18:52 04 Giugno 2020
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Coronavirus, situazione in Italia (21 gennaio - 20 marzo) (447)
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È ancora presto per valutare gli effetti sanitari del coronavirus. È trascorso infatti troppo poco tempo dalle prime manifestazioni del contagio a Wuhan per trarre delle conclusioni. Inoltre, le notizie vengono date al pubblico con il contagocce e non per un capriccio di natura politica.

Per rallentare la propagazione di un’epidemia, infatti, occorre mantenere un delicato equilibrio tra le inevitabili misure restrittive delle libertà personali e il ricorso a strategie comunicative che scongiurino il diffondersi del panico. Quando la folla si spaventa ed impazzisce, può spontaneamente adottare comportamenti che impediscono di controllare la diffusione del virus.

Ha quindi ragione la gente a diffidare della completezza dei dati che le vengono somministrati - sono infatti quasi certamente lacunosi - ma anche torto nel credere che vi sia la deliberata volontà di sacrificarne il diritto alla salute alle esigenze della stabilità. È vero in effetti l’esatto contrario.

Che il problema sia serio e di dimensioni superiori a quelle conosciute lo fanno intuire alcuni indizi, il primo e più convincente dei quali è rappresentato dai provvedimenti draconiani varati dalla stessa dirigenza cinese, che ha messo sostanzialmente in quarantena qualcosa come 60 milioni di persone e successivamente chiesto aiuto al mondo intero per supplire alla carenza di medicinali e materiali. Vedremo se basterà.

Nel frattempo, è bene interrogarsi anche sui riflessi geopolitici di quanto sta accadendo, perché se ne stanno producendo di potenzialmente importanti. Le partite in corso sono infatti molteplici.

La prima riguarda il ruolo della Cina nei futuri equilibri globali. Per la Repubblica Popolare, la battaglia contro il coronavirus è una tappa fondamentale del suo tentativo di accreditarsi come potenza planetaria in grado di concorrere responsabilmente alla gestione della sicurezza internazionale. Pechino può uscire vincitrice da questa prova, ma anche rovinosamente sconfitta.

È proprio la grande rilevanza della posta in palio a spiegare l’estrema rigorosità delle scelte fatte dal governo cinese per bloccare l’infezione.

La Cina, peraltro, non si è limitata a chiudere le proprie città, ma ha allertato anche gli Stati Uniti e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, forse anche concordando con loro una strategia comune cui tutti avrebbero dovuto attenersi sul piano comunicativo per evitare complicazioni ulteriori.

Il ritardo con il quale l’Oms ha definito il coronavirus un’emergenza sanitaria internazionale è del tutto compatibile con il raggiungimento a monte di un’intesa informale di questo genere.

L’interesse collettivo a scongiurare il panico ed evitare l’innesco di una pesante recessione mondiale non significa tuttavia che le maggiori potenze del globo abbiano cessato di perseguire interessi nazionali divergenti.

Mano a mano che i tempi della crisi si allungano, la tentazione di provare ad estrarre qualche profitto politico da quanto sta accadendo potrebbe infatti farsi largo in molte capitali, divenendo infine irresistibile.

Molti Stati hanno già deliberato il blocco dei collegamenti tra i propri aeroporti e quelli della Repubblica Popolare, mentre altri come Russia e Mongolia hanno proceduto alla chiusura delle frontiere.

Anche se il traffico navale da e per la Cina è ancora attivo, le ripercussioni di queste misure sono già evidenti in diversi settori, primi tra i quali quelli legati al turismo. La domanda aggregata cinese ha inoltre subìto una battuta d’arresto significativa, di cui è un indicatore il calo del 20% delle importazioni di greggio da parte di Pechino registratosi nello scorso mese di gennaio.

Il diffondersi dell’allarme ha altresì convinto diverse aziende multinazionali a chiudere i propri impianti basati nella Repubblica Popolare, con la conseguenza di creare soluzioni di continuità nella fornitura di alcuni prodotti essenziali ai processi industriali, ormai territorialmente frammentati.

La Hyundai ha fatto sapere di essere in procinto di fermare le sue linee di produzione a causa del mancato arrivo di alcune componenti fabbricate in Cina. Ma è evidente che risposte di questo tipo non possono che essere temporanee: in quanto tali, sono reversibili solo se non si protraggono troppo a lungo.

Conseguentemente, se la crisi si acuisce o non rientra rapidamente, è probabile che s’inneschi un massiccio fenomeno di migrazione dei segmenti di produzione attualmente basati in Cina, generando un reshoring degli investimenti esteri che tanta parte hanno avuto nel miracolo economico cinese, riducendo l’apporto della Repubblica Popolare alla catena del valore globale.

La circostanza implicherebbe non soltanto l’impoverimento della Cina di Xi, ma anche il rallentamento del suo sviluppo geopolitico, che in realtà rappresenta un interesse insospettabilmente condiviso da una gran quantità di interlocutori esteri di Pechino, che guardano con curiosità ma anche con inquietudine crescente all’ascesa della Repubblica Popolare.

In altre parole, se tutti si preoccupano di arginare il coronavirus e la stessa Amministrazione Trump sta dimostrando un’inusuale flessibilità sui dazi imposti contro Pechino, per evitare che alle presidenziali di novembre si voti con l’economia in stallo, molti potrebbero trarre importanti vantaggi da misure che isolassero parzialmente e a più lungo termine la Cina.

Sono quindi in ballo interessi formidabili. Salute umana a parte, è in gioco il futuro stesso della Repubblica Popolare nel mondo. Se Pechino non riuscisse rapidamente a mettere sotto controllo il coronavirus, infatti, il suo status internazionale potrebbe risentirne seriamente.

La dirigenza cinese lo ha compreso benissimo: le pressioni su Roma, affinché l’Italia revochi il blocco dei voli da e per la Cina, sono in questo senso anche un test. Sapremo presto se e in quale misura l’influenza che Pechino esercitava all’estero abbia risentito del coronavirus.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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