10:23 30 Marzo 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
4615
Seguici su

Lo scoppio dell’epidemia di coronavirus (covid-19) sta dando uin brutto colpo alle possibilità di crescita dell’economia mondiale.

In particolare, tutti gli analisti attribuiscono alla Cina una prospettiva che, se non di decrescita, potrebbe essere di una crescita del PIL molto più bassa delle già basse previsioni. La stima per il 2020 prima degli eventi era di un aumento di poco inferiore al 5,5; ora qualcuno la stima addirittura sotto il 4%. Si tratterebbe comunque di cifre enormi se confrontate ai miseri tassi del mondo occidentale e dell’Italia in particolare. Eppure, questi valori che per noi sarebbero un bengodi, per gli equilibri della società cinese potrebbero rivelarsi disastrosi. Noi, infatti, partiamo da livelli di ricchezza individuale media comunque superiori e le nostre aspettative di mobilità sociale sono più antiche e più modeste.

Guardando alla Cina, non bisogna dimenticare che quelli comunicati sono pur sempre dati ufficiali emessi dal Governo di Pechino e, magari con qualche pregiudizio (comunque comprensibile), non sono pochi gli economisti che li considerano calcolati per eccesso.Visto che si tratta di una economia ancora totalmente controllata dallo Stato, è’ oggettivamente impossibile per uno straniero aver accesso a tutte le informazioni necessarie. Anche le imprese private, per quanto la loro proprietà non sia pubblica, devono, in base a una locale legge, subordinare ogni loro attività alle richieste governative e essere sempre disponibili a fornire dati e informazioni (su di sé o raccolte in giro per il mondo) ogni volta che sia loro richiesto. Non si può quindi escludere che perfino i dati societari ufficiali e accessibili al pubblico possano essere diversi da quelli reali. Figuriamoci per i dati di bilancio dello Stato!

Detto ciò, diamo pure per buoni i valori trasmessi da Pechino e accontentiamoci di ammirare l’enorme e indubitabile progresso compiuto dal Paese del Dragone dalla morte di Mao ad oggi.

Tutto lascerebbe pensare che la crescita della potenza cinese sia oramai inarrestabile, e soprattutto ineluttabile, ma molte nuvole si sono affacciate nel frattempo sopra i cieli del Paese del Dragone. Nonostante l’eccezionale risultato di avere innalzato il prodotto lordo per abitante e aver ridotto in modo indubitabile la povertà assoluta in tutto il paese, occorre ricordare che il prodotto nazionale lordo cinese deve quasi tutto agli investimenti pubblici effettuati soprattutto in infrastrutture e abitazioni. Keynes, usando un paradosso, diceva che per fare girare l’economia potrebbe essere necessario pagare dei lavoratori affinché scavino una qualunque caverna e poi pagarli ancora per riempirla.

In realtà, il meccanismo sarebbe virtuoso se si trattasse di investimenti produttivi che siano poi utilizzati e contribuiscano a migliorare facilities e condizioni di vita degli abitanti. Purtroppo, finanziare ponti che non vanno da nessuna parte o costruire strade inutili o edifici altrettanto non produttivi aumenta la circolazione di moneta ma anche il debito ed è risaputo che le condizioni generali dell’economia cinese stiano peggiorando in modo marcato dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi. Non va dimenticato quello che gli economisti chiamano il “middle incometrap”. Si tratta della naturale inversione di tendenza economica che tocca quei Paesi che si sono sviluppati molto velocemente nei redditi ma che non hanno visto contemporaneamente l’idoneo adattamento delle infrastrutture istituzionali. In particolare la legislazione riguardante i commerci, la giustizia e le libertà civili. In questi casi la crescita corre il rischio non solo di rallentare, bensì addirittura di trasformarsi in forte decrescita.

Non se ne parla ma il debito pubblico è quadruplicato in termini assoluti negli ultimi dieci anni e adesso supera il 300% del Pil. Pechino ha finanziato, direttamente o indirettamente, la nascita di cinquanta città fantasma piene di uffici vuoti, appartamenti, supermercati e aeroporti. Si stima che il 20% delle abitazioni di recente costruzione rimanga vuoto e anche la capacità produttiva delle trenta maggiori industrie eccede del 30% il potenziale assorbimento del mercato. Il numero di fallimenti delle imprese private è in costante crescita e lo stesso Governo cinese stima di avere bruciato tra il 2009 e il 2015 ben 6mila miliardi di dollari in “investimenti improduttivi”. Aggiungiamo a ciò che l’ambizioso progetto delle Nuove Vie della Seta (marittima e terrestre) richiede enormi investimenti e il debito complessivo in costante crescita fa pensare a qualche analista che potrebbe essere ridimensionato, o almeno rallentato.

