13:15 31 Maggio 2020
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In tempi di pandemia e di scontro sulle sorti dell’economia italiana, sembra esserci poco spazio per la copertura di altri dossier, malgrado ve ne siano alcuni decisamente importanti per le implicazioni che possono dispiegare.

A dispetto della sua distanza dall’Europa, la situazione determinatasi in Corea del Nord è fra questi. Da qualche giorno, in effetti, si è creato un inedito alone di mistero attorno alla sorte di Kim Jong-un, a causa della sua scomparsa dalla scena pubblica.

Non è chiaro cosa stia succedendo. Alcune fonti affermano che il leader nordcoreano sia morto a causa delle conseguenze di un problema cardiaco; altre lo descrivono come infermo, grave, ma in condizioni stabili. Non è mancato neanche chi ha sostenuto che in realtà Kim stia bene e starebbe solo proteggendosi dal rischio di contrarre il coronavirus.

Vengono osservati con grande attenzione, anche dal cielo, i movimenti che interessano le sue residenze e si cerca di cogliere da piccoli segnali qualche indicazione su ciò che sta avvenendo effettivamente.

Vi è stato anche chi ha adombrato il sospetto che sia stato tentato un colpo di mano ai danni di Kim, senza peraltro riuscire ad indicare con quale esito. Chi ha diffuso questa ipotesi l’ha anche associata ad una possibile pista cinese, sostenendo che l’eventuale golpe sia stato sostenuto da Pechino.

Siccome in gioco è il destino di un paese dotato di armi nucleari, seppure non ancora di grande sofisticazione tecnica, quanto accade in Corea del Nord merita molta più attenzione di quella assai circoscritta che ha ottenuto in questi giorni.

Il leader nordcoreano è considerato da buona parte del pubblico americano, europeo occidentale ed italiano soltanto come un personaggio pittoresco e sinistro, sia a causa dei suoi atteggiamenti che del proprio aspetto. La circostanza non aiuta a comprendere né le politiche che ha svolto finora né l’importanza del suo ruolo negli attuali equilibri internazionali.

Il potere personale di cui ha goduto Kim si è finora basato sul controllo del partito comunista nordcoreano e sull’appoggio garantito alla sua leadership dalle forze armate. Al primo, in cambio della sua fedeltà, l’uomo forte di Pyongyang ha offerto la perpetuazione del primato politico sul paese. Ai militari, invece, Kim Jong-un ha dovuto garantire il proprio impegno a rafforzare le capacità difensive nordcoreane.

I generali hanno finora protetto Kim da qualsiasi seria minaccia interna, ma hanno preteso a loro volta la continuazione dei programmi concernenti lo sviluppo dell’arsenale nucleare e delle capacità missilistiche da associarvi.

L’esercizio in cui Kim ha dimostrato di eccellere è stato quello di accontentare le forze armate senza provocare una reazione ostile irresistibile da parte della comunità internazionale. Con maestria, ha alternato esperimenti, dichiarazioni altisonanti e poi aperture negoziali, trovando infine in Trump un interlocutore disponibile a trattare con lui.

La Corea del Nord è stata dipinta fin dagli anni cinquanta del secolo scorso come uno Stato satellite della Repubblica Popolare Cinese, da cui in effetti tuttora dipende economicamente per il grosso dei propri bisogni.

Tuttavia, esistono molti motivi per dubitare che le ambizioni balistiche e nucleari dello stato maggiore nordcoreano siano compatibili a lungo termine con il mantenimento di Pyongyang in una condizione di minorità politica. Tendono piuttosto a sottrarla anche a questa soggezione. 

Il deterrente di cui Kim ha cercato l’acquisizione, in effetti, potrebbe essere considerato non soltanto come una polizza assicurativa rispetto al rischio di una futura (improbabile) aggressione statunitense, sudcoreana o nipponica, ma anche come uno strumento di rivendicazione della propria sovranità sostanziale rispetto alla Repubblica Popolare.

Forse Trump se ne era accorto e proprio per questo aveva investito molto capitale politico e d’immagine sullo stabilimento di una relazione costruttiva con Kim.

Non conosciamo i contenuti dei colloqui riservati che i due leaders hanno avuto in passato, ma sappiamo che dall’avvio del dialogo tra di loro non si è più assistito né ad esperimenti nucleari né al lancio di missili a lunghissima gittata.

Non è impossibile che il presidente americano abbia chiesto riservatamente al leader nordcoreano di adottare una postura nucleare ambigua, simile a quella abbracciata da Israele, che possiede le bombe senza ammetterne ufficialmente l’esistenza.

Se così fosse, Trump avrebbe anche dato prova di realismo, considerato che nessun paese al mondo ha mai rinunciato alla garanzia nucleare della propria sovranità a causa di pressioni esterne. Il Sudafrica “bianco” vi si risolse infatti autonomamente e per ragioni interne, al momento in cui cessò l’apartheid, diffidando dell’uso che il nuovo governo “nero” avrebbe potuto fare di queste armi assolute.

Trump, che probabilmente sogna ancora di ritirare le truppe americane anche dall’Estremo Oriente - come in fondo evidenzia la stessa decisione di non rimpiazzare i bombardieri strategici che hanno ultimato il loro turno a Guam - immaginava di integrare la piccola economia nordcoreana nel grande mercato statunitense, allontanandola dalla Cina per farne magari un anello del sistema di contenimento futuro della Repubblica Popolare.

Anche se poi non si era giunti ad alcun accordo, a causa del persistere di una significativa diffidenza reciproca tra le parti, l’interlocuzione non era del tutto venuta meno, così come la speranza di ricavarne qualche risultato concreto nel prossimo futuro.

L’eventuale scomparsa di Kim potrebbe comportare la cancellazione dei progressi fatti finora nel dialogo tra Washington e Pyongyang, importanti soprattutto sul piano del riconoscimento reciproco.La politica, dopo tutto, si nutre anche di simboli.

Per l’attuale presidente americano sarebbe in effetti un altro grosso insuccesso, che si aggiungerebbe alla lunga serie di difficoltà impreviste presentatesi sul suo percorso. Tale circostanza spiega l’insistenza con la quale i media più liberal degli Stati Uniti stanno cavalcando il mistero che avvolge la sorte di Kim, di cui sembrerebbero desiderare la morte o la deposizione proprio a causa degli effetti negativi che potrebbe avere sullo standing di Trump a pochi mesi dalle presidenziali che ne decideranno il destino.

La presunta infermità di Kim può cambiare gli equilibri geopolitici dell’Asia Nord-Orientale ed influire sul voto americano. Ecco perché quanto sta accadendo in Corea del Nord aggiunge ulteriore incertezza ad una fase già molto delicata della politica internazionale e ci riguarda a dispetto della nostra distanza geografica dal “regno eremita”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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