10:52 21 Ottobre 2020
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I 1.500 miliardi di euro promessi dall’Unione Europea non arriveranno mai. Il progetto non è stato mai discusso e i paesi del Nord sono pronti a bocciarlo. Le speranze di Conte e del suo governo si basano su un assegno di carta straccia. Per scoprirlo basta attendere il Consiglio Europeo del 6 maggio.

L’unica soluzione è l’Europa. Continuano a ripetercelo. Nel frattempo in Italia i morti sono più di 25mila mentre in Europa superano quota 100mila. E le previsioni economiche sono perfettamente in linea con quest’ecatombe. Il Fondo Monetario Internazionale annuncia un crollo del prodotto interno lordo dell’Italia superiore al 9 per cento. Per la ricca Germania di circa il 7%. In tutto questo l’Unione Europea non ha ancora mosso un dito. Né sganciato un centesimo. Da due mesi assistiamo solo a vuote discussioni scandite da richiami al rigore affidati ora alla Commissione Europea, ora alla Germania, ora ad un’ Olanda cane da guardia dell’austerità cara ai paesi del Nord. Per questo l’euro-ottimismo tornato a diffondersi dopo il Consiglio Europeo di giovedì scorso è assolutamente infondato.

Ancor più paradossale è la giravolta di un Giuseppe Conte trasformatosi in meno di 24 ore da grande nemico del Mes in appassionato sostenitore del fantomatico fondo europeo meglio conosciuto come “recovery fund”. A sentir il Presidente del Consiglio si tratta di “un fondo per la ripresa con titoli comuni europei che andrà a finanziare tutti i Paesi più colpiti”.

Ma quel fondo non esiste. Non è stato discusso dai 27 capi di stato, non è stato votato e soprattutto non è stato progettato. L’unico segnale di una sua improbabile esistenza è il comunicato finale del Consiglio Europeo in cui il presidente Charles Michel accenna ad “fondo abbastanza grande da far fronte all’entità della crisi e rivolto ai settori e alle aree geografiche dell’Europa più colpiti”. Ma siamo davanti ad un evidente “flatus vocis”. L’unica decisione concreta dell’ultimo Consiglio Europeo è stata il via libera al pacchetto da 500 miliardi, disponibile dal primo giugno, basato sul Mes sanitario a condizionalità attenuata, sul piano Sure per la cassa integrazione e sui prestiti tra i 160 e i 200 miliardi della Bei (Banca europea di investimenti”).

Per l’Italia quel piano contiene più insidie che benefici. I 35 miliardi del cosiddetto “Mes leggero” se da una parte non prevedono, in apparenza, condizioni capaci di farci finire sotto l’egida della troika dall’altra appaiono in larga parte inutili. Sono infatti utilizzabili solo sul fronte sanitario e solo per far fronte ad emergenze determinate dalla pandemia. Sarebbero stati preziosi un mese fa, al culmine del contagio. Rischiano di rivelarsi carta straccia dopo il primo giugno quando la crisi degli ospedali sarà in gran parte passata. E minacciano di condannarci alle forche caudine previste dal vecchio Mes se li utilizzeremo al di fuori dell’ambito sanitario.

Sure e Bei sono invece assolutamente inadeguati perché la quota parte destinata all’Italia è insufficiente ad attenuare la crisi. Dunque l’unica speranza concreta è il “recovery fund”. Peccato che nessuno ne conosca l’entità. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen a volte ipotizza di metter sul tavolo 320 miliardi, altre volte parla addirittura di 1500 miliardi. Sono cifre da capogiro, ma anche da previsioni del lotto. Previsioni che si basano più sui desiderata dei singoli paesi che su calcoli effettivi. E così, mentre i governi di Spagna e Italia premono per l’opzione da 1500 miliardi, i paesi del nord spingono per cifre assai più contenute. Cifre probabilmente non superiori ai 360 miliardi ipotizzati inizialmente ed assolutamente inadeguate a garantire il salvataggio dell’economia italiana.

L’incertezza peggiore riguarda le modalità di stanziamento. Conte s’illude, o meglio ci fa credere, che l’Unione sia pronta ad emettere obbligazioni fino a 1500 miliardi di euro da girare poi ai singoli stati sotto forma si sovvenzioni a fondo perduto. In pratica dei prestiti che non dovremo rimborsare, ma su cui non smetteremo mai di pagare interessi. Una modalità che Austria, Finlandia, Olanda e Svezia non hanno nessuna intenzione di sottoscrivere. Nella visione frugale e rigorosamente anti italiana dei paesi del nord – probabilmente condivisa dalla Germania di Angela Merkel - quei soldi possono venir dati solo a prestito. E dopo aver fissato modi e termini del rientro. Se trovare un compromesso tradebito perpetuo e semplici prestiti appare un’impresa impossibile ancor più difficile è capire dove trovare i fondi per un’operazione di quel tipo.

La von der Leyen fa capire che per superare la boa dei mille miliardi bisognerà attingere al budget europeo. Gli stati membri dovranno dunque raddoppiare i contributi al bilancio Ue arrivando a versare fino al due per cento del prodotto interno lordo invece dell’attuale 1 per cento circa. Anche questa è una presa in giro. L’Italia per farsi aiutare dovrebbe versare 28 miliardi al posto dei 14 girati fin qui a Bruxelles. E anche su questo fronte lo scoglio insormontabile è quello nordico. Già contrari all’esiguo incremento di spesa necessario per far fronte al buco creatosi con l’uscita della Gran Bretagna i frugali paesi nordici non sembrano disposti a raddoppiare i contribuiti per salvare un’Italia e una Spagna considerate delle inaffidabili cicale.

Differenze e contrapposizioni sono insomma abissali e non diverse da quelle che hanno impedito la nascita dei cosiddetti “eurobond”. Con queste premesse è inutile illudersi che i partner europei trovino un’intesa prima del Consiglio Europeo fissato per il 6 maggio. Quel giorno diventerà evidente il bluff di Conte e del governo giallo-rosso. Pur di restare in sella non hanno esitato a bleffare esibendo un assegno da 1500 miliardi. Un assegno che tra poco più di una settimana sarà semplice carta straccia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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