04:30 31 Marzo 2020
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Il super-martedì di marzo ha provocato un notevole scossone tra i candidati del partito democratico alle presidenziali americane, modificando sensibilmente i rapporti di forza tra quelli più autorevoli e riducendo sensibilmente il numero dei concorrenti realmente rimasti in campo.

Già il 29 febbraio il voto in South Carolina aveva iniziato a rimescolare le carte. Per la prima volta, infatti, in quell’occasione Joe Biden era riuscito ad aggiudicarsi uno Stato, infliggendo a Bernie Sanders una sonora sconfitta, che ne aveva esposto la debolezza tra gli elettori afro-americani, invece mobilitatisi compattamente a sostegno dell’ex vice-presidente di Barack Obama.

Nessuno però pensava che dalla grande consultazione del 3 marzo il senatore socialista del Vermont potesse uscire così seriamente ridimensionato. Invece, è accaduto.

C’erano molte attese anche per il primo test di Mike Bloomberg, che pur avendo speso quasi mezzo miliardo di dollari, ancora non si era misurato nelle urne con i propri avversari, ritenendo più utile farli logorare nei primi duelli. Neanche i più pessimisti sul suo conto, tuttavia, credevano che l’ex sindaco di New York potesse uscire dal super-martedì con meno di 300 delegati: altro pronostico smentito.

Peraltro, alcuni segnali di un tentativo di ricompattare il voto dei centristi democratici erano stati notati: in particolare, aveva suscitato sensazione il ritiro di Pete Buttigieg, una mossa di cui oggi si comprende meglio la logica. Facendosi da parte, infatti, la giovane sorpresa della fase iniziale delle primarie ha contribuito significativamente a rafforzare la convergenza dei moderati su Biden. È probabile che questo sacrificio venga ricompensato alla prima occasione: magari all’atto di formazione del ticket che affronterà Trump e Pence a novembre. O forse dopo, se l’ex vicepresidente americano dovesse spuntarla.

I democratici stavano cercando una personalità che potesse simultaneamente proteggere il loro partito tanto dall’ascesa di un radicale ritenuto non eleggibile come Sanders, quanto dall’opa ostile lanciata dall’ex sindaco di New York.

Pur nutrendo dubbi sul carisma di Biden, non hanno voluto rischiare né la prematura compromissione delle possibilità di successo né la prospettiva di ripetere a casa propria quanto accaduto tra i repubblicani dopo la vittoria di Trump. Ed hanno scommesso su di lui.

Di contro, per sfondare e diventare uno sfidante credibile, Bloomberg aveva bisogno di un Biden debole e di un fronte moderato frammentato, di cui assumere la leadership. Sperava che Iowa, New Hampshire e South Carolina creassero una situazione di questo tipo, ma gli è andata male.

Il bilancio della tornata è, in sintesi estrema, il seguente: Sanders non è più il front runner, ovvero la lepre da inseguire. Questa posizione la occupa ora Biden. E Bloomberg è uscito dalla partita, insieme ad Amy Klobuchar. Entrambi si sono uniti a Buttigieg nell’offrire i loro delegati all’ex numero due dell’amministrazione Obama.

Sono rimasti in lizza, oltre ai due grandi duellanti, soltanto Elizabeth Warren e Tulsi Gabbard, che probabilmente cercheranno soltanto di vendere a più caro prezzo la propria pelle prima di gettare a loro volta la spugna, esito comunque inevitabile della loro corsa.

Al momento, in termini di delegati ottenuti, il vantaggio di Biden è importante: ne ha infatti già raccolti 566, prendendo quasi cinque milioni di voti. A questi vanno aggiunti quelli che gli recheranno in dote Bloomberg (53), Buttigieg (26) e la Klobuchar (7), per un totale pari a 652 delegati sui 1901 che occorrono per l’investitura a sfidante di Trump.

Con poco meno di quattro milioni di voti presi, Sanders ne ha invece rastrellati 501. Anche se per ipotesi la Warren si ritirasse subito adesso per appoggiarlo, i suoi 61 delegati, corrispondenti a poco più di un milione e 700mila voti, non basterebbero a colmare il distacco. La Gabbard è infine irrilevante, avendo conquistato finora appena 100mila preferenze ed un unico delegato.

Va ricordato come questa volta si siano simultaneamente espressi nel super-martedì Stati giganti come la California ed il Texas, che in passato votavano in momenti diversi. Sembra quindi abbastanza difficile, dopo il “cappotto” subìto, che Sanders possa recuperare la china, anche se queste campagne sono lunghe e possono riservare sempre sorprese.

Un’incognita importante, in effetti, c’è ed è di quelle che possono davvero pesare molto: il coronavirus, infatti, non è ancora pienamente entrato nel ristretto novero delle questioni politiche roventi sulle quali i maggiori candidati si dividono. Potrebbe però presto divenire un argomento molto delicato di confronto, favorendo in particolare Sanders, che da tempo si batte per l’universalizzazione di Medicare, ovvero per la generalizzazione dell’assistenza sanitaria offerta ai cittadini americani.

Dell’incidenza attuale del coronavirus negli Stati Uniti poco si sa, anche perché l’effettuazione del tampone diagnostico avviene in regime privatistico e costa al singolo paziente non assicurato la bellezza di tremila dollari. Non si può escludere che l’aggravarsi della crisi sanitaria possa ad un dato momento futuro riorientare le preferenze in favore del senatore del Vermont. Ma per produrre effetti davvero concreti sulla nomination democratica dovrebbe palesarsi rapidamente ed in termini simili a quelli che stanno sperimentando l’Italia o l’Iran.

Merita di essere sottolineato un ulteriore elemento: il perimetro della gara si è ristretto di fatto ai due contendenti maggiori. Nessuno dei quali è un fautore del ritorno al vecchio approccio interventista del passato. L’unico vero avversario del cosiddetto “retrenchment” era Bloomberg. Ed ora è fuori.

Dei due big superstiti, Sanders è un nazionalista di sinistra intenzionato a lasciare il Medio Oriente. Quanto a Biden, è un nemico delle “endless wars”, è contrario all’impiego eccessivo dello strumento militare e desidera irrigidire le relazioni bilaterali con la Cina. Un’eventuale sconfitta di Trump a novembre non invertirebbe quindi un trend profondo della politica americana, pur potendone mutare i tratti in alcune specifiche aree del globo.

Qualora Trump fosse battuto, si registrerebbero sicuramente implicazioni rilevanti, ma di altra natura: l’attuale inquilino della Casa Bianca non potrebbe completare quella parte del suo programma originario la cui attuazione gli è stata impedita dal Russiagate ed altre interferenze di varia natura.

Il confronto sarà comunque prevedibilmente molto aspro. Trump dovrà vedersela con due avversari, uno più insidioso dell’altro: Biden non è Hillary Clinton e gode di vaste simpatie. Non è odiato, anche se la sua immagine è risultata notevolmente appannata dalle vicende del recente scandalo ucraino.

L’altro è la possibilità che di qui a novembre non solo esploda la grana sanitaria determinata dal coronavirus, ma l’economia entri in una recessione provocata dal rallentamento in atto in tutti i maggiori paesi industrializzati. La Fed sta facendo di tutto per aiutare il Presidente in carica, ma potrebbe non bastare.

Ecco perché Trump starebbe considerando di recuperare alcuni accenti sociali della piattaforma con la quale si presentò al pubblico americano nel 2015, ad esempio offrendo forme di assistenza pubblica a chi contrarrà il Covid19. Vedremo presto se sarà sufficiente a tenerlo in pista. La corsa per la Casa Bianca è più incerta che mai.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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