10:12 30 Marzo 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
0 91
Seguici su

Nonostante i filtri sulle emissioni siano sempre più efficienti, la criminalizzazione dell’uso del carbone sta spingendo verso una più accentuata diversificazione delle fonti energetiche.

Le energie alternative

Il petrolio sta seguendo la stessa strada e il suo utilizzo, pur rappresentando ancora la più grande delle fonti di energia, è anch’esso destinato a diminuire di importanza. Considerata la tecnologia attualmente disponibile, occorre ricordare che tra le fonti energetiche alternative sia il vento sia il solare hanno forti limitazioni. L’elettricità prodotta dagli impianti eolici non è solitamente consumabile in loco e necessita di essere introdotta in una rete di distribuzione. Inoltre, non tutte le zone sono produttive a causa dell’incostanza del vento. I costi di realizzazione di ogni singolo impianto sono ancora notevoli e i mini impianti stentano a farsi strada per i motivi economici legati alla scarsa redditività. Il solare fotovoltaico è più elastico e i costi di produzione sono in costante e rapida caduta. Anche in questo caso, tuttavia, se si prende in considerazione il rapporto tra quanto costa la realizzazione, i tempi necessari per l’ammortamento e l’ampiezza delle superfici necessarie, si scopre che anche il fotovoltaico continua a rimanere una fonte di energia non competitiva con le altre attualmente disponibili. Si deve aggiungere che il rendimento di tali impianti è molto variabile, legato com’è alle condizioni climatiche e stagionali.

Il problema che accomuna entrambe le suddette energie “alternative” risiede nel fatto che la tecnologia attuale ancora non consente di stoccare l’elettricità creata per il lasso di tempo sufficiente a poterne usufruire in tutti i momenti in cui non sono in attività (mancanza di vento, di sole o condizioni metereologiche avverse). L’unica risorsa alternativa a quelle fossili che sembra godere di tutte le caratteristiche ideali rimane l’idroelettrico. Purtroppo, anche questa soluzione ha dei limiti dati dall’orografia e dalla necessità di avere spazi adatti per sistemarvi i bacini di raccolta delle acque. L’ottimale sarebbe un mix tra tutte e tre ove, nei momenti in cui l’energia non viene prodotta dai primi due, quella accumulata poco prima viene usata per riportare l’acqua da valle a monte e sfruttare di conseguenza la sua ricaduta per far girare le turbine. Tuttavia, anche in questo caso occorre la coesistenza di più condizioni: il luogo idoneo, la capacità di stoccaggio per il tempo necessario e una certa costanza di produzione nella fase precedente il pompaggio.

Il nucleare e la ricerca scientifica

L’energia nucleare che sembrerebbe essere la più “pulita” ha tempi e costi di realizzazione enormi e, di là dai rischi che anche gli impianti più avanzati possono creare (vedi ad esempio Fukushima o altri), la sua “pulizia” vale soltanto fino a quando arriva il momento di smaltire le scorie nucleari. È infatti risaputo che la loro radioattività si estende attraverso i secoli e nessuno, in nessuna parte del mondo, vuole più avere questi depositi, per quanto apparentemente sicuri, vicino a casa.

La ricerca scientifica sta cercando di fare sforzi per aumentare le capacità di stoccaggio dell’energia elettrica e, contemporaneamente, sta sviluppando sistemi fotovoltaici sempre più capaci di sfruttare anche il minimo raggio di luce ma, ad oggi, le cose stanno come esposto poco sopra. Anche nel nucleare molto cambierebbe qualora si riuscisse a realizzare la fusione dell’atomo anziché l’attuale fissione. Purtroppo, pure in questo caso si sono avuti finora solo tanti tentativi per produrre energia elettrica ma con esiti per il momento non significativi e del tutto sperimentali: sono diversi gli ostacoli da superare, primo tra tutti il fatto che servirebbe una temperatura elevatissima. Per questo motivo gli studiosi stanno studiando un metodo per poter ottenere una fusione nucleare a freddo, ma siamo soltanto ad un livello sperimentale.

Il gas

Considerato questo quadro che è noto a tutti (di là da diverse e roboanti dichiarazioni demagogiche), l’unica fonte di energia alternativa al petrolio, costante e attualmente disponibile ad un costo accessibile, è il gas.

Non è un caso che proprio questa risorsa, per quanto fossile, sia quella su cui puntano i governi di tutto il mondo siano essi produttori, consumatori o entrambi. Il consumo di gas per alimentare centrali elettriche (o per altri usi) è in costante aumento: dal 1990 ad oggi la sua domanda nel mondo è più che raddoppiata con una crescita media annua del 2,5%. Nel 2019 e rispetto al 1990 la domanda di petrolio è diminuita dal 40 al 33% della richiesta globale di energia mentre il gas è passato dal 20 al 24% (il carbone è ancora al 27%). Gli analisti prevedono che entro il 2026 si consumerà nel mondo più gas di carbone ed entro il 2040 perfino più del petrolio.

Le implicazioni geopolitiche

A questo punto entrano in gioco le considerazioni geopolitiche. Il gas è presente in varie parti del mondo ma, comprensibilmente, in misura molto diversa tra un’area e l’altra. Fino a pochi anni orsono le più grandi riserve al mondo e la conseguente capacità di esportazione si trovavano in Russia. Al secondo posto come potenzialità l’Iran e poi, via via, il Qatar e l’Australia. Le riserve britanniche e norvegesi stanno oramai incamminandosi verso l’esaurimento e i giacimenti presenti nel resto del mondo sono tutti di minori capacità. Dall’inizio degli anni 2000, la rivoluzione tecnologica apportata dal metodo shale ha cambiato le carte in tavola. Gli Stati Uniti, già primi importatori di petrolio al mondo, sono riusciti a diventarne i maggiori produttori (anche davanti alla Russia) e anche nel gas hanno sviluppato enormi potenzialità.

