05:16 28 Settembre 2020
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L’Ue promette tre miliardi e passa di euro a Serbia, Montenegro Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro e Macedonia. In cambio chiede fedeltà e rinuncia alle intese con Mosca e Cina. Ma dopo il “no” agli aiuti sul Covid nessuno crede più nella solidarietà di Bruxelles.

“La solidarietà europea non esiste, è solo una fiaba”. Difficile dare torto al presidente serbo Aleksandar Vucic. Quando a marzo pronunciò quelle parole l’Europa aveva appena chiuso le porte in faccia alla Serbia e ad altri cinque paesi dei Balcani ancora fuori dalla Ue (Bosnia, Kosovo, Albania, Macedonia e Montenegro) negando loro le forniture mediche essenziali per fronteggiare la pandemia. E così a riempire il vuoto lasciato dagli “amici” europei arrivarono non solo gli aiuti della Russia, da sempre vicina alla nazione Serba, ma anche della Cina.

Ovviamente le istituzioni europee, restie persino ad aiutare paesi membri come Italia e Spagna, non esitarono a far la faccia indignata denunciando il tentativo di Mosca e Pechino di sfruttare l’emergenza del Corona virus per garantirsi una maggior presenza nei Balcani.

E con la solita ipocrisia spiegarono che la Commissione non aveva negato gli aiuti, ma semplicemente sottolineato la necessità di ottenere il consenso di tutti i 27 paesi membri prima di concederli. Insomma una presa in giro. Consapevoli di aver perso gran parte della propria credibilità le istituzioni europee tentano ora di recuperare il terreno perduto.

La prima mossa è stata la video conferenza di mercoledì 6 maggio durante la quale i vertici della Ue e i capi di stato e governo dei 27 paesi membri hanno ascoltato le richieste dei sei paesi in attesa di venir ammessi nella Ue. Un’attesa vanificata a metà ottobre dal veto di Emmanuel Macron deciso a bloccare i negoziati per l’allargamento ad Albania e la Macedonia. Un veto ufficialmente rientrato lo scorso febbraio quando il presidente francese,su pressione dagli altri membri Ue e di una Nato preoccupata per il favore fatto a Russia e Cina, ha accettato adeguarsi alle decisioni della Commissione.

Ma alle parole anche martedì non sono seguiti i fatti. Nelle conclusioni finali si parla di “appoggio inequivocabile ad una prospettiva Europea”, ma non c’è traccia di termini come allargamento o accesso. In quelle stesse conclusioni compare però il vero oggetto del baratto,ovvero l’impegno dei “partner dei Balcani occidentali”, come vengono definiti nel testo , a reiterare “il loro impegno alla prospettiva europea come ferma presenza strategica”. Per comprarsi quella dichiarazione i burocrati europei hanno messo sul tavolo tre miliardi e 300 milioni di euro da distribuirsi a tutti i paesi che accetteranno di rifiutare eventuali aiuti russi o cinesi. La necessità di usare il denaro per comprarsi la fedeltà dei Balcani è un chiaro segnale di quanto poco attraente sia ormai il progetto europeo.

Un progetto di cui fanno gola i fondi e gli aiuti finanziari,ma in cui ben pochi nei Balcani si riconoscono. E infatti oltre alla temuta penetrazione del soft-power russo - basato in verità sui secolari rapporti di vicinanza, identità e tradizione religiosa con il popolo serbo e le sue comunità di Bosnia. Montenegro e Kosovo, anche i cinesi e i turchi stanno esibendo capacità d’attrazione assai più intense di quelle europee. La Cina oltre ad aver donato, come la Russia,prodotti sanitari per la lotta al Covid, sta costruendo il network ferroviario - concordato con Ungheria e Serbia e finanziato dall’ “Export Import Bank Of China” destinato a collegare il porto del Pireo a Budapest e Belgrado. La Turchia, oltre ai tradizionali rapporti con le comunità musulmane di Bosnia, Kosovo e Albania ha sviluppato commerci e scambi assai intensi anche con Serbia e Montenegro.

Insomma i tre miliardi promessi dall’Europa rischiano di rivelarsi la contropartita di un’illusione già svanita. E per capirlo bastano le parole con cui Milorad Dodik, rappresentante serbo nella presidenza collegiale di Bosnia Erzegovina, giustificava, settimane fa, gli elogi a Mosca e le dure critiche a Bruxelles.

“L’Europa nella quale credevamo dieci anni fa - ha spiegato Dodik - oggi non esiste più”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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