08:46 27 Maggio 2020
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Dopo diciannove anni di guerra gli Stati Uniti hanno firmato lo scorso 29 febbraio, a Doha in Qatar, un accordo di pace con i rappresentanti dei talebani afgani.

A Doha ha sede un ufficio politico di quell’organizzazione guerrigliera e i negoziati erano cominciati mesi prima seppur con numerose interruzioni dovute ad attentati e scontri avvenuti nel frattempo a Kabul e in altre parti del Paese.

La ragione che ha spinto gli USA a cercare un accordo a tutti i costi è l’assoluta volontà di Trump di ritirare le migliaia di soldati che combattono in Afghanistan.

Vi sono morti 2300 di loro e circa 20.000 sono stati i feriti. Senza contare che il costo di quella presenza ha significato per gli americani una spesa di quasi 110 miliardi di dollari l’anno, per un totale che si avvicina ai mille miliardi.

Fin dal dicembre 2001 e cioè pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità, l’allora Presidente afgano Karzai aveva proposto una negoziazione con i ribelli ma Washington l’aveva impedita convinti, come erano in quel periodo gli americani, che una vittoria totale era a portata di mano. Karzai lo propose ancora nel 2002 e nel 2004, ottenendo però sempre l’opposizione dell’amministrazione Bush.

Lungi la vittoria dall’essere vicina, nel corso del tempo la guerriglia si è fatta sempre più forte e l’iniziale consenso della popolazione verso quell’esercito invasore si è andata trasformando in una crescente insofferenza.

I talebani, al contrario, sono andati aumentando i propri consensi presso le varie tribù che mal soffrivano le prepotenze degli occupanti a stelle e strisce, gli espropri ingiustificati di terre e la corruzione dei governi locali sempre sostenuti dagli USA. In verità, gli americani non hanno mai avuta la capacità di provare un po' di empatia per le culture diverse e in Medio Oriente l’hanno dimostrato sia in Afganistan che in Iraq.

L'accordo

L’attuale accordo prevede che i talebani possano essere gradualmente associati alla gestione del Paese e che tutte le truppe americane lascino il territorio rientrando in patria.

Un primo contingente, corrispondente a un terzo dei soldati tuttora presenti, dovrebbe andarsene entro i prossimi tre/quattro mesi mentre entro un anno e due mesi non dovrebbe rimanerne più nessuno.

Come segno concreto dell’intesa raggiunta sia i talebani che il Governo di Kabul avrebbero rilasciato i rispettivi prigionieri.

I problemi ancora irrisolti

Qui però comincia il problema e non è il solo.

  • Innanzitutto, il governo di Kabul non ha formalmente partecipato al negoziato perché i talebani vi si sono opposti. Quale poi sia questo governo è una questione ancora aperta poiché due sono coloro che, contemporaneamente, si sono dichiarati Presidenti. Circa sei mesi fa si tennero le elezioni per quella carica che, secondo Costituzione, rappresenta la vera forza politica. Il risultato ufficiale lo si è conosciuto solamente pochi giorni fa a causa dei numerosi riconteggi delle schede dovuti alle contestazioni delle due parti. Seppur di pochissimi voti, avrebbe vinto l’uscente presidente Ghani ma il suo antagonista, l’ex ministro degli esteri di Karzai Abdullah Abdullah, non è d’accordo e contesta la nomina sostenendo di essere lui il vero vincitore.
  • Poi, è stato previsto che sarà l’ONU a convalidare con un voto le intese raggiunte ma nel documento esistono due clausole “segrete” che non saranno presentate neanche all’ONU stessa (che dovrebbe quindi avallare qualcosa che non conosce totalmente).
  • Un terzo problema è che anche nel campo talebano le cose non sono semplici. Seppur coalizzati tra loro contro gli americani e le autorità di Kabul, i vari capi tribù non sono in sintonia al loro interno e non tutti hanno partecipato agli incontri di Doha. Di conseguenza alcuni ancora si oppongono a quanto concordato e non è chiaro chi prevarrà.
  • Per ciò che riguarda la liberazione dei prigionieri non è stato dettagliato quali saranno le modalità e i tempi del rilascio e si è rimandato il tutto a un futuro incontro tra la rappresentanza talebana e quella di Kabul. Il tema del contendere sta nel fatto che Kabul non è d’accordo su di un rilascio generalizzato mentre i talebani pretenderebbero che fossero liberati tutti e subito. Le negoziazioni su questo punto avrebbero dovuto essere intavolate durante il mese di marzo e una delegazione talebana arrivò effettivamente, come previsto, a Kabul. Tuttavia, il sopraggiungere della pandemia del Coronavirus ha reso complicati gli incontri tra le due delegazioni e, come non bastasse, lo scorso martedì 7 aprile, il portavoce dell’Ufficio Politico Talebano a Doha ha dichiarato che la discussione con il governo di Kabul in merito alla liberazione è oramai da considerarsi “inutile” mancando totalmente ogni possibile intesa sui numeri e sui tempi. Questa dichiarazione potrebbe segnare il fallimento dell’intero accordo.
© REUTERS / Mohammad Ismail
Un bambino vende mascherine protettive a Kabul

Anche a Washington qualcuno ha cominciato a sollevare dubbi sulla reale volontà talebana di rispettare i patti. Si osserva che non è affatto chiaro, perché non precisato, cosa si intenda dalle due parti per “gruppi e individui” terroristi che i talebani si impegnerebbero ad escludere totalmente dalla presenza nel Paese.

E’ noto che a livello internazionale non esiste un indiscutibile consenso su chi possa essere considerato tale dato che le valutazioni americane su alcuni organizzazioni non sono condivise da altri. Un esempio è il gruppo libanese Hezbollah che è nella lista americana dei terroristi ma non rientra nell’elenco di altri.

Anche qualora sia possibile perfezionare l’accordo sottoscritto e tutte le parti firmatarie ne accettino le conseguenze, resta la domanda su cosa succederà veramente in Afghanistan una volta che le truppe americane lasciassero il Paese.

Nella pura tradizione afgana non ci sarebbe da stupirsi se ricominciasse una nuova guerra civile. Sia quando se ne andarono i sovietici, sia quando lo fecero gli americani dal Vietnam, il governo lasciato con tante promesse riuscì a resistere per poco tempo e fu soppiantato nel primo caso proprio dai talebani e, nel secondo, dall’esercito vittorioso di Hanoi.

In altre parole, se il ritiro delle truppe americane avverrà come previsto, a Washington tireranno un sospiro di sollievo ma, ben lungi dal poter considerare quella partenza come una vittoria, è probabile che la storia deciderà di catalogarla come una vera e propria sconfitta.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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