02:07 08 Aprile 2020
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Mentre l’attenzione del pubblico italiano si concentra giustamente sugli sviluppi dell’emergenza coronavirus, che sta iniziando a ripercuotersi sull’economia, la politica internazionale non si ferma. Sono infatti in atto molti sviluppi d’importanza potenzialmente strategica, alcuni dei quali riguardano direttamente l’Italia.

Intanto, i negoziati tra le parti in conflitto in Libia si sono interrotti e si è tornati a combattere, pare anche a Tripoli, circostanza che potrebbe preludere a novità molto significative, qualora affiorassero difficoltà nel campo di Serraj.

In secondo luogo, si è svolto il 27 febbraio a Napoli, già capitale del regno napoleonico guidato da Gioacchino Murat, un vertice bilaterale italo-francese dal quale è molto verosimile possano derivare conseguenze di grande portata per il posizionamento di Roma nel Mediterraneo e all’interno dell’Unione Europea.

Alla testa della delegazione transalpina c’era Emmanuel Macron: circostanza, questa, del tutto normale, stante il fatto che la Costituzione della Quinta Repubblica assegna proprio al capo dello Stato la direzione della politica estera e di difesa della Francia.

Meno scontata era invece la presenza al summit del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, che si è recato appositamente a Napoli per ricevere a Palazzo Reale Macron e quindi offrire il pranzo che ha concluso i lavori del summit.

Durante i colloqui italo-francesi sono state raggiunte intese di cui sarebbe veramente difficile sminuire il peso, date le loro implicazioni nella sfera dei rapporti reciproci e ciò che ne deriverà sotto il profilo della postura europea, mediterranea e nord-africana dell’Italia.

Stando a quanto si è appreso dalla viva voce dei protagonisti, infatti, a Napoli si è deciso di approfondire la cooperazione bilaterale in ambito militare, rafforzando al contempo il coordinamento su una serie di dossier internazionali.

È stato sancito di sostenere con energia il matrimonio tra Fincantieri e Naval Group sfociato nella creazione di Naviris, ad esempio, e si è riscontrata altresì una chiara convergenza di Roma e Parigi sull’obiettivo comune di garantire la libertà di navigazione nel Mediterraneo Orientale, recentemente messa in discussione dal controverso accordo turco-libico sulla delimitazione reciproca delle rispettive Zone Economiche Esclusive.

Macron e Conte hanno inoltre individuato nel Sahel una seconda area geopolitica di collaborazione, circostanza che ha aperto la strada ad un maggior coinvolgimento militare di Roma in una regione in cui l’Italia aveva finora cercato di operare in modo relativamente indipendente.

Pur avendo accettato anni fa di sostenere gli sforzi del cosiddetto G5 Sahel, infatti, il Governo italiano si era limitato ad inviare una ridotta aliquota di soldati in Niger, oltretutto evitando di porli alle dipendenze dei colleghi transalpini e cercando di tenerli invece agganciati ad un locale distaccamento americano.

È possibile che fosse proprio questo arrangiamento prescelto da Roma la vera causa delle strane tensioni sorte ad un certo punto con il Governo di Niamey, secondo alcuni analisti generate ad arte dalla diplomazia francese per indurre a più miti consigli il Bel Paese, inducendolo a rallentare i tempi del rischieramento delle sue truppe.

Adesso la musica dovrebbe cambiare. L’impegno militare italiano nel Sahel è destinato crescere e perdere ogni carattere d’indipendenza rispetto all’azione condotta nell’area dai francesi. Mentre nel Mediterraneo Orientale la cooperazione tra le forze navali italiana e francese è già da tempo una realtà, anche a causa dell’interesse condiviso a proteggere le attività estrattive di Eni e Total.

Resta da capire se e cosa sia stato deciso in rapporto alla Libia, teatro in cui italiani e francesi si trovano al momento su sponde opposte: gli uni schierati con Sarraj, ma non disposti a battersi militarmente per lui o a sostegno di Misurata, e gli altri invece risolutamente al fianco di Haftar.

Non è da escludere che Roma tenti prossimamente un nuovo cambio di campo, dopo quelli attuati in passato in favore di Tobruk e poi per sostenere il Governo di Accordo Nazionale sorto dagli accordi di Skhirat.

Del resto, delle interlocuzioni con l’uomo forte della Cirenaica ci sono e sono state notate, anche se non è chiaro che possibilità ci sia di spingerle fino al punto che comporterebbe la rottura con le autorità di Tripoli proprio mentre diverse centinaia di soldati italiani si trovano ancora a Misurata.

Delle risposte giungeranno probabilmente dal terreno già nelle prossime settimane, dal momento che gli scontri sono ripresi a ritmo sostenuto dopo l’interruzione del dialogo intra-libico che avrebbe dovuto concretizzare il processo politico aperto dalla Conferenza di Berlino.

Il rinsaldarsi dell’asse franco-italiano implicherà probabilmente una netta scelta di campo anche sul piano della postura europea del Governo di Roma, dal momento che all’approfondimento del coordinamento con Parigi non sembra per ora che l’Italia voglia o possa associare intese analoghe con la Germania.

Emerge evidente l’asimmetria delle posizioni. Mentre la Francia ha dato vita con la Germania ad Aquisgrana a un meccanismo di concertazione preventiva delle decisioni da assumere in ambito europeo, cui poi è stata associata anche la Spagna, l’Italia si avvia a stabilire un rapporto privilegiato ed esclusivo con Parigi, che finirà così per trovarsi al centro di un vero e proprio sistema europeo di influenza.

È probabile che il prossimo passo su questo percorso sia la ripresa delle trattative per la stipula del cosiddetto Trattato del Quirinale, che perfezionerebbe questa geometria.

Se questo accadrà, dovremo concludere che l’Italia sta affidando alla Francia il compito di tutelarne gli interessi in Europa, conferendole in cambio, e per giunta in anticipo, sulla fiducia, la forza maggiore di cui Parigi ha bisogno per contrattare con la Germania da pari a pari.

Sarebbe forse stato meglio per Roma provare ad agganciare il treno di Aquisgrana, per cercare in quel formato di sfruttare al massimo gli eventuali margini di manovra dischiusi su singoli dossier da eventuali divergenze tra Francia e Germania.

Ma probabilmente l’Italia non ha in questo momento la forza politica necessaria per riuscirvi. Di qui, l’ovvia conseguenza: dopo Napoli, l’influenza francese nella penisola aumenterà inevitabilmente. Con effetti che potranno essere avvertiti anche sulle vicende che riguardano il riassetto del sistema produttivo e bancario del Bel Paese, oggetto di grande attenzione a Parigi e dintorni.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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