00:18 09 Aprile 2020
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Mike Bloomberg è in evidente ascesa nei sondaggi degli ultimi giorni. Non è ancora il front-runner tra i candidati democratici, ma può diventarlo a breve, se andrà bene per lui il supermartedì di marzo in cui si assegneranno ben 600 delegati. Per aggiudicarsi la nomination, ce ne vogliono 1.900.

Dell’ex sindaco di New York è nota da tempo l’antipatia nutrita nei confronti di Donald Trump, che ha già dato prova con qualche tweet piccato di “soffrirne” psicologicamente la maggior aggressività e ricchezza.

Molto meno conosciuta ne è agenda, in particolare quella parte che riguarda la sua visione del mondo, ciò che conta di più fuori dai confini degli Stati Uniti. Non sarà quindi inopportuno soffermarsi sulle opinioni che Bloomberg ha già espresso sui principali dossier internazionali che potrebbe esser chiamato ad affrontare qualora eletto il prossimo novembre.

I temi su cui l’ex sindaco newyorkese si è già pronunciato non sono pochi e delineano un profilo sensibilmente differente rispetto a quello degli altri candidati democratici, più inclini di lui alla prosecuzione del cosiddetto “retrenchment”.

Una prima questione cruciale concerne il rapporto con l’uso della forza: al riguardo, Bloomberg ha specificato di ritenerlo necessario per proteggere gli Stati Uniti ed i loro alleati da attacchi terroristici di maggiori proporzioni, per difendere i cittadini e i militari americani all’estero nonché per prevenire l’acquisizione di armi nucleari da parte di paesi avversari.

L’ex sindaco di New York ha chiarito che sarebbe pronto a considerare il ricorso allo strumento militare anche per impedire ad iraniani e nord-coreani di sperimentare armi nucleari o missili a lunga gittata. La forza dovrebbe altresì essere impiegata per assicurare la libertà di navigazione nel Golfo Persico, seppure soltanto al verificarsi di un insieme particolare di circostanze.

Bloomberg ha affermato di ritenere legale l’attacco ordinato da Trump contro il generale Qassem Soleimani, ma ha sospeso il proprio giudizio circa l’opportunità di averlo effettuato, che in ultima analisi dipenderà da quanto il raid dello scorso gennaio avrà efficacemente contribuito al perseguimento degli interessi nazionali americani. Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza.

Gli Stati Uniti dovranno in ogni caso occuparsi delle iniziative destabilizzatrici che l’Iran promuoverebbe in tutto il “Grande Medio Oriente”: una regione in cui gli americani ricomprendono tutto ciò che va dalle coste atlantiche del Marocco fino ad Islamabad.

L’ex sindaco di New York ha riconosciuto di non aver a suo tempo apprezzato l’accordo raggiunto sul nucleare con Teheran, in quanto non comprensivo di disposizioni sull’arsenale missilistico iraniano e sul comportamento internazionale della Repubblica Islamica, ma anche aggiunto di disapprovare il modo in cui gli Stati Uniti se ne sono ritirati per ordine di Trump, dal momento che questa mossa avrebbe incoraggiato il regime degli ayatollah a riprendere le proprie attività proliferatorie.

Adesso, secondo Bloomberg, le pressioni sull’Iran dovrebbero comunque essere intensificate e coinvolgere il maggior numero di paesi possibile, allo scopo di permettere alla diplomazia di perseguire il raggiungimento di una nuova intesa, che dovrebbe riguardare anche i progressi fatti più recentemente da Teheran in campo nucleare ed introdurre più stringenti meccanismi di verifica.

Il dialogo personale con la leadership nord-coreana non dovrebbe proseguire, ad avviso del magnate newyorkese, ma non sarebbe opportuno neanche inasprire l’apparato sanzionatorio istituito nei confronti di Pyongyang. I  l suo eventuale alleggerimento dovrebbe inoltre seguire e non precedere misure di disarmo sostanziale da parte nord-coreana. L’obiettivo finale sarebbe sempre quello della denuclearizzazione completa.

