07:34 08 Luglio 2020
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Infezione di coronavirus diventa pandemia (23-30 marzo) (117)
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Il coronavirus e soprattutto la sua gestione politica stanno trasformando il mondo, al punto che non è difficile prevedere che nulla sarà più come prima anche una volta che il morbo avrà finito di uccidere.

Gli effetti che Covid-19 sta dispiegando interessano vari livelli, da quello interno a ciascun paese che lo combatte al piano internazionale. Si proverà a descriverne qualcuno fra quelli che appaiono già adesso destinati ad avere maggiore impatto.

Veniamo alla dimensione nazionale. La paura del contagio sta modificando sensibilmente l’atteggiamento della gente ordinaria nei confronti del proprio governo di riferimento.

Anche laddove si è inizialmente abbracciata la cosiddetta strategia dell’immunizzazione di gruppo, consistente nella rinuncia a contenere l’epidemia allo scopo di farne più rapidamente esaurire gli effetti, l’opinione pubblica ha reagito, imponendo l’adozione di provvedimenti fortemente restrittivi delle libertà personali.

Qualche stakeholder ha manifestato perplessità, evidenziando come l’istituzione di quarantene su vasti territori rischi di determinare il blocco di interi comparti economici e danni che saranno apprezzabili soltanto in futuro, ma senza successo. Sta infatti prevalendo l’altra linea, quella dell’intransigenza e del rigore.

Molto verosimilmente, è l’approccio sanitario corretto, quello che garantirebbe il rallentamento della propagazione della malattia, dando tempo alla ricerca di produrre un vaccino e delle terapie in grado di attenuarne la letalità dell’infezione. Ma non è questo l’aspetto della vicenda che qui si vuole illuminare.

Ciò che rileva dal punto di vista politico è l’accresciuta disponibilità dell’uomo della strada ad accettare severe limitazioni della propria libertà personale, spesso contribuendo volontariamente all’applicazione dei divieti sempre più stringenti introdotti dalla legislazione emergenziale.

Si osservano, anche in paesi dalle consolidate credenziali democratiche come l’Italia, estesi fenomeni di delazione normalmente associati alla pratica totalitaria. È verosimile che ne resti traccia nella coscienza collettiva anche dopo che tutto questo sarà stato superato.

A livello politico, una conseguenza ulteriore di questo stato di cose è il consolidamento dei governi e di chi li guida.

La premiership di Giuseppe Conte, ad esempio, si sta rafforzando. L’emergenza non solo ne rende al momento del tutto impraticabile il rovesciamento, per le conseguenze destabilizzatrici che dispiegherebbe in tutto il paese, ma sta consentendo al Presidente del Consiglio di emanare atti amministrativi “pesanti”, di fatto dotati della forza sostanziale delle leggi senza averne le caratteristiche formali.

Molti provvedimenti di recente emanazione trovano una loro giustificazione nella condizione straordinaria in cui è precipitata l’Italia, ma non è affatto detto che i loro effetti siano destinati a svanire una volta che la situazione sanitaria sia tornata alla normalità.

Sono stati infatti creati dei precedenti, che costituiscono un dato potenzialmente irreversibile. La passività dimostrata finora dal Parlamento ne confronti di questa deriva integra inoltre uno scenario in cui è chiaramente leggibile l’indebolimento del potere legislativo e dei sistemi di controllo nei confronti dell’esecutivo, che procede parallelamente al potenziamento dei poteri del premier.

Sta verificandosi poi, rimanendo all’Italia, un fenomeno dalle conseguenze ancora più profonde e meno facilmente prevedibili. La diffusione non omogenea del coronavirus sul territorio nazionale e la sua concentrazione in alcune aree del Nord stanno generando fenomeni di frammentazione piuttosto significativi.

Prima che venisse imposta la cosiddetta “zona rossa” nazionale, alcune autorità locali del centro-sud avevano tentato di vietare l’accesso ai rispettivi territori delle persone in fuga dalla Lombardia e dal Veneto.

È difficile che tale circostanza, emotivamente del tutto comprensibile, non si ripercuota sul modo in cui le diverse comunità che compongono l’Italia si percepiranno reciprocamente in futuro.

Il patto nazionale che tiene unito un paese ha una indispensabile componente affettiva che si sta affievolendo. I flash mob e l’invito frequentemente reiterato ad esporre il tricolore alle finestre in questi giorni di grande difficoltà sono forse un modo di ovviarvi, non si sa quanto efficace.

Ancora più importanti potrebbero rivelarsi gli effetti della condizione di marginalità ed abbandono che alcune regioni del Nord stanno sperimentando in questi momenti difficili.

A Bergamo c’è l’Esercito, che sta provvedendo anche al trasloco delle salme che non si riesce a cremare in situ. Ma nessuna fra le massime autorità dello Stato si è vista finora nelle aree in cui il virus è maggiormente presente. Si stanno infettando medici, poliziotti, prefetti e militari, anche di alto grado. Ma i detentori degli incarichi apicali sono rimasti per ora alla larga.

Alle prese con il morbo, alcune Regioni stanno provando a fare da sé, nominando propri commissari per gestire l’emergenza che si accingono ad operare in concorrenza con quello nominato dal governo per provvedere all’intero paese.

Le spaccature potrebbero accentuarsi e la competizione tra poteri concorrenti inasprirsi, forse dando nuova linfa ad un secessionismo che sembrava ormai archiviato, dopo la svolta nazionalista della Lega.

Poi c’è l’Europa. L’Italia ha riscoperto la validità di quella massima attribuita al generale De Gaulle, secondo il quale nel momento della prova suprema ogni nazione è sola. La solidarietà europea ha dato forti segni di cedimento e si è persino formata la percezione di un tentativo in atto di lucrare dei vantaggi economici ai danni del Bel Paese da parte dei suoi principali partner.

La circostanza non ha sorpreso i pochi realisti che si occupano di politica internazionale in Italia, ma ha spiazzato tutti gli opinion makers del mainstream, innescando un processo collettivo di ridefinizione delle narrative, che peraltro procede di pari passo anche nel resto d’Europa.

La convenzione applicativa degli accordi di Schengen è stata unilateralmente sospesa da molti paesi, inclusi alcuni pesi massimi dell’Unione, come Francia e Germania. Controlli sono stati ripristinati persino al Pont de l’Europe che congiunge Strasburgo alla cittadina tedesca di Kehl.

Di questi fatti si serberà memoria, così come del divieto di esportazione delle mascherine protettive che l’Italia aveva acquistato presso fornitori tedeschi.

Il processo d’integrazione europea è stato investito da una forte pressione nella direzione della rinazionalizzazione di molti aspetti della politica continentale. Le zone rosse nazionali, in via di strutturazione, lasceranno tracce nel modo in cui i paesi presenti in Europa si guarderanno reciprocamente in futuro. Il nuovo quantitative easing varato dalla BCE è forse anche il primo tentativo strutturato di farvi fronte. Vedremo se basterà.

Infine, è in atto una partita globale, il cui principale attore è la Cina. Teoricamente vittima principale del virus che l’ha colpita duramente prima di diffondersi, la Repubblica Popolare ne sta cavalcando brillantemente la gestione, esportando non solo il modello che ha prescelto per contrastare il morbo, ma proiettando influenza con una politica molto lungimirante di cooperazione sanitaria.

In Italia, sta dando frutti notevoli. È infatti forte la sensazione che impercettibilmente, giorno dopo giorno, le simpatie dell’opinione pubblica nei confronti di Pechino stiano crescendo, anche per effetto della totale mancanza di empatia da parte degli alleati europei ed atlantici di Roma.

I media italiani hanno assicurato ampia copertura all’arrivo dei medici e degli aiuti provenienti dalla Repubblica Popolare, al contrario di quanto si è verificato con l’ospedale da campo inviato nel Bel Paese da una organizzazione non governativa statunitense. Sono segni.

Quanto sta avvenendo in Italia, nell’Unione Europea e nei rapporti con la Cina induce a ritenere che troveremo un mondo molto diverso, forse irriconoscibile, una volta che il coronavirus sarà stato finalmente debellato. Questa consapevolezza fatica a farsi strada.           

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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