16:32 13 Luglio 2020
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Tra le pieghe della polemica sulla conversione dell’ostaggio si nasconde una realtà molto più amara. La Turchia dopo averci scippato la Somalia si prepara a mettere le mani anche sull’ex colonia libica. E a buttarci fuori dal Mediterraneo. Con il consenso di un governo assente e imbelle.

Lasciamo perdere la vesta islamista di Silvia Romano e le immagini di una liberazione che ha fatto discutere. Interroghiamoci invece sulle verità rimaste tra le pieghe della polemica. La principale riguarda il ruolo dell’Italia in Africa e nel Mediterraneo. L’ammissione del governo sul ruolo svolto dai servizi segreti turchi mette a nudo una sconfitta desolante.

Fino a venti anni fa la Somalia era casa nostra. E non solo perché era un’ex-colonia rimasta sotto amministrazione fiduciaria italiana fino al 1960, ma anche per i 1500 e passa miliardi di vecchie lire riversati in quel paese dalla Cooperazione italiana tra il 1981 al 1990. Molti di quei miliardi andarono dilapidati in opere inutili o confluirono sui conti personali del dittatore Siad Barre e della sua corte. Ma contribuirono a garantirci influenza e commesse importanti. In Somalia si parlava e si studiava l’italiano. E anche chi fuggiva dalla dittatura di Siad Barre riparava in Italia. Anche dopo la caduta di Siad Barre l’Italia restò un attore chiave.

Durante la missione Onu che tra al fine del 1992 e l’aprile 1994 tentò d’impedire la dissoluzione del paese l’Italia non esitò a scontrarsi con l’alleato americano imponendogli, grazie alla presenza sul terreno e alla capacità dei nostri servizi d’intelligence, scelte determinanti. Purtroppo con quella missione terminò la nostra presenza.

Dopo il 1994 non c’è stato un solo governo pronto a riprendere le redini dei rapporti con la Somalia. E così nonostante il Codice di Procedura Penale somalo resti scritto in italiano e molti anziani somali parlino la nostra lingua l’Italia si ritrova fuori dai giochi.

Nel 2011 mentre contribuivamo a far fuori un alleato chiamato Muhammar Gheddafi l’ “amico” Erdogan iniziò una paziente opera di penetrazione. Alla sua prima visita in Somalia seguì una serie di una serie d’investimenti condotti con spregiudicatezza e lungimiranza. Oggi uno dei due ospedali di Mogadiscio, costruiti e pagati dai turchi, porta il nome di Erdogan, il porto e l’aeroporto sono gestiti da compagnie di Ankara e il più grande campo d’addestramento dell’esercito di Mogadiscio è gestito dai generali del Sultano. E infatti la Turchia è la favorita nella gara per l’assegnazione di 15 lotti di prospezioni petrolifere lungo le coste somale. Ma c’è poco da recriminare. Pur partecipando alla riorganizzazione del governo di Mogadiscio e alla missione di addestramento dell’esercito somalo condotta dall’Unione Europea l’Italia non conta più niente.

L’ambasciata, riaperta nel 2014 dopo lunghe esitazioni, resta una rappresentanza simbolica incapace persino di emettere visti. In questo desolante scenario di ritirata politica, economica e culturale i nostri servizi sono stati inevitabilmente costretti a chiedere l’aiuto di turchi. La debacle somala rispecchia, purtroppo, quella in corso in Libia. La Turchia a cui abbiamo chiesto aiuto a Mogadiscio è la stessa che ci sta mettendo fuori dai giochi a Tripoli. E’ la stessa che nel Mediterraneo manda le sue fregate a bloccare le navi dell’Eni impegnate nelle prospezioni per la ricerca di gas intorno a Cipro.

“L’Italia - ha dichiarato recentemente il vice presidente libico Ahmaed Maitig - non sa cosa vuole dalla Libia”.

I primi a non saperlo sono, in verità, il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Nonostante la Libia resti uno scenario cruciale per i nostri interessi energetici, per il controllo dei flussi migratori e per gli assetti strategici nel Mediterraneo gli ultimi segnali di attenzione concreta a quel quadrante risalgono allo scorso gennaio. In quel caso a risvegliare dall’oblio Conte e Di Maio fu il patto sui confini marittimi del Mediterraneo siglato lo scorso novembre dalla Turchia e dal governo di Fayez al Serraj. Un accordo capace di compromettere le attività dell’Eni nel Mediterraneo e di trasformarci da potenza di riferimento in Libia a partner di second’ordine.

Ma più che un risveglio fu il rialzarsi di due pugili suonati. Convinti che l’azione politica si misurasse con le miglia percorse i due prepararono la Conferenza di Berlino peregrinando ai quattro angoli di Africa, Medio Oriente ed Europa. Peccato che il nodo della conferenza fosse nelle mani di Vladimir Putin e di Recep Tayyp Erdogan. Con l’emergenza Covid premier e ministro sono tornati al consueto letargo.

Halifa Haftar
© Sputnik . Vladimir Astapkovich
Nel frattempo Mosca, interessata ad un’intesa con Ankara e ad un accordo complessivo su Siria e Libia, ha ridimensionato l’appoggio ad un Haftar che ormai conta solo sull’appoggio degli Emirati Arabi. Invece d’inserirsi in questa nuova fase l’Italia è rimasta a guardare. Nel frattempo Sabratha e altre città costiere strappate ad Haftar sono tornate nelle mani dei trafficanti di uomini schierati con il governo di Serraj e dei turchi. Resta da capire se personaggi come “Zio” Ahmed Dabbashi, il capobanda protagonista a suo tempo di un accordo con i nostri servizi segreti per il controllo dei migranti e Abd al-Rahman al-Milad, l’ex capo della guardia costiera di Zawiya sotto sanzioni Onu, riprenderanno le consuete attività o cercheranno di tornare a fruire delle sovvenzioni girate dal nostro governo attraverso Tripoli.

Ma per capirlo ci vorrebbe un governo capace di fornire la rotta. La rotta sembra, invece, la stessa seguita in Somalia. Ovvero l’abbandono delle posizioni e il benvenuto al Sultano. A cui fra poco dovremo inginocchiarci se vorremo arginare le partenze dei migranti dalle coste di Tripoli e continuare a sfruttare il gas e il petrolio delle concessioni Eni in Libia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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