La missione in Afghanistan dovrebbe essere ridefinita e limitata ai soli obiettivi della lotta al terrorismo e dell’acquisizione di informazioni sensibili. Nel paese centro-asiatico non dovrebbero rimanere più di tremila soldati americani.

Venendo al Mediterraneo, Israele dovrebbe continuare a beneficiare del medesimo livello attuale di aiuti militari americani e l’ambasciata degli Stati Uniti rimanere a Gerusalemme. I rifugiati palestinesi non avrebbero alcun diritto al ritorno. Bloomberg sostiene peraltro la soluzione dei Due Stati in Terrasanta, con la Cisgiordania ai palestinesi, entro i confini antecedenti alla guerra dei Sei Giorni, corretti tuttavia per tener conto degli insediamenti dei coloni israeliani.

Quanto alla Russia, continuerà ad essere considerata un paese avversario fintantoché non cambierà la sua postura in Ucraina e, più in generale, nello spazio ex sovietico. Non dovrebbe esserle consentito di tornare nel G7 prima di aver restituito al governo di Kiev la sovranità sulla Crimea.

Bloomberg sosterrebbe la richiesta già fatta da Obama e Trump agli alleati europei nella Nato, di accrescere le proprie spese militari fino almeno al 2% del loro Pil, in prima battuta, in vista di ulteriori incrementi successivi. Tuttavia, il mancato raggiungimento di questa soglia non farebbe venir meno la disponibilità statunitense a contribuire alla difesa degli alleati eventualmente attaccati.

La Cina invece è entrata nel mirino di Bloomberg soprattutto attraverso il prisma della questione di Hong Kong: il ritorno delle relazioni politico-commerciali bilaterali con Pechino alla normalità richiederebbe come precondizione il rispetto da parte della Repubblica Popolare dei termini dell’accordo a suo tempo raggiunto con la Gran Bretagna.

Russia e Cina, comunque, sarebbero la preoccupazione maggiore di un eventuale Bloomberg presidente, che confermerebbe alcuni tratti fondamentali della National Security Strategy di Trump. Il confronto con le superpotenze “revisioniste” dovrebbe indurre gli Stati Uniti a spostare gradualmente il centro di gravità della propria azione diplomatica e militare dal Medio Oriente e dall’Afghanistan verso altre regioni più significative per gli equilibri di potenza globali.

Nessun attacco cibernetico a paesi esteri potrebbe avvenire in assenza di un ordine presidenziale, esattamente come accade in relazione a quelli da condurre eventualmente con armi nucleari. Per Bloomberg, gli Stati Uniti dovrebbero altresì penetrare profondamente nelle reti computerizzate estere, allo scopo di dissuadere più efficacemente potenziali avversari dall’aggredire informaticamente gli Stati Uniti.

Per lo stesso motivo, le infrastrutture critiche americane dovrebbero rimanere inaccessibili all’intrusione estera.

Bloomberg ha finora escluso la possibilità di utilizzare truppe americane o ricorrere ad azioni clandestine per indurre dei cambiamenti di regime all’estero, ma non quella di fornire sostegni non militari alle opposizioni attive contro governi ritenuti ostili.

Infine, qualora giungesse alla Casa Bianca, Bloomberg rivaluterebbe l’importanza nell’azione diplomatica americana nei fori multilaterali globali.

In sintesi, sotto molti profili Bloomberg rappresenterebbe per l’America un ritorno al passato, all’eredità wilsoniana: circostanza che ne farebbe un fattore di discontinuità rispetto al recente passato, incluso quello rappresentato da Barack Obama.

L’ex sindaco newyorkese può attrarre su questa piattaforma il consenso di una parte cospicua dell’establishment del suo paese, ma è ignota l’effettiva capacità di attrazione di questo messaggio presso gli elettori dell’America profonda che nel 2016 hanno fatto vincere Trump.

Bloomberg non sarebbe una colomba, meno che mai nei confronti dell’Iran o della Corea del Nord. Ciò nonostante, è probabile che finisca con il divenire l’icona dei progressisti di tutto il mondo, dovesse essere lui lo sfidante di Trump a novembre.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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