09:33 14 Luglio 2020
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La cancellazione dell’accordo “Cieli aperti”, dopo quello sui missili a medio raggio, preannuncia la probabile mancata ratifica a febbraio 2021 del “New Start” con Mosca. Ma l’obbiettivo non è solo la Russia. Così gli Usa si vogliono garantire mano libera nel confronto militare con Pechino.

Altro che Cieli Aperti. L’intenzione americana annunciata venerdì di abbandonare uno dei trattati simbolo della trasparenza in campo militare è solo l’inizio. Se riuscirà a farsi rieleggere Donald Trump farà di tutto per cancellare anche il trattato New Start in scadenza il 5 febbraio 2021, eliminando così l’ultimo simbolo della distensione post-guerra fredda.

Non sarà un’operazione complessa. Per riuscire a rivedere il trattato gli americani avrebbero già dovuto avviare i primi negoziati con Mosca. L’ultima rielaborazione - firmata a Praga nel 2010 dai presidenti Vladimir Putin e Barack Obama - richiese, infatti, dieci mesi di trattative. Ma dietro le manovre americane e la tentazione di cancellare il “New Start” non c’è la paura della Russia bensì quella della Cina.

L’inasprirsi della tensione con il Dragone va ben al di là delle diatribe sul Coronavirus e delle accuse ad una leadership cinese colpevole, secondo Washington, d’aver nascosto la reale entità dell’epidemia. Quella è solo la punta dell’iceberg di uno scontro ben più ampio. Uno scontro che nell’ottica dell’amministrazione Trump richiede il superamento dei limiti sugli armamenti nucleari fissati dal trattato in scadenza a febbraio. Per capire la reale portata della questione bisogna guardare a quel Sud del Pacifico dove Cina e Stati Uniti rischiano uno scontro militare diretto.

La vera polveriera sono i tratti di mare racchiusi tra i territori di Cina, Vietnam e Malesia a est e di Taiwan, Borneo e Filippine a ovest. In quel tratto d’oceano Pechino persegue da oltre un decennio quella “strategia dei nove tratti” con cui rivendica il controllo degli arcipelaghi delle Pratts, delle Paracelso e delle Spratney.

Una strategia a cui Washington risponde con i cosiddetti pattugliamenti per la “libertà di navigazione” ovvero spingendo la sua navi da guerra al limite delle acque rivendicate da Pechino. Operazioni sul filo del rasoio da cui può scaturire la scintilla di un conflitto, ma indispensabili secondo il segretario di Stato americano Mark Esper per negare a Pechino il controllo di territori che “non gli appartengono”.

E ad alimentare i venti di guerra s’aggiunge il rapporto del Cicir (China Institutes of Contemporary International Relations ) un centro studi legato al Ministero dell’Intelligence cinese. Il rapporto, presentato ad aprile al Presidente Xi Jinping, accusa Washington di esacerbare il duello sul Coronavirus alimentando una propaganda anti-cinese capace di tradursi in una guerra aperta. In questo clima da nuova guerra fredda l’amministrazione Trump ha già cancellato l’anno scorso gli accordi Inf sui missili nucleari a raggio intermedio, ovvero il famoso trattato sui cosiddetti euro missili.

Anche in quel caso l’Europa e lo scontro con la Russia c’entravano ben poco. Il vero obbiettivo del Pentagono era evitare che l’adesione al trattato impedisse lo schieramento di testate destinate a colpire i territori costieri della Cina nel Pacifico del Sud.

E infatti tra l’agosto e il dicembre dello scorso anno, immediatamente dopo la cancellazione dell’Inf, il Pentagono ha sperimentato prima l’utilizzo dei missili Tomahawk dandoli in dotazione ai corpi dei marines dispiegati nel Pacifico e poi il lancio da terra di un nuovo missile progettato per colpire le navi cinesi.

Ora il nuovo obbiettivo del Pentagono è contrastare lo sviluppo degli arsenali nucleari cinesi. Secondo quanto annunciato qualche settimana fa dal direttore del Global Times - quotidiano in inglese molto vicino ai vertici cinesi - Pechino intende dotarsi di almeno mille testate nucleari e e di un centinaio di nuovi missili intercontinentali DF 41 capaci di colpire i territori americani.

In questa prospettiva l’Amministrazione Usa ha elaborato una strategia a doppio binario per contenere, o almeno rallentare, la crescita di una Cina decisa ad affermarsi come grande potenza anche sul piano militare. Il primo binario conduce alla ratifica di un nuovo trattato Start che imponga anche a Pechino la limitazione degli armamenti grazie alle firme congiunte di Cina, Russia e America. Ma per ammissione di molti esponenti del Pentagono si tratta di un binario morto.

Pechino, infatti, non sarà mai disposta a firmare un trattato che limiti la propria espansione militare a vantaggio della già consolidata supremazia di Washington.

Il secondo binario punta invece a rilanciare una corsa agli armamenti simile a quella con cui l’amministrazione Reagan sfiancò l’Unione Sovietica negli anni ’80. Ma non è un binario né agevole, né rassicurante. A differenza dell’Urss di Gorbaciov la Cina di Xi Jinping è tutt’altro che agonizzante.

Per questo l’abolizione dei trattati inseguita da Washington rischia di riconsegnarci al gelo della guerra fredda, riavvicinando alla mezzanotte le lancette dell’orologio che segnala il rischio di un olocausto nucleare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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