10:13 30 Marzo 2020
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L’undicesimo summit dei capi di Stato e di Governo dei paesi BRICS, tenutosi a Brasilia il 13-14 novembre scorso, ha posto come priorità la “Crescita economica per un futuro innovativo”.

Anche il lavoro preparativo, perciò, si era concentrato sul rafforzamento della cooperazione nei campi della scienza, della tecnologia, dell’innovazione e della digitalizzazione applicabili in tutti i settori dell’economia. Oltre alla continua lotta contro il crimine organizzato, il traffico di droga e il riciclaggio, l’incontro ha posto al centro dei lavori soprattutto il ruolo strategico operato dalla New Development Bank (NDB) e la sua stretta collaborazione con il BRICS Business Council, l’organismo di consultazione e di progettazione formato da economisti e industriali.

Nella loro analisi del quadro economico generale i BRICS, a differenza di più recenti incontri dove esprimevano apprezzamenti per i miglioramenti economici globali in corso e per una certa stabilità acquisita, nella dichiarazione finale di Brasilia affermano, invece, una forte preoccupazione sulla tenuta del sistema.

“Dal nostro ultimo incontro - essi affermano - la crescita economica globale si è indebolita e i rischi di recessione sono aumentati. Le tensioni commerciali e l'incertezza politica hanno influito negativamente sulla fiducia, sul commercio, sugli investimenti e sulla crescita. In questo contesto, ricordiamo l'importanza di mantenere i mercati aperti, i commerci equi, giusti e non discriminatori, le riforme strutturali, la concorrenza effettiva ed equa, la promozione degli investimenti e dell’innovazione, nonché i finanziamenti per le infrastrutture e per lo sviluppo. Rileviamo - essi aggiungono - la necessità di una maggiore partecipazione dei paesi in via di sviluppo alle value chains globali.”

Si tratta di un’attenzione costante alle evoluzioni economiche internazionali, anche perché è sempre opportuno ricordare che il Gruppo dei paesi BRICS nacque proprio come risposta alla Grande Crisi finanziaria e alla conseguente generale recessione economica del primo decennio del 2000.

© Sputnik . Vladimir Sergeev
La leadership politica ed economica dei BRICS dimostra, così, di conoscere bene il rischio di una nuova crisi globale. Per il momento, però, essa sembra non voler portare alla luce fatti e dettagli che renderebbero evidente la china pericolosa che la finanza mondiale sta nuovamente percorrendo.

A differenza di dieci anni fa, oggi bisognerebbe, invece, analizzare attentamente gli andamenti dei mercati finanziari e delle bolle del debito a livello internazionale e in particolare negli Stati Uniti, che ancora determinano i grandi processi finanziari globali.

Occorre, perciò, avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato. I dati riportati di seguito sono attinti da report e studi del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), del Financial stability board (Fsb) e di altri organismi ufficiali.

La bolla del debito

Il debito aggregato mondiale (pubblico e privato) raggiungerà a fine 2019 i 255mila miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177mila: un aumento di quasi 80mila miliardi in dieci anni. Usa e Cina insieme rappresentano il 60% del totale. Anche il debito aggregato delle economie emergenti è arrivato a 71.400 miliardi, pari al 220% del loro Pil.

L'intero debito mondiale, senza contare quello del settore bancario e finanziario, è cresciuto fino al 250% del Pil. Era del 200% nel 2008.

La componente in forma di obbligazioni del suddetto debito globale è molto rilevante. In dieci anni si è passati da 87mila a 115mila miliardi di dollari. Di esso la parte dei bond sovrani, quelli degli Stati, è cresciuta dal 40% al 47% del totale. Inoltre, la quota relativa ai paesi emergenti nel decennio è cresciuta da 17mila a 28mila miliardi.

Dal 2007 a oggi soltanto il debito pubblico mondiale è più che raddoppiato, passando da 28.700 a oltre 70.000 miliardi di dollari. Nello stesso periodo quello americano è triplicato, adesso è circa un terzo del totale.

Secondo il Fmi, ancora oggi l'85% delle 24 economie coinvolte nella crisi bancaria del 2008, 18 delle quali erano del settore avanzato, manifesta deviazioni negative rispetto al trend precedente la crisi. Il livello produttivo di oltre il 60% delle citate 24 economie resta ancora sotto i livelli di prima della crisi.

Corporate debt

La bolla dei corporate bond è diventata la minaccia più seria al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha raggiunto la vetta dei 72.600 miliardi di dollari, pari al 91,4% del pil mondiale. Si tratta di titoli obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l'abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.

