00:44 20 Febbraio 2020
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Consegnandosi ai giudici del caso Gregoretti Salvini rischia l’ineleggibilità. E così la Meloni, già data in ascesa da tutti i sondaggi, diventa per molti elettori l’indispensabile sostituta a cui affidare la guida dell’opposizione di centro-destra

Un altro errore, un altro inciampo e, sullo sfondo, il timore che possa rivelarsi fatale. Matteo Salvini, anche stavolta, ha fatto di testa sua. A fine gennaio ha rifiutato il salvagente offertogli dal centro destra pronto a respingere in giunta l’autorizzazione a procedere sul Caso Gregoretti. Pensava di farne la sua bandiera politica e vincere le elezioni in Emilia.

Ma in Emilia Romagna ha perso. E ha perso di nuovo in quell’aula del Senato trasformata in un tribunale speciale del governo giallo rosso. Certo la faziosità degli alleati di governo e l’arbitrio dei magistrati, vero insulto alle regole sulla divisione dei poteri, sono evidenti. Altrettanto chiaro è, però, l’errore di Salvini che consegnandosi ai magistrati rischia un processo capace di costargli l’ineleggibilità. Il capo della Lega, già oggi, fa i conti con elettorato pronto a cercare delle alternative ad un candidato su cui pende la spada di Damocle dell’ineleggibilità.

I sondaggi parlano chiaro. Quello presentato dall’istituto Ixè, nel programma Cartabianca di Raitre dà la Lega al 28 per cento e Fratelli d’Italia intorno al 13 %. Lo stesso rilevamento mette Giorgia Meloni - con il 35 per cento delle preferenze - davanti a Matteo Salvini con il 31 % nella classifica sulla fiducia degli italiani.

La crescita di una Meloni capace di rubare consensi sia a Forza Italia, sia a Matteo Salvini è insomma un dato incontrovertibile. Ma come mai Giorgia minaccia di spodestare un Matteo Salvini re incontrastato, fino a qualche mese, delle piazze e dei social di destra? Per capirlo bisogna tornare alla genesi della Lega di Matteo Salvini e a quella di Fratelli d’Italia. Entrambe le formazioni sono figlie dalla crisi dei loro predecessori, ma - almeno all’esordio - esibiscono potenzialità assai diverse. La Lega passata, nel dicembre 2013, dalle mani di Umberto Bossi a quelle di Salvini si presenta sin dall’inizio come un partito rigenerato, ansioso di oltrepassare i mantra del bossismo e i confini del nord Italia. Nello stesso periodo FdI (Fratelli d’Italia) sembra un partitello di sopravvissuti. Sulla formazione, risorta dalle ceneri di An (Alleanza Nazionale), pesano il tradimento di Gianfranco Fini, trasformatosi dopo la rottura con Berlusconi in un gregario del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e ancor più le tristi vicende della casa di Montecarlo passata da proprietà di partito a casa di vacanze della famigliola Fini-Tulliani.

A rendere ancor più difficile la traversata s’aggiunge l’assenza di un chiaro leader. Giorgia Meloni è vista come un ragazzina inesperta succube, da una parte, dell’ex sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto e incapace, dall’altra di svincolarsi dall’influenza di veterani del calibro di Ignazio La Russa. Prigioniero di queste fragilità e incertezze FdI stenta a recuperare i consensi di un elettorato che aveva portato An alla soglia del 15 per cento. Alle difficoltà fisiologiche s’aggiungono gli arrembaggi di Matteo Salvini deciso a metter le mani sui tradizionali bacini di voto della destra post-missina del Centro e Sud Italia.

A render più agevole il saccheggio dei consensi s’aggiunge la sapiente spregiudicatezza con cui il capo della Lega s’impadronisce delle battaglie sull’immigrazione. Salvini si muove con altrettanta disinvoltura anche sul terreno ideologico sdoganando e offrendo libertà d’azione agli ex militanti del Msi che fin dai primi anni 80 sono traslocati dentro la Lega. Guardati con sospetto dal vecchio Umberto Bossi, sempre ben fermo sulle sue posizioni anti-nazionaliste, gli ex missini trovano piena libertà d’azione non appena si presenta la necessità di dare alla Lega una dimensione nazionale. Ma Salvini si spinge anche più in là arrivando, nel 2015, a stringere un’alleanza formale con Casa Pound. Sul piano ideologico la vera mossa vincente del capo della Lega è la contrapposizione all’Unione Europea che lo porta, alla vigilia delle elezioni europee del 2014, ad abbracciare posizioni sovraniste e a scegliere come modello politico internazionale la Russia di Vladimir Putin.

Prigioniero del Partito Popolare Europeo in cui sono rimasti confinati i suoi eurodeputati dopo l’uscita dal Partito delle Libertà FdI - stenta ad affrancarsi dalle posizioni europeiste e atlantiste. Le incertezze di FdI e la disinvoltura di Salvini decretano il grande travaso di voti che nel 2018 vede FdI poco sopra il 4 per cento e la Lega oltre il 17.

Lì però incomincia la rimonta di Giorgia. Avvantaggiata dal veto di un M5S che la esclude dall’alleanza con la Lega la Meloni comprende l’importanza di regalare un’identità precisa ad un partito che sconta da una parte l’eterna pregiudiziale anti-fascista e dall’altra la sovrapponibilità con la Lega o la vicinanza a Forza Italia. La presa di distanza con quest’ultima avviene innanzitutto lavorando sul tema del sovranismo e dell’identità nazionale. Un'altra spinta arriva dai 5 Stelle. Gli insuccessi e le contraddizioni di un movimento incapace di governare sia il paese, sia la capitale, tradizionale bacino di voti della destra, facilita il ritorno a casa di tanti ex elettori di Alleanza Nazionale folgorati, inizialmente da un grillismo visto come movimento di rivolta radicale. L’altra grande restituzione di consensi arriva dopo la traveggola agostana che spinge Salvini a ballare l’inno di Mameli a ritmo di mojito e cubiste per poi sfasciare l’alleanza con i 5 Stelle. La fatidica esibizione del Papeete Beach, perdonabile ad un leader vincente e lungimirante, diventa un marchio indelebile quando il leader della Lega si ritrova umiliato da Conte e sostituito dal Pd. Per molti elettori di destra la forma dell’esibizione di Milano Marittima diventa sostanza politica certificando l’inadeguatezza di un personaggio incapace di presentarsi con il rigore indispensabile ad un candidato premier.

Ma non è solo questione di forma. Sull’onda dell’immaginario politico apertosi con il Papeete molti elettori di destra incominciano ad apprezzare la scelta fatta alle europee da una Giorgia Meloni che pur avendo redatto un manifesto del sovranismo si schiera con le formazioni raggruppate intorno ai conservatori inglesi e ai polacchi di Diritto e Giustizia. Una posizione che mette FdI al riparo da quella diffidenza che in ambiente europeo ha trasformato Salvini in un’indigeribile paria. Un paria su cui pesa, in caso di vittoria elettorale, la minaccia di uno spread e di un isolamento europeo che lo renderebbero facilmente affossabile. Se a questo s’aggiunge l’errore di accettare un processo sul caso Gregoretti in cui rischia l’ineleggibilità le incertezze e i dubbi di tanti elettori del centro destra appaiono chiari. Ai loro occhi Giorgia Meloni è brava e affidabile, ma è anche l’indispensabile sostituto ad un Salvini che rischia di ritrovarsi condannato e politicamente dimezzato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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