00:28 28 Maggio 2020
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Incontrai Bettino Craxi per la prima volta durante un suo incontro con un imprenditore italiano con il quale allora collaboravo.

Lo vidi poi altre tre o quattro volte, ma sempre con altre persone. Nonostante non ebbi mai l’opportunità di parlare con lui a quattr’occhi, la cosa che mi colpì sin dal primo incontro era la sua strabordante personalità. La sua statura e la stazza lo aiutavano certo ma ciò che più colpiva chi lo sentiva parlare erano la sua franchezza e la sua capacità decisionale. Non sprecava le parole e non si nascondeva dietro circonlocuzioni o frasi ambigue: sapeva ciò che voleva e riusciva a convincere i suoi interlocutori con ragionamenti chiari e precisi. Quello che immediatamente si notava era una passione politica sincera e un’evidente convinzione di agire per il bene dell’Italia. Lungi dai sofismi, per quanto intelligenti, di un Moro, agli antipodi dall’ipocrita sottigliezza di un Andreotti, completamente avverso alla facile demagogia di molti comunisti di allora, fu naturale per Forattini rappresentarlo con gli stivali alla Mussolini. Eppure, e nessuno potrà mai smentirlo, era animato da un grande rispetto per la democrazia rappresentativa e proprio poiché conosceva le implicite debolezze di quest’ultima cercò di spingere verso una sua modernizzazione sognando una riforma presidenzialista e una democrazia dell’alternanza.

Il 11 maggio, pochi mesi dopo i vent’anni dalla sua morte, la rivista “Le Sfide” pubblica uno speciale dedicato alla sua figura politica raccogliendo le testimonianze di giornalisti di varia appartenenza che ebbero l’occasione di conoscerlo da vicino. Non tutti loro gli furono sodali quando lui era ancora politicamente attivo, ma tutti riconoscono oggi che “Craxi è stato lo statista più rilevante del nostro Paese negli ultimi quarant’anni. Il vuoto è rimasto incolmato” (Marcello Veneziani).

Scena dal film 'C'eravamo tanto amati'
© Foto : Screenshot dal film 'C'eravamo tanto amati'
Risulta interessante leggere quelle testimonianze proprio perché non arrivano soltanto da ex-compagni di partito o da chi, in qualche modo, gli doveva una qualche riconoscenza. Oltre a Veneziani, un intellettuale notoriamente di destra, lo ricordano l’ex direttore de Il Giorno Francesco Damato, il direttore del TG5 Clemente Mimun, lo storico e giornalista Giancarlo Lehner, l’editorialista Paolo Guzzanti, la (tra l’altro) giornalista televisiva Maria Giovanna Maglie, il politologo Giovanni Orsina, l’esperto di media e politico (ex deputato del PD) Mario Barbi, l’ex direttore de La Stampa Marcello Sorgi. E ancora: Mattia Feltri, Augusto Minzolini, Fabio Martini, Alessandro Barbano e Paolo Franchi. L’introduzione è comprensibilmente affidata al Segretario Generale della Fondazione Craxi Nicola Carnovale.

Ognuno di loro, partendo spesso da un’aneddotica legata alle memorie personali, ne approfitta per valutare il significato politico che Craxi ebbe per l’Italia di allora e farne un paragone con quella di oggi e con la classe politica attuale.

Ciò che gli italiani ricordano più facilmente è che la sua parabola politica finì con quell’operazione della magistratura di Milano chiamata Tangentopoli e che Craxi morì in Tunisia per una malattia che i medici locali non seppero curare adeguatamente. Quello che, invece, non viene altrettanto facilmente ricordato è che quell’operazione dei giudici milanesi fu una azione del tutto selettiva, mirata a colpire soltanto alcuni partiti e salvarne altri come, ad esempio, in particolare il Partito Comunista Italiano. Il fatto che, all’epoca, tutta la classe politica fosse coinvolta nel finanziamento illegale dei partiti è oramai assodato e lo stesso leader socialista lo mise bene in chiaro durante un discorso alla Camera ove nessuno lo smentì. Purtroppo non ci fu neanche chi ebbe il coraggio di trarne le dovute conseguenze politiche: “Ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti…hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale…Non credo ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Infatti nessuno si alzò perché ogni partito, sia di maggioranza sia di opposizione, incassava “tangenti” che venivano poi distribuite in proporzione al potere locale o nazionale detenuto da ciascuno.

