23:06 19 Febbraio 2020
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Dopo tante chiacchiere basate essenzialmente su numeri virtuali, i militanti americani hanno finalmente iniziato a contarsi. E come di consueto si sono già materializzate le prime sorprese.

Non è inconsueto, perché un conto è la capacità di ottenere l’attenzione dei media, altro è gestire la mobilitazione di chi materialmente deve raccogliere la gente e portarla a votare.

In campo repubblicano, al momento, è tutto chiaro. Risolta a proprio favore la vicenda dell’impeachment e fallito il tentativo dei democratici di destituirlo, per Trump sembra dischiudersi una comoda passerella verso l’incoronazione.

Non ci sono dubbi al riguardo, anche se va notato che il governatore del Massachussets, Bill Weld, è riuscito in Iowa nell’impresa di aver strappato un delegato al Presidente in carica: una cosa che non succedeva in casa repubblicana dal lontano 1992, quando poi a novembre l’incumbent repubblicano fu sconfitto da Clinton.

L’unico vero scopo dell’attuale impegno di Trump è quello di preparare la fase successiva della campagna, oscurando per quanto possibile i democratici ed allargando la platea degli elettori favorevoli alla sua conferma.

È invece nel Partito democratico che è in corso un generale rimescolamento di carte. Prima che si riunissero le circa 1.700 assemblee informali dell’Iowa, Joe Biden era accreditato di un significativo vantaggio nelle preferenze dei militanti del proprio partito. Ma la clamorosa affermazione di Pete Buttigieg e di Bernie Sanders in quello Stato, successivamente confermata anche dal voto in New Hampshire, ha sensibilmente cambiato le cose. 

Anche negli Stati Uniti, infatti, si registrano estesi fenomeni di soccorso in favore del vincitore. Nel linguaggio della politica americana, si preferisce parlare di “momentum”, ma il concetto è quello.

Un candidato che riesca a riportare dei successi più o meno vistosi anche in località di importanza relativa, ma che votano all’inizio dell’anno delle presidenziali, cresce in appeal e carisma anche a livello federale. Di contro, le sconfitte generano un problema simmetrico nei candidati che vadano peggio del previsto, allontanando simpatizzanti e sostenitori.

Sono stati finora assegnati soltanto 64 dei 1.900 delegati democratici che occorrono per conquistare la nomination del partito progressista americano: in termini numerici, è poco più di nulla. E i verdetti di queste prime due votazioni possono essere in teoria facilmente ribaltati da future vittorie in altri Stati che mettono in palio numeri più alti di delegati.

Ma le sorprese, in positivo e in negativo, contano. Possono alterare sensibilmente le preferenze del pubblico ed indurre ripensamenti. Ed è esattamente ciò che sta succedendo.

La distribuzione dei pochi delegati finora assegnati è interessante. Guida la graduatoria proprio l’outsider Buttigieg, un amministratore locale proveniente dall’Indiana ignoto alla grande politica nazionale americana fino a pochi mesi fa, che si è aggiudicato 22 grandi elettori e 112.490 preferenze.

Segue Sanders, che si trova a quota 21 ma ha dalla sua l’affermazione popolare in New Hampshire (119.312 preferenze, circa 7mila in più di quelle prese da Buttigieg), dove peraltro quattro anni fa aveva distanziato di venti punti Hillary Clinton.

Molto più indietro troviamo Elizabeth Warren, che si è fermata ad otto delegati e 61.200 preferenze; Amy Klobuchar, che ne ha presi sette (a fronte di 77.103 preferenze), ed infine Joe Biden, fermatosi a sei, ottenuti con 47.443 voti: il 10,4% di quelli espressi.

La debacle dell’ex Vicepresidente di Obama è evidente ed è ormai diffusa la sensazione che la sua candidatura stia entrando in crisi. Non solo Biden ha ceduto lo scettro nei sondaggi nazionali tra i democratici a Bernie Sanders, ma l’impressione è proprio che non abbia l’energia che gli occorrerebbe per risalire la china.

Appare in un certo senso rinunciatario, quasi come la Clinton negli ultimi giorni della sua campagna di quattro anni fa. Forse lo sta indebolendo anche l’inevitabile conseguenza dell’assoluzione di Trump, che è la crescita della pressione su suo figlio Hunter.

Anche la Warren sembra in grossa difficoltà, tradita forse dall’eccessiva esposizione degli scorsi mesi.

Pesa anche un fattore ulteriore: da qualche tempo, il pubblico americano mostra una certa tendenza ad innamorarsi delle personalità che più si distinguono per la capacità di interpretare il nuovo e l’esigenza di cambiamento. E questo è, per adesso, uno dei due fattori che accomuna personalità tanto diverse come quella di Buttigieg e di Sanders.

Ce n’è in effetti un secondo: pur essendo attualmente dati dai sondaggi come più forti nei confronti di Trump, almeno a livello di voto popolare, sia Buttigieg che Sanders vengono ritenuti da molti “non presidenziabili”.

Il primo, perché pur essendo un moderato centrista, è un omosessuale dichiarato, che porterebbe alla Casa Bianca con sé anche l’uomo con cui è sposato, circostanza che potrebbe indurre molti di coloro che oggi lo sostengono a non votarlo al momento in cui veramente si deciderà chi debba governare l’America. Quanto al secondo, suscita sempre forti perplessità la sua agenda radicale e socialisteggiante.

È proprio per questi motivi che i sondaggi rilevano da qualche giorno la crescita delle intenzioni di voto per Michael Bloomberg, che ha già investito nella propria campagna qualcosa come 314 milioni di dollari senza ancora aver partecipato neppure ad una primaria.

L’accentuarsi del declino elettorale di Biden potrebbe creare lo spazio politico ottimale per la campagna dell’ex sindaco newyorkese, che il prossimo 19 febbraio sarà invitato a misurarsi in un duello televisivo con gli altri aspiranti democratici, in vista del super-martedì di marzo, quando andranno in palio i delegati di 15 Stati. Bloomberg sarà in campo e sarà per lui e il suo partito un altro momento della verità.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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