A tutto ciò occorre aggiungere che la politica del figlio unico sta provocando una crisi demografica che ha cominciato a diventare preoccupante. Fino alla fine degli anni ’90 c’erano otto persone in età di lavoro per ogni cittadino di oltre 65 anni. Attualmente i demografi stimano che nel corso dei prossimi trent’anni verranno meno circa 200 milioni di persone in età lavorativa (e quindi anche giovani consumatori) mentre cresceranno di 300 milioni i senior. Sul piano della politica interna l’allora premier Wen Jiabao aveva già avvertito che il modello di crescita cinese era “instabile, sbilanciato, non coordinato e insostenibile”. Anche Xi, in diversi discorsi, ha messo in guardia i membri del partito da un potenziale collasso in stile sovietico. Il calo della crescita e il forte indebitamento possono diventare forieri di malcontento popolare a causa delle crescenti aspettative via via deluse e per far fronte a questa prospettiva o cercare di prevenirla il governo ha raddoppiato negli ultimi dieci anni le spese dedicate alla sicurezza interna. Contemporaneamente, ha dato vita a una forte campagna nazionalistica, ha aumentato la censura, imprigionato in campi di concentramento un milione di Uiguri e attribuito allo stesso Xi i poteri di un dittatore a vita.

Davanti ad una situazione critica di questo genere è possibile che succeda alla Cina quello che è accaduto in precedenza in altri Paesi. Tutte le società reduci di una grande crescita economica arrestatasi più o meno improvvisamente hanno visto frustrate le attese di chi aveva visto altri migliorare le proprie condizioni di vita e teme di non essere in grado di fare altrettanto. Conseguenza: aumento del malcontento diffuso e dei disordini sociali. Esattamente ciò che successe anche agli Stati Uniti alla fine dell’800. In quel caso, la“democratica” America reagì sopprimendo con violenza scioperi, protestee annettendo territori in America Latina e nei Paesi dell’Oceano Pacifico per garantirsi con la forza nuovi sbocchi per le proprie merci e assicurarsi i rifornimenti di materie prime.

E’ vero che in un periodo di globalizzazione dei mercati la proiezione commerciale all’estero potrebbe avvenire in maniera pacifica, ma il periodo di grande aumento degli scambi internazionali sembra sia passato e la tendenza va verso la contrazione degli stessi. Ovunque rinasce la voglia di protezionismo ed è anche aumentata la diffidenza suscitata dagli investimenti e dalle manovre espansive cinesi. Non si può escludere che Pechino ritenga di dover ricorrere a metodi più assertivi per garantirsi il proprio “spazio vitale” e per mantenere il consenso interno.

Abbiamo già avuto l’occasione di sottolinearlo, ma i rischi causati da una possibile caduta dell’economia cinese sarebbero pesanti anche per noi europei, anche al di là degli aspetti puramente mercantili. Se Pechino riuscisse a superare pacificamente la crisi che sembra destinata a durare per almeno un altro decennio, dovremo abituarci a fare i conti con una cultura dominante nuova, ammirevole ed eccezionale per certi aspetti ma storicamente restia a compromessi con altre culture. Se, invece, la situazione interna cinese dovesse peggiorare, le ipotesi potrebbero essere due. La prima si verificherebbe qualora il potere politico centralistico del Partito Comunista Cinese riuscisse a mantenersi forte e compatto. In questo caso, per garantirsi la stabilità economica e sociale interna accentuerà i toni aggressivi e nazionalisti verso l’estero, anche a costo di affrontare scontri e nuove guerre. Al contrario, in una seconda ipotesi e cioè se il Partito Comunista Cinese non ce la facesse a reggere il crescente malcontento popolare potrebbero crearsi le condizioni di una possibile guerra civile con una diffusa povertà di ritorno.

Il confucianesimo, recuperato e promosso nuovamente anche da Xi Jinping, è profondamente radicato nella cultura del cinese medio e considera indispensabile alla società (e alle famiglie) uno stato di “armonia”. Quando tale armonia venisse a mancare, è “scritto nel cielo” che la responsabilità sarà stata dell’”imperatore” di turno (o del capofamiglia) e la ribellione sarà giustificata.

Ci troveremo allora decine di milioni di cinesi che fuggono dal loro Paese e si disperdono un po’ ovunque nel mondo provocando, a causa del loro ingente numero e della loro renitenza a integrarsi, instabilità e conflitti nelle società che li accoglieranno.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook