05:05 02 Giugno 2020
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In cuor suo, ogni cittadino italiano ha gioito nel sentire come il prezzo internazionale del petrolio stesse crollando. La naturale aspettativa era che anche il prezzo alla pompa calasse di conseguenza ma è bastato recarsi a un qualunque distributore per scoprire che così non era.

I motivi per il mancato calo del prezzo di benzina e gasolio sono più d’uno.

  • Innanzitutto, gli stock giacenti presso i distributori o negli storage delle compagnie petrolifere erano stati acquistati ai prezzi precedenti e occorre smaltirli senza rimetterci.
  • In secondo luogo, se anche il prezzo del greggio è calatonon lo è altrettanto il costo della raffinazione. Infine, ed è la voce più importante, di là dalle normali tasse in percentuale, la voce “accise” è fissa,va solo a favore dello Stato e resta indipendente dal prezzo alla pompa. Di là, dunque, dalla soddisfazione psicologica nel vedere “puniti” gli esosi oligopolisti del barile, pressoché nulla è cambiato per l’automobilista qualunque.

Per i proprietari dei pozzi ed esportatori di petrolio, invece, molto cambia e in modo diverso tra Paese e Paese. Ogni Paese produttore aveva elaborato i propri bilanci pubblici calcolando un prezzo di vendita in base a previsioni precedenti la crisi.

Ad esempio, la Russia aveva immaginato la propria parità sulla base di un prezzo di 42,4 $ al barile, l’Arabia Saudita per una cifra compresa tra gli 80 e i 90 $, l’Iraq sui 56 $, la Nigeria 57 $, l’Equador 51.

Per ognuno dei Paesi coinvolti il non raggiungimento di quel valore assume un diverso impatto e, naturalmente, chi ne soffre maggiormente sono i piccoli produttori o coloro, come l’Iraq, che gravato da un’enorme quantità di debiti pregressi aveva previsto di coprire con le entrate del petrolio il 95% dei propri impegni finanziari.

Anche Stati a cui solitamente non si pensa, come l’Ecuador, stanno affrontando problemi piuttosto gravi. Quito,che contava sulla vendita di petrolio per incassare più del 30% del valore delle proprie esportazioni, deve rimborsare circa 4 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale per un prestito precedente ma ha già annunciato di dover chiedere un periodo di almeno 30 giorni di grazia durante i quali non sarà in grado di pagare nemmeno gli interessi sui propri bond. Anche la Nigeria non sa come ripagare i propri debiti e ha preannunciato enormi tagli sul budget statale. Il Messico deve rimborsare, attraverso la propria compagnia petrolifera Pemex, 7 miliardi quest’anno e 30 miliardi entro il 2024. Senza contare che quella stessa compagnia quest’anno ha accumulato perdite per 18 miliardi circa. Perfino il Brasile, Paese sicuramente ricco di risorse, ha debiti pregressi per quasi 80 miliardi di dollari e ha dovuto procedere alla chiusura dei pozzi meno redditizi ove ogni barile gli costava più del prezzo ottenuto.

In realtà, la crisi del prezzo era cominciata già nel 2014ma, in quel momento, un accordo tra i Paesi OPEC e altri produttori non-OPEC aveva consentito una riduzione delle produzioni sufficiente almeno per stabilizzare il prezzo e impedire ulteriori ribassi. Oggi la situazione è molto più grave a causa della pandemia di Coronavirus. In aggiunta alla maggiore offerta dovuta alla presenza del petrolio da scisto che ha portato gli Usa a diventare il primo produttore mondiale (in marzo avevano superatoi 13 milioni di barili al giorno mentre Russia e Arabia Saudita, pur avendo capacità maggiori, non hanno mediamente superato i 10 milioni), la fermata di tante attività produttive e la generale riduzione dei traffici aerei e navali lascia stimare il crollo della domanda fino a meno 20 milioni di barili ogni giorno.

Gli analisti sostengono che il consumo attuale sarà circa sette volte minore di quello causato dalla crisi finanziaria mondiale del 2008-2009. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) stima che il commercio globale diminuirà tra il 13e il 32% durante l’anno corrente anche perché questa sospensione delle generali attività è venuta ad aggiungersi alla politica di risparmio delle fonti energetiche attuata un po' in tutto il mondo. Inoltre, un inverno particolarmente mite ha permesso anche un minor consumo dell’energia dedicata al riscaldamento.

