08:18 10 Aprile 2020
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Il governo giallo fuxia traballa, ma è un “misirizzi”, cioè in fondo non cade mai. La ragione è semplice e banalissima: nessuna delle forze che lo compongono è interessata a farlo cadere. Qualcuna è addirittura terrorizzata all’idea che cada.

Ed è il Movimento Cinque Stelle che, in caso di liquidazione del “Conte Bis”, perderebbe in un colpo solo, alle prossime elezioni, i quattro quinti dei suoi attuali 320 deputati e senatori.

Ma le cifre dei sondaggi diventano sempre meno propizie per l’attuale maggioranza. In particolare, appunto, per il M5S, che è sceso in questa settimana di un altro 0,7%, totalizzando un comunque troppo generoso 14,3%. Generoso perché molto al di sopra dei miserrimi risultati ottenuti nelle due recenti elezioni regionali di Calabria e di Emilia-Romagna. Il Partito Democratico guadagna un punto percentuale risalendo al di sopra del 20% (20,6), recuperando la perdita del maggiore alleato.

Ma quello che è più evidente è il risultato complessivo dell’opposizione, cioè della sommatoria dei voti potenziali della Lega di Salvini, di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e di Forza Italia di Silvio Berlusconi. Anche su questo fronte è tutto un sali-scendi, perché la Lega arretra un pochino (0,3, restando al 30,4%, primo partito nazionale con grande distacco su tutti gli altri); Forza Italia arretra dello 0,2, attestandosi al 6,3%; mentre Fratelli d’Italia cresce dello 0,2, arrivando all’11,5, il suo record di sempre. Ma è la somma delle tre destre che fornisce il dato politico più eclatante, sfiorando la maggioranza assoluta dell’elettorato italiano: 49,2%.

Brividi di terrore, quindi, nelle schiene e schiere governative. Se si andasse a votare domani, il governo sarebbe di destra (non più di centro-destra, proprio di destra), con Matteo Salvini primo ministro. Così il Presidente Mattarella convoca al Quirinale il premier Conte, evidentemente nel tentativo di evitare una crisi politica immediata.

Che non ci sarà comunque, ma che fa traballare la barca italiana, ultimo paese d’Europa quanto alle previsioni di crescita economico industriale. Ma qual è il problema? Si chiama Matteo Renzi. Che è ancora all’interno della maggioranza di governo, con la sua piccola pattuglia di Italia Viva, ma che sta facendo un grande rumore sulla confusa questione della riforma della giustizia e, in particolare sullo spinosissimo problema della cosiddetta “prescrizione”. Lui vuole tenerla, mentre il governo vuole eliminarla o ridurla (non si capisce bene). Tra urla, strilli e minacce, Renzi difende i suoi propri interessi e quelli di papà, sotto inchiesta e sotto processo in diverse contese giudiziarie.

Ma questo è il meno. Renzi fa spettacolo per rimanere al centro dell’attenzione politica nazionale il più a lungo possibile. È questo il motivo più importante. La sua forza parlamentare attuale è piccola, grande quanto basterebbe per far mancare la maggioranza al “Conte 2”. Ma poi che succederebbe? Che si va a votare e Renzi rischia di non superare neanche il quorum per entrare in parlamento con la legge elettorale vigente. Dunque gli strilli, i ricatti e le minacce non andranno fino alla crisi.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni
© AP Photo / Gregorio Borgia
E allora perché lo fa? Per tenere tutti sulla corda nell’immediato e, in prospettiva, per lanciare un segnale politico molto più importante. Quello che non si vede oggi ma si potrebbe vedere meglio dopodomani. In sostanza potrebbe essere questo: oggi Salvini è il leader indiscusso della destra, ma il tempo lungo non giocherà per lui. Le classi dirigenti europee non lo accetteranno: troppo irruento, forse pericoloso per il suo populismo incontrollato, giocatore d’azzardo. Avranno bisogno di un moderato. Dunque dovranno prima metterlo fuori gioco. Poi, quando verrà il momento, a fine legislatura, sceglieranno il moderato di destra, quello che percepiranno come omogeneo a loro. Eccolo qua, sarà lui. Una scommessa, che sicuramente Matteo Renzi non fa alla cieca. Chi lo sorregge sono poteri “potenti”, che la pensano come lui. E Matteo Renzi scopre le carte facendo passare il suo unico deputato europeo dal gruppo riformista a quello di Emmanuel Macron. Potrebbe essere uno scacco matto in tre mosse.

C’è solo un ma: che un candidato di destra moderata c’è già, e si prepara ad esserlo. Anzi ad esserla. E si chiama Giorgia Meloni.

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