Negli ultimi dieci anni detta bolla è cresciuta di ben 27mila miliardi a livello mondiale. Una crescita molto forte si è registrata nelle economie emergenti dove, nello stesso periodo, si è passati da 20mila a 30mila miliardi di dollari di corporate debt. In rapporto al loro Pil, il debito corporate è passato dal 56 al 105%. In Cina ha raggiunto i 15.400 miliardi. Pechino si difende mettendo in rilievo il fatto che gli attivi sottostanti sarebbero pari a 20mila miliardi di yuan. Un rapporto migliore rispetto a tanti paesi occidentali.

Le preoccupazioni menzionate applicate in particolare alle economie dei paesi emergenti sono confermate anche da uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), secondo il quale la passata politica di tasso zero della Federal Reserve li avrebbe indotti a indebitarsi in modo sproporzionato, soprattutto nei settori privati. Infatti, la percentuale del loro debito corporate sul totale mondiale è passata dal 7% del 2007 al 26% del 2017.

Il Fmi, inoltre, evidenzia che circa 19mila miliardi di corporate debt delle maggiori economie, Usa, Cina, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, sarebbero a rischio di default (fallimento) qualora dovesse verificarsi un'altra crisi economica globale.

Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 15.500 miliardi di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11mila miliardi. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l'epicentro di un'ulteriore e più grave crisi finanziaria globale. Dal 2008 a oggi negli Usa l'ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.

Shadow banking

Nel frattempo il mondo della finanza è cambiato profondamente: le banche non sono più al primo posto. Secondo il «Global Shadow Banking Monitoring Report 2018» del Financial stability board (Fsb), in passato guidato anche da Mario Draghi, alla fine del 2017 gli attivi finanziari globali totali ammontavano a 382.300 miliardi di dollari. Circa cinque volte il Pil mondiale.

Essi sono così suddivisi: 185mila miliardi gestiti dagli organismi finanziari non bancari, 151 mila dalle banche, 30 mila dalle banche centrali e il resto da istituti finanziari pubblici. Gli organismi finanziari non bancari, cioè «gli enti e le attività dell'intermediazione del credito che operano fuori dal sistema bancario regolare», sono considerati e chiamati dallo Fsb shadow banking, sistema bancario ombra.

I non bancari comprendono le assicurazioni con 33mila miliardi di dollari di attivi concentrati negli Usa e in Europa, i fondi pensione con 36.600 miliardi, il 60% dei quali in mano americana, e ben 116.600 miliardi dei cosiddetti Other Financial Intermediaries (Ofi) che includono vari tipi di fondi d'investimento, hedge fund, holding finanziarie e altri organismi finanziari, spesso «molto fantasiosi» e speculativi.

L'area euro degli Ofi conta attivi per 32mila miliardi di dollari, superando gli Usa e di molto la Cina, dove è in atto, però, una crescita straordinaria.

All'interno degli Ofi vi è un settore in continuo aumento, chiamato narrow measure of shadow banking, che rappresenta ben 51.600 miliardi di attivi. Secondo il Fsb, le operazioni narrow measure sono molto più rischiose delle altre in quanto utilizzano massicciamente la leva finanziaria, operano cioè con grandi numeri ma pochi capitali propri. Sono esattamente le situazioni che si erano create alla vigilia della Grande Crisi del 2008. Circa le citate operazioni narrow measure gli Usa sono ancora i primi con il 29%, seguiti dall'Europa con il 23% e dalla Cina con il 16%. È molto rilevante il fatto che le Isole Cayman, il «paradiso fiscale» per eccellenza, rappresenti oltre il 10% del totale!

Lo shadow banking negli Usa è cresciuto enormemente: si è passati dai 28mila miliardi del 2010 ai 45mila di oggi. Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l'importante agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, è tornata a paventare rischi di nuove crisi. «Siamo in una bolla», e ha aggiunto che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, ha affermato, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria, ha rilevato.

I fondi indicizzati

Una delle manifestazioni più aggressive dello shadow banking è rappresentata dai cosiddetti fondi indicizzati, exchange trade funds (etf), cioè i fondi d’investimento che operano in conformità a un indice di riferimento.

Uno studio, intitolato “The three giants”, dell’ Harvard University mostra una precisa fotografia del crescente potere di tre etf americani, i fondi BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors (SSGA). I fondi indicizzati etf sono fondi d'investimento che raccolgono capitali e risparmio da diversi soggetti e li investono in un «portafoglio di titoli» di corporation comprese in alcuni indici borsistici di Wall Street. Il caso emblematico è quello di Standard&Poor's 500. Detti fondi comprano un ventaglio di partecipazioni

I Tre Giganti complessivamente gestiscono ben 14mila miliardi di dollari di attivi (assets under management). La loro crescita è stata vertiginosa. In dieci anni, di tutti i capitali confluiti nei vari fondi d'investimento, l'80% è finito nei tre colossi. In venti anni la loro partecipazione azionaria nelle grandi corporation americane, che fanno parte dello S&P 500, è quadruplicata, passando dal 5,2% al 20,7%.

BlackRock e Vanguard, di fatto, detengono ognuna più del 5% delle azioni di tutte le corporation comprese nell'indice menzionato. Il paper succitato stima che i Three Giants rappresentino il 25% dei voti nelle assemblee direttive delle imprese in questione.

Dopo le banche “too big to fail”, (troppo grandi per lasciarle fallire), la cui pericolosità era stata denunciata anche da parecchie indagini condotte da varie Commissione del Congresso americano, adesso si pone il problema dell’eccessiva concentrazione finanziaria e gestionale dei fondi indicizzati.

I derivati otc

Anche il settore dei derivati finanziari è sfuggito ai tentativi di controllo e di contenimento della riforma finanziaria americana Dodd-Frank Act. La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (Bri) ha pubblicato una serie di studi sui mercati dei derivati over the counter (otc) in cui evidenzia che negli anni il loro valore nozionale a livello globale si è sempre mantenuto tra un minimo di 500mila fino a 650mila miliardi di dollari. Non molto distante dal picco di circa 700mila miliardi della Grande Crisi. Gli otc sono derivati finanziari non regolamentati, trattati fuori dai mercati regolari e spesso tenuti anche fuori bilancio. Sono forse i frutti più pericolosi della cosiddetta deregulation finanziaria. 

L'ESMA, l'Autorità Europea per la Vigilanza sui Mercati Finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660mila miliardi di euro, di cui oltre 542mila sono otc. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, rappresentano solo una minima parte del mercato.

Fino ad oggi, ci si è basati solo sui dati forniti dalla Bri , che a fine 2017 aveva, invece, quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi. La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Al riguardo è doveroso notare che in passato erano sempre state le grandi banche americane a detenere i primi posti nei mercati otc. Oggi, invece, sorprendentemente è la tedesca Deutsche Bank ad essere la numero uno, con oct per un valore nozionale pari a 43.500 miliardi di euro!

Turbolenze del sistema monetario

Dal fallimento della Lehman Brothers del 2008, anche il sistema monetario internazionale è in continua e a volte tumultuosa turbolenza.

Se persino un economista della banca americana Jp Morgan Chase, la più grande tra le too big to fail, ammette che l'era del dollaro, come moneta degli scambi internazionali, è arrivata al termine, vuol dire che qualcosa d'importante sta veramente cambiando nel sistema monetario mondiale. Il dollaro è stato la valuta dominante per quasi un secolo. Ma Craig Cohen, l'economista della citata banca, afferma che «il dollaro potrebbe perdere lo status di principale valuta internazionale».

A più di settant’anni dalla nascita del sistema di Bretton Woods, l’economia mondiale è profondamente cambiata. Sono emersi nel frattempo nuovi attori economici, tra cui il gruppo dei paesi BRICS e l’Unione europea. Il dollaro è ancora la valuta usata in oltre il 60% delle operazioni commerciali mondiali e la principale moneta di riserva, ma il peso dell’economia americana rispetto al totale mondiale è diminuito.

La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell'energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato futures sul greggio denominati in yuan. In pochi mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.

Anche la composizione delle riserve monetarie è in corso di trasformazione. Negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve russe è quasi decuplicata. La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Un quinto di tutte le riserve russe. Nel 2018 la Banca centrale russa ha dimezzato le riserve di dollari passando dal 45,8% al 22,7% del totale, sostituendoli con l'euro (passato dal 21,7% al 31,7%) e con lo yuan (salito dal 2,8% al 14,2% del totale)

Ogni mese la Cina acquista decine di tonnellate di oro che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa duemila tonnellate. Rimane ancora molto spazio, poiché l'oro rappresenterebbe solo il 3,5% del totale delle riserve cinesi. Comunque, la concentrazione di oro è ancora negli Usa. Vi sarebbero, infatti, circa 8.200 tonnellate, pari a oltre il 70% di tutte le riserve americane. Una simile percentuale vale anche per la Germania. In Italia l'oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve. Ma la tendenza a livello mondiale, anche nei paesi occidentali industrializzati, di rimpiazzare il dollaro, nella composizione delle riserve, con l'oro e con altre monete prosegue speditamente.

La progressiva perdita di affidabilità del «sistema dollaro» è testimoniata anche dalla presa di distanza di molti investitori istituzionali internazionali dai titoli di stato americani. In passato la Russia era ritenuta uno dei maggiori investitori in Treasury bond. Nel 2010 ne aveva 176 miliardi di dollari. Adesso la quota è scesa a 12 miliardi. La Cina, il principale detentore mondiale di Treasury bond, mese dopo mese ne vende per decine di miliardi di dollari. Negli ultimi due anni ha raggiunto il minimo storico, scendendo a 1.100 miliardi. Anche Giappone e Gran Bretagna stanno restringendo le loro quote di Treasury.

Guerre sui dazi e uso delle monete locali

A ogni azione corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. È il caso della politica dei dazi e delle sanzioni: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile per gli scambi commerciali e come riserva monetaria.

Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l'utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. La stessa realizzazione della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell'Asian Infrastucture Investment Bank (Aiib), serviranno per l'internazionalizzazione dello yuan.

Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio «Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries» pubblicato dall'Istituto Russo di Studi Strategici (Riss).

Fino al 2016, il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l'1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%. Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava simili sviluppi.

Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro, quale moneta di riferimento, con un paniere di monete. Si tratterebbe di un’evoluzione razionale, pacifica ed equa verso un nuovo sistema monetario internazionale che riflette un mondo multipolare. Intanto il Fmi ha dovuto rivedere le sue quote di partecipazione, riconoscendo il maggiore peso economico della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete che compongono i diritti speciali di prelievo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

Le risposte convenzionali non bastano

In un’eventuale situazione di nuova crisi, anche la Bri reputa che un salvataggio da parte delle banche centrali potrebbe non essere sufficiente poiché sono cambiati drasticamente i parametri d’intervento. Oggi le cause di una recessione sono più legate al settore finanziario, in particolare quando esso si rende protagonista di un'espansione non sostenibile.

La Bri riconosce che la politica monetaria espansiva è stata necessaria per portare le economie dei maggiori paesi industrializzati fuori dalla crisi. Le politiche dei quantitative easing, di immissione di nuova liquidità nel sistema per l'acquisto di obbligazioni pubbliche e altri titoli, quali gli asset backed security in possesso delle banche, hanno, però, generato una serie di effetti che a lungo andare sono diventati destabilizzanti.

Essi, tra l'altro, hanno fatto levitare enormemente i bilanci delle banche centrali.

Il bilancio della Federal Reserve è passato da 800 miliardi di dollari del 2008 ai 4.050 di oggi. Quello della Bce è cresciuto dai 2mila miliardi di euro del 2008 ai 4.700 miliardi di euro odierni.

Insieme, le quattro principali banche centrali - la Federal Reserve, la Banca centrale europea (Bce), la Bank of Japan e la People's Bank of China - hanno accumulato attivi per un valore di oltre 20mila miliardi di dollari. Rispettivamente, oltre il 100 percento del Pil giapponese, circa il 40 percento di quello dell'area dell'euro e della Cina e circa il 20 percento del Pil americano.

La prolungata politica dei tassi d’interesse zero, insieme alla disponibilità di enormi masse di liquidità, ha portato a una degenerazione dei mercati dei capitali, tanto che, secondo le ultime stime del Fmi, titoli pubblici e privati per oltre 17mila miliardi di dollari registrano un tasso d’interesse negativo! Ciò sta rendendo difficile la vita degli istituti che operano sul lungo termine, come i fondi pensione e le compagnie di assicurazione sulla vita, e ha reso più difficile la redditività di molte banche, soprattutto in Europa. Tale andamento non può continuare a espandersi e mantenersi nel tempo senza provocare importanti rivolgimenti dei mercati.

La politica monetaria espansiva ha, di conseguenza, generato situazioni di moral hazard, scatenando una forte ricerca di rendimento e un'eccessiva assunzione di rischi. Tali condizioni permissive di finanziamento hanno anche mantenuto in vita le cosiddette "società zombie" (quelle non sufficientemente redditizie per pagare gli interessi),

Adesso, però, le banche centrali, in caso di un peggioramento della situazione economica, avrebbero pochi strumenti d'intervento. Di fatto,tutti gli strumenti delle differenti politiche monetarie non convenzionali sono stati usati fino al loro esaurimento.

Tra le maggiori preoccupazioni delle banche centrali vi è il rischio della crescita dell'inflazione. Se si verificasse una situazione in cui fosse necessario contenerla, si dovrebbero aumentare i tassi d'interesse, mandando, però, in tilt un sistema economico già molto stressato, in particolare il settore dei corporate bond e delle altre bolle sopramenzionate. A quel punto, l'effetto sul debito globale sarebbe difficilmente gestibile.

Moniti e preoccupazioni

Non sono pochi gli esperti che paventano il rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Tra i tanti, Jacques de Larosière, già governatore della Banca centrale di Francia, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale e nel 2009 autore del Rapporto della Commissione europea per la costituzione del “Comitato europeo per il rischio sistemico”, afferma che le politiche monetarie accomodanti delle banche centrali stanno indebolendo l'intero sistema finanziario, rendendo così impraticabili anche gli eventuali futuri interventi di correzione.

Anzitutto, l'idea fissa di tutte le banche centrali di dover raggiungere il tasso d'inflazione del 2%, inteso come manifestazione del corretto andamento della gestione monetaria e dell'economia, è sbagliata. Chi la sostiene argomenta che sotto quel livello ci sarebbe sempre il rischio di deflazione, cioè un crollo dei prezzi.

L'ex direttore del Fmi afferma, invece, che questo target d'inflazione annuale dovrebbe essere abbassato all'1%. Vi sono, infatti, ragioni strutturali che modificano profondamente i dati che determinano i prezzi al consumo: l'invecchiamento della popolazione, il progresso tecnologico che diminuisce i costi di produzione, la globalizzazione che ha fatto entrare nei nostri mercati merci a prezzi stracciati perché prodotte con salari bassi e un mercato del lavoro bloccato. Perciò il target dell'1% non sarebbe in alcun modo un fenomeno deflattivo.

J.de Larosière sottolinea, inoltre, che la prolungata e esagerata politica del tasso zero ha prodotto altre gravi conseguenze: una forte propensione al debito, un indebolimento del settore bancario, un peggioramento dei bilanci dei fondi pensione con investimenti in obbligazioni pubbliche senza rendimenti, la proliferazione di «imprese zombie» perchè i tassi di interesse non giocano più il ruolo discriminante di «indice di qualità», la spinta verso investimenti e prodotti finanziari ad alto rischio e la disincentivazione per i governi a intraprendere la strada delle riforme strutturali.

Inoltre, con un tasso zero, le imprese, invece di nuovi investimenti, sono spinte a fare più debiti con cui comprare sul mercato le loro stesse azioni. Ciò crea l'illusione di stabilità, ha ammonito de Larosière.

Il ruolo della New Development Bank

Di tutto ciò i BRICS sono, in larga misura, consapevoli. Al riguardo, nella Dichiarazione finale 2019 di Brasilia fanno esplicito riferimento alla necessità di un’azione coordinata di riforma in tutti i settori dell’economia.

Essi affermano che “è nostra intenzione continuare a cooperare nell'ambito del G20 e promuovere gli interessi delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo. Pur notando che i paesi BRICS sono stati i principali motori della crescita globale negli ultimi dieci anni e attualmente rappresentano quasi un terzo della produzione globale, siamo convinti che la continua attuazione delle riforme strutturali migliorerà la nostra crescita. La potenziale espansione commerciale tra i membri BRICS contribuirà ulteriormente a rafforzare i flussi commerciali internazionali. Sosteniamo inoltre l'uso continuato delle politiche fiscali, monetarie e strutturali per conseguire una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva. Chiediamo alle maggiori economie avanzate e a quelle emergenti di proseguire il dialogo politico e il coordinamento nel contesto del G20 e di altre sedi per far avanzare questi obiettivi e affrontare i rischi potenziali”.

Proprio per mostrare in modo concreto il contributo dei BRICS alla crescita e allo sviluppo dei settori portanti dell’economia reale, nel summit 2019 è stato valorizzato il ruolo della New Development Bank (NDB).

Fondata nel 2014 con lo scopo primario di finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, la NDB adesso può contare su un capitale di base di 50 miliardi di dollari da rendere totalmente disponibile entro il 2027. Dieci sono già stati versati. Alla fine di quest’anno saranno già stati finanziati una cinquantina di progetti per un totale di 15 miliardi di dollari.

