08:23 10 Agosto 2020
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È difficile comprendere la portata delle scelte che si profilano all’orizzonte per l’Italia in campo europeo se non si tiene conto di quanto è accaduto negli ultimi due mesi.

L’epidemia da coronavirus, infatti, non ha avuto soltanto effetti sulla sanità pubblica dei paesi che ne sono stati colpiti, ma ha modificato anche i rapporti di forza tra le maggiori nazioni dell’Ue.

Molto è dipeso dalla tempistica del coinvolgimento dei singoli Stati e dalle misure che le autorità hanno adottato per gestire l’emergenza. Un primo svantaggio che il Bel Paese ha dovuto scontare è stato la circostanza che l’Italia abbia dovuto fare i conti con Covid-19 prima dei suoi partner europei.

Roma ha dovuto reagire senza avere alcun modello cui rifarsi ed alla svelta, a causa della rapida impennata dei decessi, mentre altre nazioni hanno potuto permettersi di assistere a quanto succedeva nel Bel Paese guadagnando settimane preziose.

L’Italia ha prima sperimentato le zone rosse locali, poi ne ha tentato l’estensione ad un’area macroregionale ed infine varato, il 10 marzo scorso, uno shutdown molto ampio che ha sostanzialmente comportato l’arresto di una grande quantità di attività economiche. Da quel momento, il Pil italiano è in caduta libera: al riguardo, circolano stime allarmanti.

Accreditate fonti internazionali ipotizzano un calo nel 2020 compreso tra il 9 e l’11% del reddito nazionale, non senza precisare che la velocità della ripresa successiva dipenderà in misura significativa dalla sopravvivenza del vasto tessuto imprenditoriale di cui l’Italia dispone.

Alcuni settori, come quello del turismo, sono certamente più in difficoltà di altri comparti che non hanno dovuto piegarsi all’obbligo delle chiusure: l’agroalimentare e la farmaceutica, ad esempio, stanno persino beneficiando della situazione.

Nel complesso, il calo del reddito e l’aumento della disoccupazione che iniziano ad intravedersi sono destinati a deteriorare sensibilmente le condizioni della finanza pubblica italiana.

Alcuni provvedimenti di spesa sono stati esplicitamente coperti con l’incremento del debito sovrano, altri sono destinati a seguire, mentre dal lato delle entrate diventeranno presto evidenti gli effetti fiscali del calo generalizzato delle attività economiche.

Sostanzialmente, il Bel Paese si avvia a sperimentare una netta impennata del rapporto tra debito e reddito nazionale, che aveva già superato il 130% del Pil prima dell’arrivo del coronavirus. Tale circostanza rappresenta una straordinaria vulnerabilità dell’Italia nelle sedi negoziali europee in cui si stanno decidendo le misure comunitarie di contrasto alle conseguenze economiche della pandemia.

È bene sottolineare ancora una volta come non tutti gli Stati membri dell’Unione Europea abbiano reagito all’arrivo del virus allo stesso modo. Diversi paesi hanno optato per la manipolazione dei dati relativi all’estensione del contagio, allo scopo di attenuare le preoccupazioni dell’opinione pubblica e rinviare quindi l’imposizione delle quarantene.

La Francia, ad esempio, ha adottato il modello italiano di risposta all’emergenza con un certo ritardo e soltanto da poco ha uniformato la propria narrazione a quella già prescelta dal Bel Paese. Altri Stati hanno fatto scelte diverse. Senza dichiararlo, ad esempio, la Germania ha sostanzialmente abbracciato una forma blanda della strategia dell’immunità di gregge, salvo alcuni laender che invece si sono risolti alla quarantena. Lo stesso orientamento è prevalso anche in Olanda.

Alcune nazioni che avevano optato per la serrata hanno inoltre già deciso di uscirne, come l’Austria e la Spagna: quest’ultima, tra l’altro, malgrado il Covid-19 stia uccidendo ancora molte persone sul suo territorio.

Non si tratta di follia sanitaria, anche se molti virologi la pensano in un altro modo, ma della deliberata subordinazione della difesa della salute all’interesse pubblico di tutelare le attività economiche e migliorare la competitività nazionale rispetto a quella dei paesi partner.

