03:39 30 Marzo 2020
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Oltre alle molto dolorose conseguenze occupazionali, sociali, politiche e legali, la crisi e l’irrisolta questione della franco-indiana ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto pongono al centro il futuro della politica industriale in Italia e in Europa.

L’Unione europea è la prima produttrice al mondo di beni strumentari e di prodotti industriali. In molti settori è anche all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Una forza che si basa principalmente sull’iniziativa privata delle imprese di media dimensione, che rappresentano l’asse portante dell’economia. Una componente che finora ha potuto dialogare in modo produttivo con le restanti imprese di grandi dimensioni nei settori storici delle attività industriali che si sono grandemente sviluppate dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Nonostante tutte le difficoltà e le minimizzazioni, l’Italia si trova a essere ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa. Da noi, però, l’onda lunga partita nel 1992 con le privatizzazioni delle Partecipazioni Statali sta travolgendo le grandi imprese industriali italiane. Si è assistito, quindi, alla progressiva perdita di controllo di Ilva, Fiat, Pirelli, Magneti-Marelli, ma anche di molte aziende simbolo del Made in Italy, come quelle dell’alimentazione, della meccanica e della moda. Lo stesso è successo anche nel sistema bancario italiano, già di per sé fragile in mezzo ai giganti bancari internazionali too big to fail.

In questa prospettiva, l’industria dell’acciaio è emblematica. Per un lungo periodo ha avuto un’importanza strategica nell’economia europea e italiana e ha promosso innovazione, crescita e occupazione. La crisi economica, figlia dello sconquasso finanziario globale del 2008, ha prodotto un crollo nelle produzioni e nei commerci mondiali che hanno colpito tutti i settori economici, in primis quello dell’acciaio, in quanto è strutturalmente legato a quelli dell’auto, delle costruzioni, dell’elettronica e delle industrie rinnovabili. In questo periodo la siderurgia europea ha perso il 27% della sua produzione e oltre 40.000 posti di lavoro. Tanto che persino la Commissione europea si è impegnata con specifici programmi di rilancio e di salvaguardia.

Oggi l’Europa, con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale. La Cina, però, produce più della metà di tutto l’acciaio! In Europa il settore rappresenta l’1,3% del pil. Nell’insieme dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone. Direttamente a circa 330.000. E’ un settore ad alta intensità di capitale che investe ogni anno circa 4 miliardi di euro in macchinari più moderni. Nei costi di produzione dell’acciaio la parte relativa all’energia rappresenta il 40%. E l’industria europea paga prezzi per l’energia più alti dei suoi concorrenti.

In Italia l’industria siderurgica, con circa 33.000 occupati, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione è già fatto con il sistema a forno elettrico che è molto meno inquinante di quello cosiddetto a ciclo continuo con altoforno. La grande sfida è di mettere in campo riconversioni verso forni a idrogeno.

L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Il nuovo piano industriale deve essere una transizione verso la de carbonizzazione. Come sappiamo, la sostenibilità ambientale e la difesa della salute non possono in nessun modo essere messe in secondo piano.

La ragione della crisi del settore a livello mondiale sarebbe dovuta a una sovrapproduzione generata da una situazione di stagnazione economica generalizzata. Detto ciò, però, la Cina, aumentando costantemente la sua produzione a prezzi più bassi, inevitabilmente mette in difficoltà i produttori europei. In tale prospettiva, l’Europa rischia di diventare dipendente dalle forniture estere di un materiale fondamentale per la sua economia. Senza considerare le garanzie e la qualità del prodotto importato. Di conseguenza, i produttori europei sono in crisi e molti hanno deciso di tagliare produzione e occupazione. Anche le loro azioni sono in caduta nelle borse.

Per esempio, la British Steel, in bancarotta, è stata acquistata da un’impresa cinese. Altre acciaierie, se dovessero chiudere, rischiano di essere smantellate e trasportate in Cina, in India o in altri paesi, dove i controlli e i diritti sindacali e civili sono spesso lacunosi. Questa è anche la “strada dissestata” delle localizzazioni. È il caso di ricordare che in passato gli Stati Uniti l’hanno percorsa, alla ricerca di costi più bassi. Il risultato sono stati dei deficit nei commerci di beni (senza i servizi) per centinaia di miliardi di dollari. Nel 2018 il deficit è stato di quasi 900 miliardi!

Se alcuni settori industriali e altre infrastrutture sono considerati strategici, allora è necessario che restino attivi e sotto il controllo nazionale ed europeo. Non si tratta di ritornare a un passato in cui si producevano i “panettoni di Stato” ma, quando fosse necessario, la partecipazione pubblica non solo è auspicabile ma inevitabile. Non scordiamoci che l’Italia e l’Europa dovranno confrontarsi con la potenza economica cinese la cui gestione è notevolmente politica e statale. Per non parlare degli Stati Uniti che, di là della retorica neoliberista, ha una fortissima presenza statale nei settori considerati di interesse nazionale. Basti pensare che il bilancio militare del 2019 è di oltre 700 miliardi di dollari.

In Europa, la Francia e la Germania non sono mai “arrossite” quando lo Stato è intervenuto come azionista stabile nei settori privati. Anche noi, come fanno le loro banche di investimento,dovremmo mettere in campo la Cassa Depositi e Prestiti ogni qualvolta si reputi indispensabile sostenere e difendere i livelli di produzione e di occupazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Italia, Economia, Economia, industria, industria
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