13:49 31 Maggio 2020
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La pandemia di coronavirus nel mondo (3 - 10 aprile) (105)
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La gravità dell’emergenza sanitaria in atto ormai in molti paesi sta forse determinando nuove realtà geopolitiche. Uno dei vettori di questo cambiamento è proprio rappresentato dal flusso degli aiuti che si dirigono verso gli Stati in maggiore difficoltà.

In questi casi, infatti, oltre al genuino impulso a soccorrere, di cui un giorno potranno a loro volta beneficiare anche i donatori di oggi, sono sempre all’opera logiche connesse agli interessi nazionali.

La generosità è una molla importante del comportamento umano, che tuttavia incontra normalmente dei limiti: difficilmente, ad esempio, trova applicazione nei confronti di chi si percepisca come un nemico irriducibile.

Bisogna quindi osservare con attenzione cosa sta succedendo in questi momenti di grande sofferenza, perché non è impossibile che si stiano delineando alcuni tratti del mondo di domani, ovvero del pianeta che verrà dopo il coronavirus.

Sono accadute cose straordinarie. L’Italia, in particolare, pur essendo uno dei paesi promotori del processo di integrazione europea, non ha ricevuto apprezzabili sostegni dall’Ue. Al contrario, si è avuta a tratti la sensazione che alcuni poteri forti del continente intendessero accentuare la sua debolezza per farsi largo nelle manifatture e mettere le mani sul risparmio privato degli italiani.

La stessa Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha riconosciuto i passi falsi compiuti dall’Unione nei confronti del Bel Paese, senza tuttavia sortire particolari effetti positivi sulle percezioni degli italiani.

Lo provano due circostanze: non solo i sondaggi stanno attestando una fiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie che tra gli italiani è ormai scesa al di sotto della soglia psicologica del 30%, ma lo stesso Governo di Roma ha deciso di rafforzare la sua golden power allargandone l’ambito di esercizio ad una serie di comparti che ne erano precedentemente esclusi e soprattutto precisando che ne sarà possibile l’utilizzo anche nei confronti delle acquisizioni totali o parziali effettuate dai partner europei delle imprese del Bel Paese.

Sul piano degli aiuti, qualche grosso paese europeo ha tentato di risalire la china. Lo ha fatto in particolare la Germania, trasferendo alcuni malati sul proprio territorio, dove esistono più di 28mila letti in terapia intensiva contro gli 8mila di cui dispone attualmente l’Italia. Ma le iniziative tedesche non hanno avuto certamente la visibilità di quelle effettuate dai cinesi, che sono giunti nel Bel Paese con equipaggiamenti e consiglieri.

L’Italia ha ricevuto sostegni anche da Stati come Cuba e Venezuela, abbastanza lontani dal perimetro euroatlantico di riferimento tradizionale del Bel Paese. Ed investimenti sono stati fatti nella stessa direzione tanto dall’Egitto quanto dalla Turchia, che è suo rivale regionale. Quindi, seguendo la stessa logica, si sono aggiunti gli aiuti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e dal Qatar.

Persino l’Albania ha inviato un team di circa trenta operatori sanitari, che sono ora a Brescia: una mossa brillante con la quale il premier albanese Rama ha rinsaldato il legame con l’Italia, cogliendo altresì l’occasione di criticare l’insensibilità dei partner europei più ricchi, che negherebbero il loro sostegno a chi si trovi in difficoltà, oltre che il via libera all’ingresso di Tirana nell’Ue.

La stampa italiana ha dato grande rilievo agli aiuti provenienti dalla Repubblica Popolare, senza troppo indagare sul fatto che l’Italia li stesse pagando o meno ed eventualmente a quale prezzo.

L’investimento di Pechino sembrerebbe aver reso parecchio in termini di miglioramento dell’immagine di cui la Repubblica Popolare gode nel Bel Paese: un sondaggio appena divulgato da una nota rete televisiva privata – La7 - ha infatti dimostrato come la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti nelle preferenze degli italiani richiesti di esprimersi sulla scelta del partner extraeuropeo al quale appoggiarsi.

La forte avanzata dell’influenza cinese in Italia potrebbe spiegare la mancanza di un’opposizione americana all’arrivo degli aiuti portati dalla Federazione Russa, in quanto forse considerati come una forma di bilanciamento rispetto a quelli fatti pervenire dalla Cina.

Al pubblico italiano non è sfuggita l’eccezionalità di quanto è successo, perché per la prima volta da quanto l’Italia fa parte dell’Alleanza Atlantica il Bel Paese è stato attraversato da uomini e mezzi appartenenti alle forze armate russe. Non sono stati pochi gli automobilisti che vedendo le autocolonne dei camion provenienti da Mosca hanno girato e postato video sui social, suscitando grande interesse.

Gli Stati Uniti non sono stati altrettanto visibili ed in breve tempo si è capito anche perché. Un’organizzazione non governativa americana ha trasportato in Italia un ospedale da campo che è stato allestito nei pressi di Cremona.

Pur annunciando aiuti economici, che tuttavia non sono così immediatamente visibili, l’amministrazione Trump non è stata invece in grado di incanalare verso l’Italia molti asset fisici propri. Lo Stato federale americano si è scoperto a corto di risorse proprie in questo campo e quando l’emergenza si è palesata anche in America, Washington ha dovuto accettare a sua volta aiuti provenienti dall’estero.

È in questa circostanza che si colloca anche la missione condotta dall’Antonov 124 russo che è atterrato al JFK di New York per scaricarvi aiuti di pregio destinati all’impiego immediato nella lotta per salvare i cittadini statunitensi colpiti dal morbo.

I russi hanno portato nella Grande Mela equipaggiamenti di pregio, tra i quali anche dei ventilatori polmonari, un prodotto che il presidente Trump ha chiesto alla General Motors di fabbricare urgentemente in grandi quantità.

Si è appreso che l’arrivo dell’Antonov con gli aiuti inviati da Mosca è stato concordato direttamente dal leader americano con il Presidente russo Vladimir Putin. La circostanza ha suscitato enorme scalpore, rinforzando l’impressione che la missione russa in corso in Italia possa essere stata anche una tappa di preparazione a questa svolta ulteriore.

Commentando la consegna dei beni provenienti dalla Russia, Trump ha dato notizia anche di una concomitante fornitura proveniente dalla Cina, ma la differenza di calore negli apprezzamenti riservati all’una ed all’altra non è sfuggita agli osservatori più attenti.

Con i soldati delle unità russe specializzate nel bio-warfare e nella guerra chimica in Italia e gli aiuti trasportati direttamente a New York si è forse aperta una fase nuova.

Non è a questo punto da escludere che l’emergenza virale possa produrre un’accelerazione di alcune tendenze di fondo della politica trumpiana nei confronti di Mosca, accantonate a causa delle resistenze interne incontrate dal Presidente americano: basti pensare al Russiagate ed al più recente tentativo di impeachment.

Se questo tentativo abbia o meno delle prospettive concrete, lo diranno gli sviluppi dei prossimi mesi e soprattutto i temi su cui si focalizzerà la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi di novembre.

I Democratici non stanno attaccando Trump sulla sua gestione dell’emergenza virale perché sono a loro volta divisi sulla questione al loro interno, in particolare con il governatore di New York Cuomo che si è finora opposto all’imposizione della quarantena nella Grande Mela.

Ma i conti sono soltanto rimandati al momento in cui, superata l’epidemia, saranno più chiare le dimensioni della devastazione economica che ha prodotto. Soltanto allora si capirà che possibilità di sopravvivenza hanno Trump e, di conseguenza, il suo possibile piano di riavvicinamento alla Russia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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