Se si tiene conto di questa realtà, forse si comprendono meglio anche i termini della battaglia che si sta combattendo in Europa tra gli Stati che vorrebbero spalmare sull’intera Eurolandia l’indebitamento straordinario occorrente al rilancio delle economie più danneggiate e i paesi che invece preferiscono schemi di sostegno diversi e vincolati al rispetto di alcune condizioni.

Il primo schieramento, che è ora capitanato dalla Francia, chiede apertamente l’introduzione dei primi titoli di debito sovrano europeo, i cosiddetti Eurobond, che dovrebbero essere garantiti collettivamente dall’insieme dei 17 Stati membri dell’Eurozona.

Questa proposta, però, si scontra con vari tipi di resistenze: non c’è infatti soltanto quella dei governi poco propensi a garantire con le proprie risorse debiti che servono a sostenere paesi sulle cui politiche ritengono attualmente di esercitare un controllo insufficiente.

Esiste anche l’opposizione trasversale di coloro che vedono negli Eurobond un principio di unione fiscale europea e quindi una tappa di avvicinamento ad un superstato federale malvisto. La guidano i movimenti populisti che preferirebbero per questo motivo affrontare lo shock da coronavirus con i soli strumenti nazionali, magari recuperando parte della sovranità ceduta nel 1992 con gli Accordi di Maastricht.

L’alternativa, che è ovviamente caldeggiata dal novero dei paesi in migliori condizioni, è l’attivazione del cosiddetto Meccanismo Europeo di Stabilità: il MES, che è gestito da un’organizzazione dedicata basata in Lussemburgo e dispone di una potenza di fuoco teorica pari a 700 miliardi di euro, in parte forniti dagli Stati membri dell’Eurozona e in altra parte raccolti sul mercato.

Il MES ha la facoltà di prestare denaro, ma ne subordina l’erogazione a condizioni severe, che possono comprendere anche l’imposizione di “correzioni macroeconomiche” a chi vi acceda e l’irrogazione di sanzioni per il caso di mancato rispetto della tempistica di restituzione dei capitali concessi.  

L’emergenza epidemica fatta valere in sede europea dall’Italia ed altri paesi che si trovano in una situazione paragonabile ha prodotto recentemente un compromesso che potrebbe consentire al Bel Paese di ottenere ad un tasso agevolato fino a 37 miliardi di euro dal MES, con l’unica condizione che vengano spesi per far fronte alle spese sanitarie straordinarie.

Roma riceverebbe fondi che potrebbero consentire all’Italia di espandere di un terzo le risorse attualmente destinate agli ospedali ed al personale medico ed infermieristico. È però più che dubbio che sia di questo che l’Italia attualmente necessiti: i letti deserti dell’ospedale appena costruito a tempo di record nella Fiera di Milano lo dimostrano in modo eloquente.

Purtroppo, adesso serve far ripartire l’economia e il fabbisogno di denaro è molto più alto. Per quanto non esistano stime, presumibilmente dell’ordine di centinaia di miliardi di euro. Ecco perché si dubita dell’offerta che è stata messa sul tavolo e ci sono forti esitazioni ad accettarla.

L’accensione presso il MES di un debito delle dimensioni necessarie comporterebbe infatti di sicuro stringenti limitazioni ulteriori – anche segrete – alla sovranità nazionale in materia fiscale. Ed è per questo motivo considerata, non senza ragioni, l’anticamera di una tassa patrimoniale che molti italiani – e tra loro, a quanto pare, anche Mario Draghi – già vedono come il colpo di grazia all’economia del Bel Paese.

È logico che i paesi più virtuosi dell’Unione Economica e Monetaria si fidino poco di quelli che giudicano meno disciplinati. Purtroppo, però, tra le motivazioni del loro atteggiamento potrebbe anche esserci dell’altro, come la volontà di acquisire maggiore influenza a Roma e soprattutto il desiderio di costringere l’Italia a misure che ne svaluterebbero fortemente gli asset, preparandone la svendita. I rischi sono quindi alti e preoccuparsi è più che legittimo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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