari con qualche limatura, e, in Libia, la fondazione di una federazione con forti autonomie, se non addirittura una lasca confederazione o la separazione dell’ex colonia italiana in due entità indipendenti.

Il bisogno di concentrarsi sulla ricostruzione economico-sociale dopo la pandemia sta creando un accresciuto bisogno di stabilità, cui tutte le parti in lotta possono sacrificare parte dei propri obiettivi contingenti. La via che conduce alla pace è stretta, ma forse è finalmente aperta.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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