00:30 09 Aprile 2020
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Coronavirus - 2020 (fine gennaio - 20 marzo) (374)
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L’11 marzo sera il Governo italiano ha assunto nuove misure straordinarie nel tentativo di frenare la propagazione del coronavirus, che si sta avviando verso il triste traguardo delle mille vittime nel Bel Paese.

Tra le decisioni prese, vi è quella di chiudere la gran parte degli esercizi commerciali che assicurano la vendita dei beni di consumo. Sono sfuggiti alla tagliola soltanto i negozi che vendono prodotti essenziali come gli alimentari e le farmacie, nonché i servizi pubblici essenziali. Curiosamente, rimarranno aperti anche i tabaccai, in modo tale da permettere ai fumatori italiani di alleviare lo stress accendendo pipe e sigarette.

La popolazione italiana, nel complesso, accetta la nuova stretta, persuasa com’è della necessità di affrontare nel modo più deciso possibile una minaccia che ormai ciascuno, anche nelle regioni meridionali più lontane dal principale focolaio in Lombardia, percepisce come prossima, se non addirittura immediata.

È però tutto da verificare per quanto tempo questo sostegno, di cui tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione si sono fatte interpreti in Parlamento, possa durare. Il Presidente del Consiglio ha esplicitamente affermato di non attendersi un calo dei nuovi contagi nelle prossime due settimane. L’atteggiamento potrebbe nel frattempo cambiare e la pazienza esaurirsi.

Per quanto il Governo non abbia assunto alcun drastico provvedimento nei confronti delle imprese manifatturiere, Giuseppe Conte ha precisato che potranno continuare a produrre solo le aziende che saranno in grado di assicurare ai loro dipendenti adeguate condizioni di sicurezza. Naturalmente, è giusto e doveroso. Ammesso che ciò possa essere fatto, e dovrà essere fatto, la prescrizione si tradurrà però in nuovi costi a carico dell’industria.

C’è un ulteriore elemento da valutare: per quale ragione gli imprenditori italiani dovrebbero continuare a tenere aperte le fabbriche se alla rete di distribuzione cui si appoggiano non sarà consentito di vendere i loro prodotti? A fronte dell’incremento delle uscite, si profila quindi un netto calo dei ricavi, che potrebbe mettere in pericolo l’economicità della gestione aziendale.

Il Presidente del Consiglio ha indicato una strada che può essere battuta soltanto per pochissime settimane. Facendo cenno all’opportunità di incentivare l’anticipazione delle ferie, ha rivelato che in fondo il Governo italiano spera che qualcosa di positivo accada in un arco di tempo non troppo lungo.

Ma cosa succederà se i contagi non caleranno rapidamente? Ed inoltre: la quarantena imposta all’Italia ha davvero qualche possibilità di successo se i principali partner del Bel Paese non si adeguano allo stesso registro?

In Italia è diffuso il convincimento che il coronavirus si sia abbattuto sulla penisola prima che altrove in Europa e che prima o poi anche Stati come Francia, Germania e Gran Bretagna sperimenteranno la stessa impennata di contagi.

Ma qualcosa non torna. A quanto pare, infatti, il paziente zero europeo non è stato un italiano, ma un tedesco di ritorno dalla Cina. Non è quindi logico ritenere che la propagazione del Covid-19 in Germania sia davvero in ritardo rispetto a quella rilevata in Italia.

Vale la pena di ricordare come la Germania sia fra i maggiori esportatori mondiali di prodotti industriali verso la Cina: è quindi ragionevole supporre che la sua economia sia integrata con quella della Repubblica Popolare ben più di quella italiana e che tra i due paesi esistano intense relazioni sociali.

Non è casuale neanche la circostanza che il morbo abbia attecchito in Italia soprattutto in Lombardia, la regione del Bel Paese probabilmente più fortemente rappresentata nella catena del valore delle manifatture tedesche.

Anche la Francia vanta rapporti con la Cina più stretti di quelli intrattenuti dall’Italia. Inoltre, il livello di compenetrazione esistente tra l’economia transalpina e quella della Germania è paragonabile per molti aspetti a quello della Lombardia. La Cina è molto presente anche nel Regno Unito.

La difformità dei dati relativi all’incidenza del contagio attraverso i principali paesi europei potrebbe allora spiegarsi facendo riferimento ad altre ipotesi.

L’atteggiamento dei rispettivi governi e delle opinioni pubbliche potrebbe, ad esempio, essere diverso rispetto a quello prevalso finora in Italia, forse anche a causa del differente equilibrio che si realizza in ogni nazione tra interesse individuale e collettivo.

Espresso in termini più secchi: può darsi che in Francia, Germania e Gran Bretagna sia stato adottato localmente un approccio diverso, occultando l’effettiva incidenza e letalità del coronavirus allo scopo di facilitarne la gestione e forse acquisire un vantaggio competitivo. L’Italia correrebbe allora il rischio di farne le spese.

Il tempo ci dirà prima o poi come stanno le cose. Ma alcune circostanze colpiscono l’immaginazione ed alimentano i sospetti. Soltanto l’Italia dirama bollettini medici quotidiani, ad esempio. Possiamo escludere che Francia, Germania e Gran Bretagna abbiano preferito finora non enfatizzare il ruolo svolto dal coronavirus nell’accelerare la dipartita di un certo numero di persone affette da altre patologie o semplicemente molto anziane?

E ancora: malgrado l’allarme lanciato nelle scorse settimane dal Ministro della Sanità tedesca e l’ammissione carpita alla Merkel, secondo la quale potrebbero essere fino a 58 milioni i cittadini della Repubblica Federale che saranno raggiunti dal coronavirus, in Germania si va ancora allegramente allo stadio come se nulla fosse. L’Italia paga generosamente per tutti?

E qui il cerchio si chiude. Cosa faranno gli imprenditori italiani se non riusciranno più a vendere i loro prodotti in casa e all’estero per un prolungato periodo di tempo? Non potrebbero essere tentati di liquidare le loro attività, ad un certo punto, ai propri competitori francesi, tedeschi o cinesi, magari sostenuti dai rispettivi Stati?

L’Italia farà più deficit con la benedizione europea. Ma anche se gli italiani avranno qualche soldo in più da spendere, a chi potranno rivolgersi per comprare se i negozi sono chiusi e la distribuzione bloccata? Un enigma non risolto.

Esiste infine un ulteriore dubbio: anche ammesso che con le nuove misure draconiane adottate l’11 marzo l’Italia la spunti nella sua battaglia contro il morbo, cosa si farà se il coronavirus resterà più o meno latente tra i francesi e i tedeschi? Gli si precluderà l’ingresso nel territorio nazionale italiano oppure si accetterà la prospettiva di una reinfezione? I cinesi stanno fermando gli italiani che raggiungono gli aeroporti della Repubblica Popolare.

Non si fida neanche Trump, che poche ore dopo Conte ha annunciato a sua volta agli americani delle restrizioni importanti, bloccando i voli da tutta Europa. Vista dagli Stati Uniti, in effetti, non è solo l’Italia ad essere infetta, ma l’intera Unione Europea. Ne sanno forse di più?

La lotta al Covid-19 è una cosa seria. Proprio per questo motivo deve essere un impegno condiviso e coordinato: non può essere l’Italia a sottoscrivere il conto più salato semplicemente perché attribuisce al diritto individuale alla salute senza distinzioni di sorta una maggiore importanza di quanto capiti altrove.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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