22:21 04 Agosto 2020
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Dopo 18 mesi che non debbono essere stati affatto facili, è rientrata in Italia con un volo di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri la cooperante volontaria Silvia Romano, che era stata rapita in Kenya nel novembre del 2018.

A quanto è stato dato di capire, la Romano era stata sequestrata da un gruppo di armati riconducibili al gruppo jihadista degli al-Shabaab, sorto dal movimento somalo delle Corti Islamiche e già resosi responsabile di una corposa sequela di sanguinosi attentati.

Le modalità del ritorno e le speculazioni su ciò che lo ha reso possibile sono stati all’origine di aspre polemiche nel Bel Paese. Molti italiani sono stati sinceramente contenti di vedere la giovane restituita ai propri affetti familiari, altri invece non hanno gradito l’ostentazione dei segni della sua conversione all’Islam.

Come spesso accade in queste circostanze, è altresì affiorato il sospetto del pagamento di un ingente riscatto, mentre ha generato molta curiosità l’ipotesi che alla liberazione della Romano possano aver concorso anche i servizi di sicurezza della Turchia.

Ne è derivato un dibattito piuttosto acceso che, seppure non particolarmente raffinato, anzi a tratti decisamente becero, ha permesso di porre in luce alcune realtà con le quali gli italiani dovranno misurarsi nel prossimo futuro.

Naturalmente, non si saprà mai se il Governo italiano abbia o meno offerto una contropartita ai sequestratori della Romano per ottenerne il rilascio. Non sarebbe tuttavia strano: in realtà accade molto più spesso di quanto comunemente si crede, e non soltanto da parte dell’Italia. A volte, hanno negoziato degli scambi persino gli americani, che passano per essere i più intransigenti sostenitori dell’inopportunità di intavolare trattative con i terroristi.

Non è una cosa bella da farsi, ma il grosso del pubblico italiano accetta che si possa dover pagare per salvare delle vite.

Adesso si pone però il problema di come evitare che i rapimenti si intensifichino, una questione la cui urgenza si comprende più facilmente se si pensa che del mondo della cooperazione italiana fanno parte non meno di 40mila persone, soltanto la metà delle quali lavora per organizzazioni non governative strutturate e di una certa consistenza.

A fianco dei professionisti del settore ci sono infatti molti “cooperanti fai da te”, giovani idealisti che vengono facilmente reclutati da associazioni di dubbia solidità, facendo appello ai loro buoni sentimenti e al desiderio di avventura che ne anima tanti: volontari a buon mercato, che corrono spesso rischi importanti, com’è successo a Silvia Romano. Cercare di moderarne gli entusiasmi per ridurre i rischi non è facile.

Rispondendo in Parlamento a chi gli chiedeva se il Ministero degli Affari Esteri possa in qualche modo esercitare una forma di persuasione morale sul volontariato, per indurlo ad evitare i teatri più critici, il 13 maggio scorso Luigi Di Maio ha ammesso i limiti che il Governo italiano incontra nell’arginare il fenomeno con l’attuale strumentazione normativa.

La Costituzione italiana riconosce a tutti i cittadini la pienezza della libertà di movimento e non esiste quindi un modo diretto d’impedirne i viaggi verso destinazioni pericolose.

Un tentativo, fatto nel 2015, di introdurre dei paletti non ha in effetti sortito effetti significativi: all’indomani della strage del Bataclan, in un decreto che disponeva la proroga delle missioni internazionali delle Forze Armate italiane fu inserita una norma che esonerava lo Stato da qualsiasi responsabilità per gli eventuali atti ostili di cui i cittadini del Bel Paese fossero rimasti vittime in un paese ritenuto ad alto rischio. Ma la disposizione rimase priva di un apparato sanzionatorio, circostanza che ne determinò la sostanziale inefficacia.

È chiaro che a Roma si dovrà ora metter mano ad un sistema di disincentivazione. Vedremo che forma avrà e se sarà possibile coagulare il consenso necessario a dargli la forza della legge.

Lo Stato, ovviamente, non potrà disinteressarsi dei cittadini che verranno a trovarsi in pericolo di vita, ma dovrà essere studiato un meccanismo che induca sempre meno persone a mettere la propria esistenza inutilmente a repentaglio.

Dovranno anche cambiare le modalità di gestione dei rimpatri. Le vistose celebrazioni che hanno accompagnato il rientro di Silvia Romano sono state uno spot straordinario per i jihadisti che l’hanno prima fatta rapire e poi liberata.

È stato purtroppo creato un pericoloso precedente, perché dopo quanto è successo a Ciampino e nei giorni seguenti, non è da escludere che cresca fortemente la tentazione di sequestrare degli italiani anche solo per beneficiare dell’effetto propagandistico connesso alla mediatizzazione dei rientri. Gli al-Shabaab sono oggi molto più famosi di quanto lo fossero un mese fa.

I rimpatri futuri andranno quindi fatti nella massima discrezione possibile, senza copertura mediatica, possibilmente dandone comunicazione ufficiale a cose fatte, anche a giorni di distanza.

Quanto alle collaborazioni internazionali che avrebbero permesso la liberazione di Silvia Romano, rientrano nella norma. Nella raccolta delle informazioni che servono per giungere all’ostaggio o almeno a chi ne ha in mano le sorti, gli apparati d’intelligence ricorrono a tutte le fonti ritenute utili, partendo da quelle dei paesi alleati o con i quali si abbiano rapporti amichevoli, scommettendo soprattutto su chi ha le carte migliori per arrivare al risultato.

Che i servizi italiani possano aver cercato l’interlocuzione con quelli turchi non è quindi strano, considerata la forte influenza che Ankara esercita in Somalia, dove la Turchia ha allestito anche una base militare, che è certamente protetta da una rete informativa e di sicurezza piuttosto estesa.

Lo scandalo prodottosi in alcuni settori del sistema politico e dell’opinione pubblica italiana su questo specifico aspetto della vicenda dipende in larga misura da un pregiudizio, che ha impedito a molti di prendere atto della straordinaria crescita geopolitica fatta registrare dalla Turchia negli ultimi 20 anni.

Questo dato si avverte fortemente anche in Libia, paese in cui tanto Roma quanto Ankara sostengono Fayez al Serraj, ma la seconda lo fa anche con concreti supporti militari, che invece l’Italia lesina, temendo di essere coinvolta in una guerra che non desidera combattere.

Non pochi analisti temono in effetti che il Governo italiano possa aver promesso a quello turco una qualche ricompensa sul dossier libico in cambio della collaborazione ottenuta sul caso della cooperante rapita.

Francamente, sembra però una preoccupazione fuori luogo, o quanto meno tardiva, dal momento che in Libia ormai l’Italia non ha più molto da offrire alla Turchia, che si è già ritagliata autonomamente un ruolo di primo piano non soltanto nell’ex “Quarta Sponda” del Bel Paese, ma più in generale in tutto il Mediterraneo centro-orientale.

Magari è vero l’opposto: la cooperazione ottenuta dall’intelligence turca potrebbe infatti essere stata facilitata dalla sostanziale accettazione italiana della maggior forza che Ankara si è conquistata in alcune delle aree di maggior interesse reciproco.

Se le cose stessero così, l’Italia non dovrebbe sdebitarsi con i turchi, ma limitarsi a riconoscere i vantaggi della partnership che si è già realizzata, malgrado comporti l’evidente subalternità di Roma in alcuni teatri. Del resto, questi sono al momento i rapporti di forza tra i due paesi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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