00:20 20 Febbraio 2020
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La scomparsa del Sultano dell’Oman e le preoccupazioni sul futuro di quel piccolo ma importante Paese hanno riportato i riflettori anche sul tipo di fede islamica maggioritaria tra la sua popolazione.

Abituati, come siamo in Europa, a distinguere soltanto tra sciiti e sunniti, molti di noi sono portati a pensare che il credo islamico si divida soltanto in quei due rami ma la verità è un’altra.

Le fedi in Allah, di cui Maometto fu il profeta, hanno avuto nel corso dei secoli almeno tante interpretazioni (“chiese”) quante ne ha avute il cristianesimo. Ogni tanto sentiamo parlare dei salafiti, considerati genericamente più integralisti di altri, oppure dei Wahabiti, la cui casa madre è l’Arabia Saudita. Si parla, poi, dei Fratelli Musulmani, degli Yazidi massacrati dall’ISIS (tra l’altro, giudicati dagli altri come “adoratori del diavolo”) e saltuariamente di qualcun altro.

Sultan of Oman Qaboos bin Said al-Said sits during a meeting with Secretary of State Mike Pompeo at the Beit Al Baraka Royal Palace in Muscat, Oman, Monday,  Jan. 14, 2019
© AP Photo / Andrew Caballero-Reynolds
Sultano di Oman Qaboos bin Said al-Said

In realtà, le fedi che si richiamano ad Allah e che considerano Maometto il suo più fedele profeta sono più di cento.

Non due, ma tre gruppi

La divisione principale non è tra due gruppi contrapposti, bensì tra tre: i sunniti, gli sciiti e i kharigiti. La separazione non avvenne, inizialmente, per motivi teologici ma politici e solo in seguito vi si aggiunsero considerazioni puramente religiose. Tutto ebbe inizio con la morte di Maometto e con le lotte per la sua successione come guida politica e religiosa di tutta la comunità islamica.

Senza entrare nel merito delle dispute tra gli uni e gli altri, basta sapere che la grande maggioranza dei credenti nel mondo si rifà, seppur con diversissimi accenti, al credo di stampo sunnita, una minoranza significativa è quella sciita e tra le divisioni subentrate tra i Kharigiti, l’unica fede che numericamente sopravvive è quella ibadita diffusa soprattutto nell’Oman.

Si badi bene che non si può parlare esattamente di “sette”, poiché nell’Islam non esiste un’unica autorità che decide quale sia la “vera” dottrina e non ci sono, quindi, dogmi cui chi non li rispetta può essere giudicato eretico. Ciò non toglie che, nel corso dei secoli, le varie appartenenze si siano scontrate ma, come accadde dopo la morte del profeta, i motivi delle guerre sono sempre stati innanzitutto politici.

È bene sottolineare che in quasi tutti i Paesi arabi le tre confessioni sono coesistite anche nella stessa città e, salvo identificarsi con l’una o con l’altra nei momenti di guerra, nessun fedele si chiedeva o si faceva un problema di quale fosse la fede del vicino di casa. Ovviamente, nel momento in cui la lotta per il potere aveva il sopravvento, tutto cambiava ed essere sunniti, sciiti o ibaditi segnava il destino di ogni famiglia.

In Oman questo non è mai accaduto. Da secoli il Paese ospita una maggioranza ibadita che supera di poco il 50 percento, ne seguono i sunniti con il 40 e un dieci percento circa è sciita. Non si ha memoria di scontri di alcun genere in nome della religione e, tuttora, l’unico nemico individuato come tale e pesantemente represso è colui che viene sospettato di essere “estremista”. Nella tradizione locale la “guida” per la preghiera (imam) è scelta da ogni singola tribù e quante esse sono, altrettanti sono gli imam.

Ci fu un momento, verso la fine del 600, in cui la pratica ibadita, partita dalla penisola arabica, divenne la più diffusa in tutto il nord Africa e l’attuale Tiaret, in Algeria, fu la capitale (anche politica) di un vasto territorio che vi partecipava. Finì con una guerra vinta dai berberi che sostenevano la dinastia dei Fatimidi e da allora gli ibaditi sono rimasti comunità sperdute nel deserto algerino e tunisino.

Oasi di Ghardaia
© Sputnik . Perventsev
Oasi di Ghardaia

Nella bellissima oasi di Ghardaia nella regione del Mzab (Sahara algerino), pratica ancora quella fede e i suoi abitanti sono noti in tutto il Maghreb per essere i più attivi commercianti e lavoratori di tutto il Paese.

Infatti, uno dei loro precetti religiosi impone a ciascun fedele di impegnarsi seriamente nelle proprie attività e di sposare profondamente l’etica del lavoro, cosa che non è sentita allo stesso modo dagli altri musulmani.

Non è quindi sufficiente, per essere un buon musulmano, di credere in Dio e nel Profeta, ma occorre “praticare bene”.

Altri ibaditi fuori dall’Oman si trovano anche in Tunisia (sull’isola di Djerba), Libia e a Zanzibar.

Il credo ibadita e l’Oman

Gli ibaditi non attribuiscono al Corano la caratteristica di essere increato o eterno perché il farlo, secondo loro, intaccherebbe il concetto di “unicità” della divinità. Un altro aspetto importante del loro credo è che, poiché Dio non ha aspetto antropomorfico, nell’al di là non se ne potrà godere la vista.

Ciò che è importante e spiega anche la posizione quasi ecumenica che Muscat ha saputo conquistarsi nella politica del Medio Oriente è che, nonostante i rituali quotidiani siano molto simili a quelli sunniti, i credenti ibaditi non hanno alcuna obiezione al fatto di poter pregare assieme a musulmani di credo diverso, possono condividere con loro il cibo e possono sposare uomini o donne di altre confessioni islamiche senza che ciò sia considerato abiura o tradimento.

Probabilmente è anche grazie a questa secolare cultura che, unico Paese del Golfo, è loro concesso da tutti gli altri di poter dialogare contemporaneamente con i sauditi e con gli iraniani e di intrattenere rapporti ottimi anche con americani, russi, cinesi e inglesi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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