20:50 04 Giugno 2020
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Gli sbarchi aumentano e superano di otto volte quelli dell’era Salvini. Ma i ricollocamenti in Europa restano insignificanti. E l’esecutivo giallo-rosso tradisce anche le promesse fatte ai propri elettori rinunciando alla modifica del Memorandum d’intesa con Tripoli.

Sbarchi moltiplicati rispetto all’era di Matteo Salvini, ricollocamenti europei assolutamente insignificanti e, tanto per deludere anche i propri sostenitori, conferma “in toto” di quel “Memorandum d’intesa” con la Libia che il popolo della sinistra e i sostenitori dell’accoglienza indiscriminata sognavano di veder cancellato grazie all’intesa tra Pd e 5 Stelle. Sul fronte immigrazione, insomma, il governo giallo-rosso riesce a scontentare non solo l’opposizione di centro destra, ma anche i propri sostenitori confermando l’immagine di esecutivo colabrodo condannato a far acqua da tutte le parti. L’inadeguatezza più evidente emerge dai numeri.

Al 31 gennaio le statistiche del Viminale annoveravano 1275 sbarchi, a cui andavano aggiunti quelli imminenti di altri 373 disgraziati già recuperati in mare dalla nave di Open Arms. Un totale di 1648 arrivi a fronte degli appena 202 registrati nel mese di gennaio 2019. Ovvero otto volte di più rispetto a quando la poltrona del Viminale era occupata da Matteo Salvini. E anche i ricollocamenti, sbandierati dopo la Conferenza di Malta dello scorso settembre, come uno dei più grandi successi in tema di solidarietà europea, si stanno rivelando assolutamente insignificanti.

A fronte di ben 7611 sbarchi registrati dal primo settembre al 31 gennaio sono partiti alla volta di Germania, Francia e pochi altri paesi europei solo 464 migranti. Ovvero appena il 6 per cento degli arrivi. La percentuale reale è – in verità - ancor più esigua. In quella quota di ricollocamenti sono, infatti, inseriti molti migranti sbarcati tra maggio e fine agosto. Migranti la cui redistribuzione era già stata concordata al tempo del primo governo Conte, ma che Berlino e Parigi si erano ben guardati dall’attuare finché Matteo Salvini sedeva al Viminale.

La litigiosa coalizione giallo rossa non riesce, nel frattempo neppure a rassicurare i propri sostenitori. Le attenzioni del ministro degli interni Luciana Lamorgese, premurosissima nel tenere al largo le navi delle Ong fino alla chiusura delle urne emiliane salvo poi riaprire tutti i porti non bastano a rassicurare quel popolo di sinistra, e quella parte del Pd guidata tra gli altri da Matto Orfini, che pretende radicali modifiche del Memorandum d’intesa con la Libia. I cambiamenti garantiti a novembre dalla stessa Lamorgese sono rimasti ad oggi promesse da marinaio. E anche i due incontri separati di lunedì 3 febbraio a Roma tra il ministro degli interni libico Fathi Bashaga, Luciana Lamorgese e Luigi di Maio non hanno dato risultati di rilievo

In compenso domenica 2 febbraio, il trattato si è rinnovato automaticamente ridando fiato a quanti nelle Ong e a sinistra accusano il governo di complicità con un governo di Tripoli e una Guardia Costiera libica colpevoli di bloccare le partenze e d’infliggere trattamenti disumani ai migranti. Già a novembre, quando la Lamorgese promise l’istituzione di una commissione bilaterale italo-libica per discutere le modifiche al Memorandum lo spazio per una trattativa risultava quanto mai esiguo.

Tagliare i finanziamenti da 570 milioni di euro garantiti nel passato triennio per il sostegno alla Guardia costiera libica, le operazioni navali nel Mediterraneo, l’adeguamento dei centri di detenzione, il contenimento dei flussi e i rimpatri “volontari” significa rischiare un voltafaccia libico capace d’innescare un ritorno ai livelli del 2016 quando gli sbarchi annui toccarono quota 180 mila.

Papa Francesco
© AP Photo / Alessandra Tarantino
Il primo a non voler alcuna modifica è un Luigi di Maio consapevole che nel 2018 il M5S conquistò la maggioranza relativa con slogan come “Immigrazione, obiettivo sbarchi zero” e “L’Italia non è il campo profughi d’Europa”. Un passato difficile da scordare soprattutto all’indomani della batosta dell’Emilia Romagna dove il movimento è precipitato al 4,7 per cento. A rendere ancora più tortuosa la situazione s’aggiunge la sostanziale perdita di posizioni delineatasi in Libia. In pochi mesi l’Italia si è trasformata da potenza di riferimento nel sostegno al governo di Tripoli in alleato irrilevante. Il preoccupante arretramento non è dovuto soltanto alla necessità del premier Fayez Al Serraj di garantirsi il sostegno militare della Turchia, ma anche all’assenza e alle mosse sbagliate dell’Italia. Tra settembre a metà dicembre il nostro governo scordò letteralmente la questione libica e con essa i nostri interessi nazionali. Una disattenzione che la Turchia non ha mancato di sfruttare conquistandosi la fedeltà e la riconoscenza di Tripoli grazie alle spregiudicate forniture di droni missili a guida laser e alla firma di quell’accordo di assistenza militare in base al quale ha inviato in Tripolitania qualche migliaio di mercenari jihadisti reclutati in Siria.

Ma la vera trappola per il nostro inconsapevole e distratto esecutivo è stato il trattato marittimo firmato il 28 novembre da Tripoli e Ankara che trasformato l’intero Mediterraneo orientale in una sorta di protettorato turco. Non a caso solo la firma di quell’intesa risveglia Luigi di Maio dal suo torpore spingendolo a volare nell’ex-colonia per incontrare prima Fayez al Serraj e poi il generale Khalifa Haftar. Ma il danno ormai era fatto. Per un Serraj ormai legato ormai a doppio filo alla Turchia di Erdogan quel trattato rappresenta una vera e propria forma di ricatto nei confronti di un’Italia che rischia di ritrovarsi messa alla porta qualora decidesse di tagliare i finanziamenti alla Guardia Costiera di Tripoli.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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