Prima che la crisi scoppiasse nella dimensione attuale, l’Arabia Saudita aveva immaginato che alcuni mesi di prezzi bassi sarebbero riusciti a mettere fuori gioco tanti piccoli produttori che gli facevano concorrenza e gli rubavano quote di mercato. In particolare aveva puntato a dare un pesante colpo ai produttori americani di shale che, si sa, hanno dei costi di estrazione che vanno dai 40 $ al barile in su (Le estrazioni in Arabia Saudita si aggirano su un costo di 10 dollari).

Nonostante alcuni produttori statunitensi siano stati costretti alla chiusura e globalmente abbiano accumulato debiti per quasi 200 miliardi di dollari (fonte: Standard and Poor Global Platts), molti di loro hanno continuato a produrre, se non altro per cercare di ripagare le banche che li avevano finanziati. La situazione negli Usa è talmente grave che le maggiori banche (JPMorgan, WellsFargo, Bank of America, Citigroup e altre) stanno per costituire società ad hoc per acquistare quote nelle compagnie debitrici al fine di evitare ulteriori fallimenti.

Anche Trump, inizialmente sponsor dei prezzi bassi per accontentare i propri elettori, ha capito che era necessario fare qualcosa e ha telefonato sia a Putin che al saudita Mohamed Bin Salman cercando di spingerli a intervenire per consentire ai prezzi di risalire.

Paradossalmente, di là dai problemi che toccano direttamente i Paesi produttori, è anche il mondo finanziario internazionale a soffrire della situazione. Nei tempi ricchi tutti i Paesi del Golfo avevano investito pesantemente nei mercati occidentali e mondiali. Oggi, a causa del bisogno di liquidità che stanno incontrando sono tentati fortemente di monetizzare i propri investimenti in essere e di certo non ne faranno di nuovi.

Dopo un periodo di braccio di ferro tra Arabia Saudita e Russia, quando nessuna delle due voleva rinunciare alle proprie quote di mercato, si è giunti a un accordo valido per due anni sottoscritto dai dieci Stati OPEC e da dieci non-OPEC.

I primi si sobbarcheranno una riduzione di 6,085 milioni, i secondi di 3,915 (notizia resa pubblica dal Ministero dell’Energia dell’Azerbaigian). Esenti dai tagli solo Iraq, Libia e Venezuela a causa dei problemi politici che li coinvolgono. Il Messico, richiesto di ridurre di 400.000 barili ha accettato di farlo solo per 100.000 e, per consentire lo sblocco delle trattative e convincere i messicani, Trump ha annunciato di sobbarcarsene almeno altri 250.000 per conto dei propri produttori.

Le riduzioni decise riguardano in totale poco meno di dieci milioni di barili per i mesi di maggio e giugno 2020 e di 8 milioni nel resto dell’anno. Dal gennaio 2012 i tagli saranno per 5,8 milioni fino all’aprile 2022.

A dire tutta la verità, i dieci milioni in meno serviranno soprattutto ad evitare l’intasamento delle capacità di stoccaggio dei Paesi produttori e non è detto che il prezzo ne avvertirà le conseguenze. Infatti, seppure immediatamente in concomitanza dell’annuncio c’è stata una certa risalita, il valore di ogni barile è ridisceso poco dopo e, mentre scriviamo, sembra mantenersi stabile attorno ai 28 dollari (il Brent) e ai 20 (il WTI).

Il mercato si aspettava molto di più (almeno il doppio) e non è impossibile che nei prossimi giorni si decidano altri tagli. L’Arabia Saudita ha annunciato di essere pronta, se necessario, a nuovi sacrifici e lo stesso potrebbe fare la Russia. Purché anche gli americani accettino di fare la loro parte.

Comunque vadano le cose, poco sembra che cambierà per il consumatore italianoe, se anche l’automobilista dovesse trovare una riduzione del prezzo alla pompa, di sicuro non lo sarà nella dovuta proporzione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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