08:36 29 Maggio 2020
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La tragedia del Coronavirus come tutte le grandi mattanze della storia aprirà la strada ad un nuovo ordine mondiale cancellando globalizzazione e neo liberismo, rafforzando il potere dei singoli stati e cancellando le fallimentari entità transnazionali rappresentate da Unione Europea e Onu.

Nulla sarà come prima. E le prime vittime saranno quei miti della globalizzazione e del neo-liberismo su cui l’Unione Europea ha fondato la propria dottrina politica. Miti che ora ne evidenziano l’inadeguatezza.

Prendiamo la globalizzazione. Il sito ufficiale della Commissione Europea se ne dichiara “fermamente a favore” attribuendole il merito di aver contribuito a “circa un quinto dell’incremento dei livelli di vita degli ultimi 50 anni”. Ma proprio la globalizzazione ci ha spinto a trasferire in Cina e altri paesi la produzione di mascherine chirurgiche. Un abbaglio di cui abbiamo compreso la gravità solo quando ci siamo ritrovati esposti non solo al virus, ma anche al ricatto di chi le produceva. La catastrofe Covid insegna dunque che il trasferimento di poteri statali alle istituzioni transnazionali e quello di produzioni strategiche in paesi terzi equivale al suicidio in caso di emergenza. Non appena fuori dalla pandemia governi, multinazionali e aziende non tarderanno dunque a ricostituire filiere produttive nazionali capaci di offrire garanzie anche in caso di isolamento. E la globalizzazione ben difficilmente tornerà ad essere considerata la tanto decantata panacea. Anche per questo il dopo pandemia, ricorda su “Foreign Policy Magazine” Stephen Walt, professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard - “rafforzerà lo stato e rinforzerà il nazionalismo. I governi di tutte le tendenze adotteranno misure di emergenza per gestire la crisi e molti saranno riluttanti a rinunciare ai nuovi poteri anche quando la crisi sarà finita”.

In quest’ottica la democrazia “illiberale” varata in Ungheria da un Viktor Orban, pronto sull’onda di Covid a farsi attribuire pieni poteri dal Parlamento, ha buone possibilità di diventare un modello. Difficile peraltro dimenticare come lo strumento di contenimento dell’epidemia adottato dalla Cina attraverso la reclusione della popolazione sia diventato un modello di riferimento sia per l’Italia, sia per le altre altre democrazie colpite dal virus. Questo non aiuterà però Pechino a diventare la nuova nazione guida. La crisi della globalizzazione e il ritorno alla produzione locale incrineranno infatti la sua egemonia economica mentre l’opacità esibita nella prima fase del contagio potrebbe compromettere quel progetto della Nuova Via della Seta su cui Pechino contava per controllare il commercio globale. L’America difficilmente ne beneficerà. La riluttanza di Donald Trump a guidare la lotta ad un virus nemico comune del genere umano ne pregiudicherà inevitabilmente l’immagine di grande potenza. Le cifre della mortalità pandemica contribuiranno inoltre ad offuscare il ruolo dell’America in quella guerra al terrorismo islamista considerato fino ad ieri l’unica vera minaccia globale. Ipotizzando il contagio del 30 per cento della popolazione mondiale e una mortalità del 3% il bilancio dell’epidemia da Covid 19 potrebbe superare i 70 milioni di vittime. Ma i 55mila morti registrati fin qui su scala internazionale bastano fin da ora a ridimensionare la tragedia dell’11 settembre con le sue 2966 vittime nella sola New York o quella dei 360 morti causati in Europa tra il 2015 e il 2018 dagli attentati dell’Isis.

Già oggi un’opinione pubblica sconvolta per le 40mila vittime europee e le 14mila italiane fatica inevitabilmente a ricordare i soldati americani caduti nella guerra al terrorismo. E finisce inevitabilmente con il provare maggior entusiasmo per l’impegno dei cento fra medici o sanitari mandati da Vladimir Putin, dei 30 medici ed infermieri inviati dal premier albanese Edi Rama o dei 67 arrivati da Cuba. Insomma quando torneremo a uscir di casa potremmo scoprire che l’America è molto più lontana. La stima di 70 milioni di morti attribuita in prospettiva globale alla pandemia è più o meno l’equivalente delle 68 milioni di vittime registrate nel secondo conflitto mondiale. Pur con le dovute proporzioni visti gli appena due miliardi di abitanti del pianeta di allora a fronte dei sette miliardi e mezzo di oggi, l’ecatombe Covid non mancherà di stravolgere ordine mondiale.

Nella storia è sempre stato così. Gli otto milioni di morti causati da battaglie, pestilenze e carestie della guerra dei Trent’anni (1618-1648) innescarono quella pace di Westfalia che sancì la nascita dello stato nazionale e la fine del Sacro Romano impero. Le carneficine del primo conflitto mondiale, oltre a segnare la fine della Russia zarista, dell’impero asburgico e di quello ottomano aprirono le porte dell’Europa all’influenza americana e a quella dell’Unione Sovietica.

Allo stesso modo il dopo pandemia non si limiterà a cancellare le illusioni della globalizzazione e del neo-liberismo impostesi dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del duopolio Usa. Con esse svanirà l’ultima illusione condivisa dalle generazioni nate dopo il 1945 ovvero l’idea che collaborazione internazionale e progresso scientifico possano evitarci guerre ed ecatombi.

La crisi in Libia
© Sputnik . Andrey Stenin
La fine di quell’illusione è stata preceduta da altre falle nel sistema di garanzie regalatoci da 75 anni di pace ininterrotta. Le Nazioni Unite incapaci di fermare le guerre in Afghanistan, Siria, Yemen, Libia e Somalia esibiscono da tempo la loro costosa inutilità. La crisi economica del 2007 ha cancellato le certezze su lavoro, risparmi e pensioni. Il disastro della Grecia, abbandonata nel mezzo d’una tragedia finanziaria,ha incrinato le sicurezze sulla solidarietà europea. L’invasione dei migranti ha sollevato dubbi sulla lungimiranza dei politici europei a partire da una Angela Merkel celebrata come il grande timoniere della Ue. Nel buio della pandemia quei dubbi stanno diventando certezze. Mentre il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres invoca una risposta globale, il Palazzo di Vetro non riesce avarare uno straccio d’iniziativa conseguenziale a quell’impegno. E rischia di chiudere i battenti per aver tradito la sua stessa ragione d’essere ovvero rispondere alla più grave crisi globale mai registrata della sua fondazione.

L’Europa non sta certo meglio. L’egoismo della Germania di Angela Merkel declinato dai “niet” della presidente Ursula van der Leyen e della presidente della Banca Europea Christine Lagarde difficilmente verrà dimenticato. E non solo dagli italiani. A quell’egoismo s’accompagna, infatti, l’incapacità delle istituzioni europee di assumere decisioni concrete. Un’incapacità amplificata dallo spartito di regole e norme di cui i leader europei sono interpreti. Il “Patto di stabilità e crescita”, presunto postulato della stabilità europea, si dimostra oggi un masso legato al collo delle nazioni travolte dalla marea del contagio. Quel dogma difeso, a proprio esclusivo vantaggio, da Germania e paesi del nord appare la consacrazione politica di un neo-liberismo basato non sulla necessità, ma sul profitto. Principi intollerabili nel momento in cui la pandemia c’impone di salvare vite umane anche a costo di vanificare profitti presenti e futuri.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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