Chi, più di tutti, era complice del sistema dei finanziamenti illegali era proprio il PCI, quello “salvato”, che non si limitava a ricevere soldi dal sistema italiano ma otteneva costantemente anche finanziamenti illeciti dall’Unione Sovietica, pur essendo, allora, quel paese il nostro “nemico ufficiale”. Evidente tradimento? Difficile negarlo. Forse non per caso, cioè prima che si aprisse Tangentopoli, si decise che sarebbe stata applicata un’amnistia generale nei confronti di ogni finanziamento irregolare pervenuto fino al 1989. Dalla metà degli anni ‘80, per quanto se ne sa, i soldi illegali per il PCI arrivarono solo dal mondo dell’imprenditoria italiana. Chi è curioso di saperne qualcosa di più su questi denari cerchi, da qualche parte, notizie sul “caso Greganti” o si informi del perché la magistrata Tiziana Parenti che indagava in quella direzione fu costretta a lasciare la toga. A dirla tutta, non è totalmente corretto immaginare che i rubli (in realtà dollari) smettessero di arrivare in Italia: una corrente del PCI, quella guidata da Armando Cossutta, continuò a ricevere “aiuti” dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) fino alla caduta di Gorbaciov e la prova (la copia degli originali è disponibile presso la Camera dei Deputati) è nelle ricevute controfirmate dallo stesso Cossutta e dai suoi inviati custodite presso gli archivi storici sovietici (ora russi).

Silvio Berlusconi
© Sputnik . Alexey Druzhinin
Craxi non fu mai veramente popolare e non cercò mai di ingraziarsi i padroni dei media, ma aveva il senso della grande politica. Capiva la politica internazionale e cercò sempre, anche riuscendoci, di dare al nostro Paese il ruolo che gli spettava tra i grandi del mondo. Fu filo-atlantico ma senza alcun servilismo nei confronti degli americani (ricordate Sigonella?). A Reagan, durante un incontro alla Casa Bianca nel 1985, ebbe il coraggio di rimproverare il sostegno al regime cileno e, pur essendo ostile ai comunisti sovietici, non volle mai rompere le tradizionalmente buone relazioni italiane con Mosca.

Anche dopo aver lasciato l’Italia per rifugiarsi in Tunisia aveva continuato a seguire le vicende del nostro paese e la sua capacità di saper guardare lontano gli faceva intravedere cose che allora sfuggivano ai più ma che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Dichiarò che “L’unione monetaria (nasce) prematura e malaticcia” e: “Il villaggio globale sarà investito da terremoti competitivi. Il welfare diventerà un lusso per pochi. Ed anche quei pochi dovranno ridurre l’andatura e l’ampiezza delle protezioni. Quando poi si sarà toccato il fondo si aprirà un nuovo capitolo delle rivoluzioni sociali” (citato da Maria Giovanna Maglie).

Nicola Carnovale giustamente scrive: “le sue intuizioni rappresentano una dote considerevole che si connota per lungimiranza e visione strategica. Non era un veggente. Era semplicemente quello che definiremmo un politico di razza, un patriota con forte senso dello Stato, libero da schemi e da condizionamenti che non fossero quelli della libertà e della democrazia, dell’interesse del suo Paese e del suo popolo collocati all’interno di una cornice di solidarietà e di protagonismo internazionale”.

Che fosse un sincero patriota lo si conferma dalle parole confidate a Giancarlo Lehner in Tunisia mentre passeggiavano vicino ad un piccolo cimitero proprio sulla costa del mare. Gli disse che, da morto, avrebbe voluto essere seppellito lì: “…Perché quando il cielo è terso da questo punto si vede l’Italia…capisci Giancarlo…da qui potrò rivedere la patria”. Fu seppellito proprio lì secondo la sua volontà.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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