08:55 10 Aprile 2020
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Ben venga la fusione di Banca Intesa Sanpaolo con Ubi Banca. Finalmente una mossa di valenza strategica e internazionale, che si pone all’avanguardia anche del consolidamento bancario europeo. Non soltanto un accordo per mettere delle pezze di appoggio a un sistema bancario italiano in difficoltà, com’è avvenuto sempre finora.

Si tratta di un’offerta pubblica di sottoscrizione (ops) non ostile, cioè l’Ubi può accettarla o rifiutarla. Si tratta, però, di un’opportunità da non perdere. D’altra parte, Banca Intesa ha sempre privilegiato la filosofia dello sviluppo, mirando alla crescita della banca, alla valorizzazione del territorio e al benessere dell’economia.

Nascerebbe un player economico e finanziario che si pone, per dimensioni, al settimo posto nell’Unione europea. Con oltre 1.100 miliardi di euro di risparmi gestiti e impieghi per 460 miliardi, conterebbe su circa 110.000 dipendenti, di cui 20.000 dell’Ubi Banca, che di per sé è già il terzo istituto bancario d’importanza nazionale con 3 milioni di clienti.

L’operazione prevede un’offerta con uno scambio azionario pari a 4,9 miliardi di euro. Il nuovo istituto passerebbe da 44 a 48 miliardi di euro di capitalizzazione, subito dietro alla francese Bnp Parisbas, e aumenterebbe i ricavi da 18 a 21 miliardi, appena dietro alla Deutsche Bank.

La Banca Intesa è già il primo gruppo bancario italiano con quasi 12 milioni di clienti e circa 3.800 filiali in Italia. All’estero ha mille filiali con 7,2 milioni di clienti. Nel 2019 ha erogato 58 miliardi di crediti a medio e lungo termine, registrando un utile pari a 4,2 miliardi di euro.

Le due banche non hanno particolari problemi di gestione, sia in rapporto al livello dei rischiosi derivati otc sia per quanto riguarda i crediti non esigibili, i non performing loans. Al contrario, entrambe hanno mantenuto nel tempo un rapporto positivo con il territorio e con i settori dell’economia reale. Sono anche molto attive a livello internazionale e in rapporto con le industrie italiane esportatrici.

A seguito della fusione, nel periodo 2021- 2023 dovrebbero concretizzarsi ulteriori 30 miliardi di euro di erogazioni di crediti per supportare l’economia italiana e maggiori finanziamenti per l’economia verde per 10 miliardi.

A farne le spese, però, sarà l’occupazione poiché dovrebbero essere assunti 2.500 giovani a fronte di 5.000 uscite. Questa, purtroppo, è una negatività che l’intero sistema bancario mondiale sta soffrendo.

Per evitare contestazioni da parte dell’Antitrust, l’accordo prevede anche la vendita di 400 sportelli, circa la metà del totale dell’Ubi Banca, alla Bper, la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, e il passaggio del settore assicurativo all’Unipol. La Bper diventerebbe così il quinto gruppo italiano per asset e il quarto per numero di filiali, acquisendo circa 1,2 milioni di clienti e oltre 20 miliardi di euro di impieghi.

Certamente l’operazione entra nell’ottica della Banca d’Italia, che chiede un rafforzamento del sistema bancario attraverso aggregazioni virtuose per superare la debolezza e, a volte, la provincialità del nostro sistema.

E’ indubbiamente anche un effetto della decisione del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) di valutare l’esposizione dell’Italia a ingerenze e a interessi esterni. Presso il Comitato, infatti, sono in preparazione audizioni dedicate ai settori economici d’interesse nazionale, in particolare quelli bancari, finanziari e assicurativi che stanno vivendo un’intensa trasformazione tecnologica e innovativa. Ciò segue la valutazione del Copasir dell’impatto in Italia del 5G, che si è recentemente conclusa con l’invito al governo di escludere le aziende cinesi dalla banda ultralarga.

Anche i Servizi d’informazione stanno verificando i rischi d’interferenza e d’influenza esercitati da eventuali attacchi esterni di carattere economico. Saranno perciò sentite le istituzioni più importanti, tra cui la Consob, la Banca d’Italia e le maggiori banche come Banca Intesa e Unicredit.

L’indipendenza economica e finanziaria italiana assume un’importanza veramente cruciale se, per esempio, si tiene conto del peso del debito pubblico. Si ricordi che circa 400 miliardi di euro di obbligazioni pubbliche sono detenute dalle banche italiane.

Inoltre, è nota la debolezza del nostro sistema bancario nel mondo finanziario globalizzato in cui sono emerse delle mega banche capaci di dettare le condizioni di mercato a tutti e di “fagocitare”, quando vogliono, gli attori economici più piccoli e deboli.

Negli anni passati, infatti, molte banche italiane sono state “attenzionate” da interessi esterni, anche di altri paesi europei, che non hanno giovato alla capacità d’azione italiana.

E’ triste notare che ciò valga proprio per l’Europa che non è ancora in grado di operare come un’entità unica e sovrana. La libertà di azione da parte degli attori economici europei è fondamentale e sacrosanta. Ed è per questo motivo che non possono essere tollerati interventi che abusino di tale libertà, per favorire interessi dominati di qualcuno a discapito di quelli collettivi dell’Unione europea. Anche l’applicazione della regola europea nei processi di aggregazioni economiche che disciplina il golden power (i poteri speciali per salvaguardare gli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale) è stata a volte violata da certe aziende europee.

E’, perciò, necessaria una maggiore consapevolezza da parte dell’intelligence economico delle potenzialità e delle debolezze del sistema economico italiano. D’altra parte, queste valutazioni sono fatte da tutti i paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, dove, per esempio, è stata sollevata una questione di sicurezza nazionale rispetto ai Treasury bond in mano alla Cina.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Commercio, commercio, commercio, Economia, Intesa Sanpaolo, banca intesa
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