22:33 04 Agosto 2020
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La saggezza popolare è abituata a descrivere le banche ed i banchieri come i peggiori ladri. Rubano, si dice, ai poveri per dare ai ricchi e, peggio ancora, lo fanno legalmente. Quando poi si sospetta un connubio tra di loro e i politici, la convinzione di trovarsi di fronte e dei criminali aumenta.

Fondato o infondato che sia questo diffuso sentire, se decidiamo di applicarlo al caso del Libano diventa una incontestabile verità. Ma andiamo con ordine.

Anni orsono lo fece l’Argentina e lo scorso 10 marzo anche il Libano ha dichiarato default. In altre parole, il Governo di Beirut ha comunicato a tutti i suoi creditori che non potrà onorare i propri debiti. Nonostante sia un piccolo Paese, le cifre coinvolte non sono una inezia: il 9 marzo sono scaduti bond per un miliardo e duecento milioni di dollari, il prossimo 14 aprile ne scadranno altri settecento e in giugno sarà il turno di una terza trance di seicento milioni.

Poi ci saranno tutti gli altri bond a seguire. Il problema, per quello che una volta era considerato la “Svizzera del medio oriente”, è che il debito pubblico attuale arriva a circa 90 miliardi e che questa cifra corrisponde al 170% del prodotto nazionale lordo.

A differenza di altri Paesi, come ad esempio l’Italia, ha un deficit anche nelle partite correnti che arriva ogni anno a circa il 27% di ciò che il Paese produce. Inoltre, sempre a differenza con noi, non può nemmeno contare su un diffuso e importante risparmio privato.

Questa situazione non arriva all’improvviso. Tutto il debito si è accumulato nel corso degli anni e già nel 2006 aveva raggiunto un picco del 183% sul PIL di allora.

A questo punto qualcuno si domanderà del perché io abbia cominciato parlando di banche e di politici. Ebbene, la risposta è semplice: dalla fine della guerra civile del 1990 il Paese è stato gestito dalla connivenza tra i leader politici di tutte le fazioni, i banchieri privati e i grossi investitori immobiliari. A volte, le tre funzioni si trovavano nella stessa persona.

La politica libanese è divisa in partiti, anche armati, ognuno ha un alibi più o meno religioso e ciascuno deve mantenere le proprie clientele. Ci sono sunniti, a loro volta divisi in clan, gli sciiti riferentesi ad Amal o Hezbollah, i cristiani ancora più divisi tra di loro, i drusi e altri ancora.

Ognuno di questi gruppi ha sempre partecipato al potere (direttamente o indirettamente) e ha usato la propria posizione politica per distribuire prebende ai propri capi e ai seguaci. Quelle istituzioni dello stato che sarebbero deputate ad erogare servizi al pubblico sono sempre state inefficienti e ogni partito, ben contento di farlo, vi sopperiva direttamente elargendo a propria discrezione ciò che considerava utile ai fini del consenso.

Nella crescita del debito la Banca Centrale Libanese è corresponsabile per avere coperto sempre con artifici finanziari il buco che si creava ma i protagonisti maggiori del disastro sono le banche private commerciali.

Per finanziare tutte le clientele e far funzionare un minimo di statualista (esercito, polizia, quel poco di scuole e di ospedali, pareggiare la bilancia commerciale deficitaria, poco altro) occorreva trovare il denaro e la soluzione più immediata fu l’emissione di bond.  La lira libanese è stata legata al dollaro americano e, poiché si offrivano anche alti tassi di interesse, i bond diventavano una ottima opportunità di investimento per stranieri e per i locali.  

Soprattutto per le banche libanesi che preferivano prestare soldi allo Stato in questo modo anziché finanziare l’attività delle aziende. L’unica eccezione fu di finanziare i costruttori immobiliari legati ad uno o all’altro dei vari potentati. Il settore ebbe indubbiamente un boom dovuto alla grande domanda di abitazioni seguita alla fine della guerra civile. Chi ci guadagnava, oltre agli stessi costruttori e ai politici che li proteggevano, furono i proprietari delle banche.

La vendita dei bond fu anche utilizzata per procurarsi denaro fresco sul mercato internazionale e pagare così i deficit della bilancia commerciale (penalizzata dalla parità forzosa della Lira libanese con il dollaro americano, cosa che metteva fuori gioco le produzioni casalinghe).

Durante gli anni di governo di Rafik Hariri, le sue buoni relazioni personali con l’Arabia Saudita hanno consentito l’arrivo di grandi quantità di finanziamenti dalle monarchie del Golfo ma, dopo la sua morte, la presa di potere di Hezbollah filoiraniana e la discesa del prezzo del petrolio, quel flusso di danaro si è interrotto e ha fatto uscire allo scoperto le difficoltà finanziare del bilancio statale.

Quando Saad Hariri, figlio di Rafik, è tornato al potere dopo una breve parentesi, ha cercato di riempire il buco nei conti aumentando le tasse. Naturalmente non poteva permettersi di farlo nei confronti dei suoi ricchi sostenitori e tanto meno poteva togliere ai partiti gli strumenti economici da loro usati per garantirsi il consenso.

Ci si è dunque rivolti alla popolazione in generale accentuando le tasse sui consumi che già prima erano la base della raccolta fiscale. Molto maldestramente, si è anche decisa una tassa sull’uso di What’s App, lo strumento di comunicazione più diffuso in Libano. Questo ha dato il destro, nell’ottobre scorso, all’inizio di una rivolta popolare durata mesi ed è stata poi soffocata violentemente dall’intervento delle milizie ufficiali, esercito e polizia, dai militanti di Hezbollah e Amal e perfino da delinquenti mercenari ingaggiati dalle banche.

Ben prima che il default fosse dichiarato ufficialmente tutte le banche, probabilmente pre informate, hanno drasticamente ridotto il loro possesso di bond vendendoli a investitori stranieri o a ingenui risparmiatori locali. Sembrerebbe che chi ne abbia comprato la maggior parte sia stato il fondo britannico Ashmore, noto Hedge Fund specializzato nell’acquisizione di debiti delle economie emergenti. Naturalmente, quest’ultimo Fondo ha già espresso la sua opposizione all’ipotesi del default e si è affiancato a quei creditori e politici libanesi che vorrebbero rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per ottenere un aiuto che risolva la situazione.

Chi insiste nell’opporsi alla possibilità di ricorrere al Fondo è Hezbollah che ha fatto sapere di considerarlo un puro strumento dell’imperialismo statunitense. Il problema è che Hezbollah, tra l’altro orfano degli aiuti iraniani causa le difficoltà interne del Paese del Pavone, non ha offerto alcuna alternativa su come risolvere il problema del debito pubblico.

Nel frattempo, ai comuni cittadini libanesi è stato proibita la conversione della propria valuta in una straniera, e ogni individuo può ritirare dal proprio conto un massimo corrispondente a 100$ la settimana. Il valore della Lira è crollato e la parità nei confronti del dollaro ha perso il 33%. Poiché il cambio è praticamente impossibile chi, per qualunque motivo, volesse procurarsi dollari deve ricorrere al mercato nero dove però la svalutazione tocca un livello del 66%.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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