La distribuzione del gas dal produttore all’utilizzatore avviene in due soli modi: lunghe condotte (spesso interrate) oppure la sua liquefazione alla partenza e la rigassificazione all’arrivo (LNG). Per entrambi i metodi il costo dell’investimento iniziale non è esageratamente diverso anche se è evidente che, quanto al prezzo finale, il gas trasportato nei tubi viene a costare meno di quello che sarà trasportato via nave e trasformato due volte.

È anche per questo motivo che i volumi di quello venduto via tubi è sempre stato molto maggiore ma, da qualche anno a questa parte, il gas liquefatto ha conquistato quote di mercato. Nel 1990 rappresentava il 16 % del totale, oggi arriva al 46%.

Il Qatar è sempre stato il leader di questa fetta di mercato, anche se dapprima l’Australia e ora gli Stati Uniti han cominciato a mettere in discussione la sua supremazia. L’Australia aveva fatto enormi investimenti nella liquefazione presso i propri terminali ma il suo costo di produzione è sensibilmente più alto di quello Qatarino e la caduta dei prezzi l’ha penalizzata. Entrambi, hanno avuto sempre come mercati principali di sbocco i Paesi asiatici e la crescita eccezionale della domanda cinese ha aumentato la loro importanza strategica come fornitori.

Gli Stati Uniti sono gli ultimi arrivati (grazie allo shale) ma le loro potenzialità sono molto superiori e hanno bisogno di smaltire la loro produzione incamerando valuta fresca. Se all’Iran fosse consentito di operare senza subire quelle sanzioni che gli impediscono di esportare sia petrolio sia gas diventerebbe un pesante incomodo per tutti e tre aumentando la concorrenza. Il problema non è sentito tanto dal Qatar, che addirittura è arrivato a cattivi rapporti con i vicini sauditi per aver deciso di sviluppare proprio con Teheran un grande giacimento nelle acque comuni tra i due Paesi. La concorrenza riguarderebbe piuttosto gli australiani e, soprattutto, gli americani appena affacciatisi sul mercato. Certamente non è questa la ragione principale dell’ostilità americana (Trump) contro l’ex “regno del Pavone”, ma anche questa voce può rientrare nel paniere aggiungendosi alle altre motivazioni.

Il punto forte della produzione americana, nonostante i maggiori costi dello shale rispetto alle semplici perforazioni sta nell’estrema elasticità contrattuale del suo mercato produttivo e nel fatto che la produzione con metodo shale (a differenza del metodo tradizionale) può interrompersi e riprendere in tempi molto ravvicinati e senza gravi aumenti dei costi.
L’Europa

Attualmente i maggiori consumatori di gas al mondo sono l’Europa e la Cina. Mentre la prima si basava soprattutto su quello arrivato via condotte dalla Russia, dalla Norvegia (in diminuzione per esaurimento prossimo), dall’Algeria e dalla Libia, Pechino lo importava (fino a qualche anno fa) principalmente via mare. Le prime condotte per il gas verso la Cina furono quelle in arrivo da Myanmar a cui si è poi aggiunto quello dal Turkmenistan e dal Kazakhstan. Dallo scorso anno, dopo lo storico accordo con Mosca, è in funzione il nuovo gasdotto siberiano “Power of Siberia” che è destinato a diventare la maggior fornitura via terra. Ciò non toglie che lo LNG sia comunque destinato ad aumentare, almeno verso il nostro continente, anche tenuto conto che quello libico diminuirà sempre più in quantità fino a che non finirà l’instabilità in corso e le pressioni americane che spingono l’Europa a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento rispetto a quello russo. La Russia esporta il suo gas in Europa dal 1970 tramite condotte e, in qualche modo, è sempre stata legata a noi come suoi principali compratori. La politica delle sanzioni e il tentativo di isolarla politicamente l’hanno convinta, seppur controvoglia, a costruire il gasdotto orientale e ha così trovato un nuovo grande compratore.

Nessuno, tuttavia, né venditore né compratore, vuole dipendere più di tanto dall’altro e perfino la Russia ha cominciato a investire sulle proprie coste del nord in impianti di liquefazione per accrescere il numero di clienti potenziali. Dal canto suo, l’Europa ha già una capacità di rigassificazione di ben più di 200 miliardi di metri cubi che sta utilizzando solo al 30 per cento. Se i rapporti con Mosca dovessero continuare a rimanere non ottimali, non si può escludere che le importazioni di LNG potrebbero aumentare (nonostante il prezzo più alto), magari anche dagli Stati Uniti. Guarda caso, la Polonia ha già cominciato a farlo e, senza voler essere maliziosi, siamo sicuri che a Washington nessuno se ne dispiace.

In conclusione, le fonti alternative a quelle fossili sono bellissime e desiderabili e tutti speriamo che presto si possa smettere di estrarre energia dal sottosuolo. Dobbiamo però essere consci che immaginare che se ne possa fare a meno dal 2050 è una pura illusione. Ciò che in realtà (e fortunatamente) sta avvenendo è che stiamo riconvertendo i nostri consumi energetici dal petrolio e dal carbone verso il gas e ciò per l’ambiente è già una buona cosa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook