18:25 26 Novembre 2020
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La cosa peggiore per tutti, per i governi e per i cittadini di tanti Paesi, si ha quando un evento geopolitico di portata globale, come l’epidemia/pandemia di coronavirus, si combina con gli effetti di una crisi economica e finanziaria sistemica a livello mondiale.

A quel punto il rischio di un generale corto circuito nelle elite e nelle stanze di comando è enorme e imprevedibile. I fautori e gli operatori del cosiddetto “crisi management”, della fallimentare gestione della crisi, che, in effetti, non hanno intenzione di trovare delle vere soluzioni e ma soltanto “tamponare” la situazione, dovrebbero essere mandati a casa.

Questo è il momento dei veri Statisti che hanno a cuore il futuro del loro Paese e dell’intera umanità. Leader che non vogliono operare per difendere soltanto i propri  interessi nazionali ma che comprendono il concetto e il valore dell’”armonia degli interessi” a livello planetario.

Di fatto la potenziale pandemia ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008.

Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti Paesi.

Questa volta la crisi parte proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale. 

Il crollo del prezzo del petrolio del 30% in un giorno è la prova del rischio di “impazzimento” del sistema. Esso è il frutto di un’insana combinazione d’isteria, speculazioni, egoismi nazionali e pericolosi calcoli geopolitici. Guai a permettere che simili eventi siano replicati in altri settori e si trasformino in vere e proprie escalation.

Anche il crollo delle borse era inevitabile, in particolare quella di Wall Street. Dopo la crisi del 2008, invece di imporre collettivamente delle regole più stringenti nel sistema bancario- finanziario internazionale per riportarlo nel suo solco naturale di creatore e fornitore di credito per lo sviluppo dei settori dell’economia reale, si è permesso che si continuasse con la follia delle speculazioni. La maggior parte della liquidità creata dalle banche centrali è stata “dirottata” proprio verso le borse per mantenere i listini artificialmente alti.

La capacità d’intervento delle banche centrali si è nel frattempo molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari quantitative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.

Oggi sarebbe opportuno “contingentare” i mercati. Per evitare crolli o incontrollabili evoluzioni dei prezzi, le autorità centrali devono intervenire. Se lo Stato è chiamato a rispondere in tutti i settori, come quelli sanitari, occupazionali ed economici, non può essere permesso che i mercati finanziari restino fuori da ogni controllo e in grado di influire molto negativamente gli andamenti. In un mondo dove tutte le ideologie sono state superate, resta ancora dominante quella del neoliberismo che sparge il virus della “magia del mercato perfetto” della domanda e dell’offerta, senza regole e senza un ruolo dello Stato.

Si auspica, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita.

Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo, anche negli Sati Uniti. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato “Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica”.

La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile “scontro di civiltà”.

Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.

  • Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano “una stagnazione secolare”. Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo. 
  • In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto “Sistema americano” di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.
Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve. 
  • Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco “più complice”. Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.

Sono idee che potrebbero essere alla base di un accordo  globale per lo sviluppo, di una nuova Bretton Woods. Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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