00:00 05 Luglio 2020
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L’esercito turco dopo aver invaso i territori siriani combatte al fianco dei terroristi e spinge tre milioni di disgraziati verso i confini di Grecia e Bulgaria. Ma l’Ue preferisce condannare Russia e Turchia. Eppure solo la liberazione di Idlib metterà fine alla guerra e permetterà il ritorno dei profughi.

Se non fosse una tragedia sarebbe una comica. Da settimane 15mila soldati turchi, appoggiati da carri armati e artiglieria, combattono al fianco di Tahrir Al Sham, la costola siriana di Al Qaida, e degli altri gruppi jihadisti nella provincia di Idlib, l’ultimo territorio di Damasco ancora in mani ribelli. Non pago il presidente Recep Tayyp Erdogan risponde alla perdita di una trentina di suoi militari caduti mentre davano man forte ai gruppi alqaidisti cancellando i controlli alla frontiera con Grecia e Bulgaria e invitando tre milioni e passa di migranti presenti in Turchia a raggiungere i confini di un’Europa accusata di non aiutarlo.

La Germania della Cancelliera Angela Merkel, per quanto minacciata direttamente dall’ esodo, non trova di meglio che “condannare gli spietati attacchi alle truppe turche” ed esprimere le proprie condoglianze per i militari caduti. Il suo ministro degli esteri Heiko Maas arriva a definire “crimini di guerra” le operazioni condotte a Idlib dalle forze siriane e turche. Il resto dei paesi europei non fa di meglio.

L’ambasciata italiana ad Ankara, evidentemente d’intesa con il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, diffonde un tweet in cui esprime le proprie condoglianze per i soldati turchi uccisi sul suolo siriano. Il presidente francese Emmanuel Macron dopo una conversazione telefonica con Vladimir Putin ed Erdogan si limita a chiedere una tregua negli scontri a Idlib. Un’equidistanza quantomeno generosa davanti ad una Turchia che non ha esitato a spedire in Libia le milizie jihadiste reclutate proprio a Idlib per fronteggiare un generale Khalifa Haftar fedele alleato di Parigi. Nel frattempo mentre Atene e Sofia difendono da sole le frontiere esterna dell’Unione l’Europa si dice “preoccupata”, ma si guarda bene dal fornire loro appoggi concreti. E tantomeno dal condannare Ankara. L’Unione Europea insomma china la testa e attende il nuovo ricatto di un Sultano a cui, dal 2016 ad oggi, ha già versato sei miliardi di euro in cambio di un presunto impegno a fermare i migranti. Con l’apertura delle frontiere turche l’Europa rischia di vedersela però anche con i terroristi di Tahrir Al Sham. La succursale di Al Qaida, inserita nelle liste dei gruppi terroristi sia dagli Usa che dall’Onu, oltre a controllare Bab al Hawa, il valico da cui entrano in Siria i soldati turchi, è anche la forza egemone nei territori di Idlib. Da lì dunque i terroristi di Al Qaida possono facilmente arrivare in Europa seguendo le rotte dei migranti.

Ma ad Idlib non c’è solo Al Qaida. Accanto a loro combattono, stando ad un recente rapporto del Dipartimento della Difesa statunitense, dai 22mila ai 50mila militanti del Fronte di Liberazione Nazionale (Nlf) una coalizione di una trentina di gruppi islamisti formata e finanziata dai servizi segreti turchi. Gli stessi gruppi utilizzati da Ankara per massacrare i curdi nel nord est lo scorso autunno o per combattere in Libia al fianco del governo di Tripoli. Il territorio siriano invaso e presidiato dall’esercito turco è, insomma, una sorta di grande calderone del terrorismo in cui operano gruppi jihadisti provenienti da oltre 100 zone del mondo. Non ultimo quello Xinjiang cinese dove infuria la rivolta della minoranza musulmana degli uighuri. Dopo gli accordi di Sochi del 2018 la Turchia si era impegnata a partecipare alla “deconflittualizzazione” di Idlib inviando un numero limitato di militari incaricati di concordare il disarmo delle milizie ribelli e il loro trasferimento sui propri territori. Ma la Turchia invece di disarmarle ha riarmato e riaddestrato i gruppi disposti mettersi agli ordini dei suoi servizi segreti per venir impiegati come carne da cannone nelle operazioni militari in Libia e nelle regioni curde dell’est. Con le forze di Al Qaida, più restie ad accettare quegli ordini, ha invece stretto accordi di convivenza.

Piegarsi a Erdogan, come fa l’Europa significa non solo prolungare una guerra di Siria costata già 400mila morti, ma favorire l’arrivo dei terroristi che seguendo i migranti possono facilmente immettersi sulla rotta balcanica. Lasciando mano libera all’esercito siriano e ai suoi alleati – come avvenne a Mosul e Raqqa assediate a suo tempo da curdi ed esercito iracheno e bombardate anzichè dai russi dall’aviazione di Usa e altri paesi europei, si accelererebbe l’eliminazione delle formazione jihadiste mettendo fine alle sofferenze di due milioni di civili usati come scudo umano dai terroristi. Tra queste popolazioni vi sono i cristiani di Kneie e delle parrocchie circostanti.

Queste antiche comunità, la cui fondazione risale alla predicazione di San Paolo, sono da nove anni prigioniere dei militanti di Tahrir Al Sham che dopo aver messo le mani sulle loro proprietà hanno imposto l’eliminazione delle croci e delle campane dalle chiese vietando qualsiasi celebrazione religiosa. Per questi schiavi di Al Qaida l’offensiva russa e siriana rappresenta, come per gli altri civili, l’ultima speranza di libertà. Per quanto l’Europa si sforzi di negarlo solo la cacciata dei gruppi jihadisti e dei loro alleati turchi può, infatti, riportare la pace in Siria. garantire il rientro dei circa 3 milioni di siriani esuli in Turchia e l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale. Una prospettiva vista però come il fumo negli occhi da un Erdogan che perderebbe il controllo di una fetta di Siria e, con essa, l’opportunità di usare l’arma dei migranti per tenere in scacco l’Europa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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