13:40 31 Maggio 2020
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I giorni continuano a succedersi in Italia scanditi da un rituale ormai tristemente monotono, di cui è l’apice la conferenza stampa pomeridiana con il quale la Protezione Civile aggiorna la contabilità del contagio e delle sue vittime.

Il governo ha varato un decreto legge che gli consentirà di estendere con semplici atti amministrativi la quarantena imposta l’11 marzo scorso per fermare la propagazione del Covid-19. Il premier Giuseppe Conte potrà valersene fino alla fine di luglio, termine ultimo dello stato d’emergenza nazionale dichiarato il 31 gennaio scorso, tanto per confermare tutte le attuali restrizioni quanto, eventualmente, per alleggerirle progressivamente.

Nel complesso, il pubblico sembra ancora incline ad accettare le privazioni della libertà cui è sottoposto, anche perché i numeri fanno tuttora obiettivamente paura: nella scorsa settimana, è stata superata la soglia psicologica dei 10mila morti e i decessi quotidiani, seppure in calo, continuano ad essere centinaia. L’inasprimento delle sanzioni a carico di non rispetti i divieti sta facendo il resto: gli italiani rimangono a casa.

Tuttavia, lo stato d’animo complessivo del paese, sia pure impercettibilmente, sta cambiando, mano a mano che oltre alle dimensioni della tragedia umana diventano evidenti anche le conseguenze economiche.

Non tutti gli italiani vivono di redditi fissi. Al contrario, per molti le entrate mensili sono una funzione variabile del lavoro fatturato, che in molti casi è cessato. È in grande sofferenza anche il cosiddetto “sommerso”, in cui opera la manodopera irregolare, spesso costituita da stranieri. E molto verosimilmente scalpita anche la criminalità organizzata, il cui giro d’affari risente evidentemente del coprifuoco calato su tutto il paese.

La circostanza spiega perché le considerazioni economiche stiano riprendendo peso nel dibattito politico. Matteo Renzi ha riaperto il dibattito con un intervento in cui ha sollevato il problema di cosa fare se il coronavirus rimarrà ancora a lungo in Italia, dando probabilmente voce a molti stakeholder preoccupati della salute futura del proprio business.

Forse ha sbagliato i tempi, dato che le preoccupazioni sanitarie sono ancora troppo pressanti perché si possa già iniziare a progettare la graduale riapertura del paese. Ma la gente ha ripreso a discutere e sui social si nota una crescente presa delle argomentazioni poste sul tavolo dall’ex Sindaco di Firenze. I favorevoli all’ammorbidimento della quarantena sono ancora minoritari, ma sono ormai un gruppo riconoscibile.

D’altra parte, al Sud si sono già registrati episodi inquietanti. Almeno un supermercato è stato assaltato a Palermo e sono state segnalate situazioni in cui la gente in fila alle casse non paga. Non è da escludere che in qualche caso stiano agendo anche le mafie che infestano alcune regioni italiane ed hanno bisogno di un allentamento del blocco per riprendere ad operare. Ma il disagio crescente è concreto, oltrepassa questi ambiti grigi e si avverte anche al Nord.

C’è preoccupazione anche per il futuro di interi settori produttivi e dei brand di maggiore successo, nei confronti dei quali si temono anche tentativi di acquisizione ostile dall’estero. Alcune fra le imprese più note d’Italia stanno procedendo a limitate riconversioni, che vengono incontro agli obiettivi bisogni sanitari del paese ma permettono anche di continuare a lavorare: sono ormai al servizio dell’emergenza coronavirus marchi come Armani, Bulgari e Calzedonia.

Persino la Ferrari si è messa a fabbricare ventilatori polmonari, probabilmente influenzando anche la recente decisione del presidente Trump di chiedere alla General Motors di fare altrettanto.

La debolezza oggettiva in cui si trova l’Italia spiega anche perché si stiano intensificando le pressioni tese ad aprire la procedura per l’assegnazione della commessa concernente l’allestimento dell’infrastruttura del 5G, di preminente interesse cinese.

Si teme anche per il mantenimento di alcuni importanti “campioni nazionali” in mano italiana: la svalutazione dei loro titoli in borsa li ha infatti resi più facilmente scalabili.

Ecco perché il governo e la politica tutta hanno iniziato a misurarsi anche sul domani. Un provvedimento recentemente varato da Conte ha messo sul piatto delle risorse che dovrebbero per qualche tempo sostenere la capacità d’acquisto dei ceti meno abbienti, ma i soldi disponibili risultano assolutamente insufficienti a fronteggiare le dimensioni ormai raggiunte dal problema.

È quindi prevedibile che arriveranno altri e più incisivi interventi. Nuove autorizzazioni di spesa sono in effetti già all’orizzonte, perché seppure la situazione sanitaria stia migliorando, non lo fa alla velocità che sarebbe necessaria per riaprire il paese in condizioni di sicurezza.

L’Italia sta cercando di reperire anche in Europa i più ingenti fondi che le servono, ma la situazione non è fra le più agevoli neanche in quella sede. Dentro l’Unione Europea si è infatti aperto uno scontro.

Alcuni Stati vorrebbero finanziare la guerra al virus e la ricostruzione successiva con l’emissione di strumenti di debito sovranazionali, in modo tale da condividerne gli oneri, mentre altri sono risolutamente contrari a qualsiasi iniziativa possa comportare forme di “socializzazione” presente o futura dello shock.

La linea di frattura separa i paesi più severamente colpiti dal Covid-19 da quelli che ancora non ne hanno sperimentato la letalità o pensano di aver adottato una strategia di lotta più rischiosa ma economicamente meno dannosa.

Contrappone altresì gli Stati più ricchi a quelli in maggiore difficoltà, come ha fatto brillantemente notare il primo ministro albanese Rama nel salutare i trenta connazionali che partivano alla volta dell’Italia per sostenerne gli sforzi, stigmatizzando l’atteggiamento dei paesi più ricchi che hanno voltato le spalle a quelli in difficoltà.

Non è stata questa la scelta dei cinesi, cubani, venezuelani, egiziani, di qualche privato americano e, naturalmente, dei russi che sono già giunti in Italia: questi ultimi scaraventati nell’epicentro del tifone sanitario, a Bergamo, dove hanno iniziato ad occuparsi della bonifica di alcuni fra i siti più sensibili, come le case di riposo per anziani.

Si fa quindi sempre più forte la sensazione che la pandemia non abbia affatto interrotto la competizione geopolitica e geoeconomica internazionale. Pare piuttosto averla intensificata, specialmente all’interno dell’Unione Europea, con il risultato di far venire meno in Italia molte consolidate visioni sulla solidarietà comunitaria e la presunta morte dello Stato-Nazione.

Il premier Conte è stato costretto a puntare i piedi a Bruxelles, ma non è ancora chiaro con quali risultati, a parte quello di aver guadagnato una tregua di due settimane. Si parla, inoltre, di irrobustire il golden power con il quale il governo italiano può fermare operazioni di fusioni societarie ed acquisizione di pacchetti azionari in aziende strategiche da parte di soggetti esteri, qualora lo richiedano gli interessi nazionali.

L’Italia sta giocando una partita decisiva. Può ancora vincerla, a patto che il virus venga messo sotto controllo nell’arco di tempo sperato agli inizi. Il 30 marzo, un calo sensibile dei contagi ha iniziato a far intravedere ad alcuni la fine del tunnel. Speriamo che non si riveli un’illusione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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