La banca è molto attiva. In Brasile ha finanziato la costruzione di hub logistici per la connettività fisica con le aree più remote. Anche durante il summit è stato firmato il finanziamento per il “North Region Transportation Infrastructure Improvement Project” per migliorare la capacità di trasporto di materie prime dalle miniere verso i porti. Invece, in Russia, oltre alle infrastrutture, sono finanziati progetti per migliorare l’accessibilità ai centri storici e culturali del paese. In India gli investimenti riguardano la gestione delle acque e i collegamenti tra le zone rurali e i mercati. La Cina utilizza i finanziamenti della banca per il miglioramento dell’ambiente, mentre il Sud Africa si concentra su progetti per l’energia e l’acqua.

La dirigenza della NDB ha confermato ai presidenti dei paesi BRICS e all’audience mondiale il suo impegno centrale di concedere crediti in monete locali, tanto che il 40% del suo portfolio in Sud Africa è in rand. Sta crescendo notevolmente anche la domanda di prestiti in yuan per i progetti cinesi.

Anche l’espansione organizzativa della banca continua. Dopo le sedi di Johannesburg, Shanghai e San Paolo, l’anno prossimo saranno aperte quelle di Mosca e New Delhi. Non solo, ma intende anche ammettere altri soci dei paesi emergenti per arrivare a un capitale di base di ben 90 miliardi di dollari entro il 2027.

L’importante istituto creditizio ha intenzione anche di sviluppare innovativi strumenti finanziari, non speculativi, garantiti dal capitale e dagli investimenti. Inoltre, con l’appoggio della banca centrale cinese, la NDB ha già raccolto 6 miliardi di yuan attraverso l’emissione di obbligazioni sul mercato di Shanghai.

A Brasilia si sono, quindi, discussi anche i progressi raggiunti dal BRICS Local Currency Bond Fund per lo sviluppo dei mercati obbligazionari locali. Sono tutte operazioni miranti a sottrarsi progressivamente al controllo dominante del sistema del dollaro. Si ricordi che, con l’istituzione della NDB, fu creato anche il Contingent Reserve Arrangement (Cra) con il compito di proteggere le economie e le finanze dei BRICS in caso d’instabilità dei mercati e delle monete. Nel meeting è stato evidenziato anche lo stato di allerta del citato Cra, che ha appena tenuto con successo un secondo test di preparazione per fronteggiare eventuali crisi economiche esterne. 

Nella Dichiarazione finale di Brasilia è stato riaffermato l’impegno per superare le crescenti minacce al multilateralismo, ponendo l’accento sul ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari internazionali. Si è affermata anche la necessità di riformare le organizzazioni internazionali quali l’Onu, il Fmi e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC-WTO) per dare più spazio ai paesi emergenti e a quelli in via di sviluppo nell’ottica di un ordine internazionale multipolare più equo e solidale. L’Omc (il Wto), in particolare, è chiamato a svolgere un ruolo indipendente e più sollecito rispetto ai tanti conflitti sui commerci.

Non potevano, ovviamente, mancare le grandi preoccupazioni per le continue tensioni commerciali “che hanno un effetto negativo sulla fiducia, sul commercio, sugli investimenti e sulla crescita”a livello globale”. Lo stesso presidente brasiliano Bolsonaro ha dovuto condividere la politica indipendente dei BRICS riaprendo “a suon di contratti” i rapporti con la Cina, dopo la sua iniziale e frettolosa vicinanza alle politiche di Trump sui dazi e sulle altre questioni internazionali.

Gli altri impegni presi dai BRICS interessano vasti campi, dalla protezione dell’ambiente alla biodiversità, dalla difesa del suolo alla lotta contro l’avanzamento dei deserti e allo sviluppo spaziale pacifico.

Infine, però, per l’ennesima volta i BRICS hanno lamentato che sia passato un altro anno senza la ridefinizione delle quote del Fmi. La cosa va avanti dal 2010! Che gli Usa e il sistema del dollaro temano di perdere il loro attuale potere economico e monetario è forse comprensibile. Che l’Ue e i paesi europei stiano al gioco di Washington lo è meno. Sicuramente è autolesionista. 

L’Europa, invece, insieme agli altri partner avrebbe un ruolo insostituibile e centrale nel processo di riforme sistemiche globali, una sorta di moderna Bretton Woods, negli ambiti dell’economia, della finanza, della moneta, del commercio e dei rapporti internazionali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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