00:00 20 Febbraio 2020
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Donald Trump ha presentato con una certa solennità quello che a suo avviso sarebbe l’accordo del secolo destinato a consegnare una volta per tutte alla storia l’annoso conflitto israelo-palestinese.

A Washington, per l’occasione, erano stati invitati tanto Benjamin Netanyahu quanto il suo principale avversario politico, Benny Gantz, attesi a breve da una nuova prova elettorale che dovrebbe decidere chi fra loro governerà Israele.

Il piano enunciato per sommi capi dal presidente americano ha fatto storcere il naso a molti ed è al momento circondato da un certo scetticismo a causa delle reazioni negative che ha suscitato tra i palestinesi.

A caldo, Abu Mazen lo ha infatti respinto in modo piuttosto netto, precisando tra le altre cose che “Gerusalemme non è in vendita”. Ha espresso dubbi sulla sua realizzabilità persino la stampa israeliana.

In effetti, quello presentato da Trump non è certamente un’intesa definitiva, da prendere o lasciare, ma una piattaforma negoziale per future trattative dirette tra le parti che, secondo il tycoon, potrebbero anche durare quattro anni. Si parla quindi di un punto di partenza e non di un risultato finale preconfezionato.

Quanto ai contenuti, la loro interpretazione risente inevitabilmente del punto di osservazione dal quale li si guardi. Ma ci sono alcuni dati di fatto. Ai palestinesi viene riconosciuta la possibilità di costituirsi finalmente in Stato, cui continuano ad opporsi ampi settori della società e della politica israeliana malgrado in questo caso si ipotizzi di dar vita ad un’entità dalla sovranità fortemente limitata: priva di un proprio esercito, innanzitutto, ed anche della facoltà di gestire autonomamente i propri rapporti con l’estero.

Gerusalemme - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Presidente dello Stato di Israele Reuven Rivlin, oggi 23 gennaio 2020
© Foto : Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
Di Gerusalemme il piano ribadisce l’indivisibilità, prefigurando tuttavia al contempo un assetto in cui la sua parte orientale diventerebbe capitale del nuovo Stato palestinese, mentre quella occidentale confermerebbe il proprio status di città rappresentativa d’Israele, con ambasciate statunitensi presenti su entrambi i lati e libero accesso ai luoghi santi per tutti.

Dietro l’ambiguità e complessità di questa formula non è difficile riconoscere alcuni tratti di una vecchia proposta saudita, che neanche Mohammed bin Salman era riuscito a far accettare ad Abu Mazen nel 2017, prevedendo tra l’altro di assegnare ai palestinesi soltanto un sobborgo della Città Santa situato al di là della barriera di sicurezza che l’attraversa.

Il territorio su cui sorgerebbe il nuovo Stato palestinese sarebbe “continuo”, grazie ad un tunnel che ne collegherebbe il corpo cisgiordano alla striscia di Gaza, ma obiettivamente assai sfrangiato e militarmente indifendibile, persino nell’ipotesi in cui gli venisse riconosciuto il diritto di dotarsi di proprie forze armate.

Israele conserverebbe di contro la facoltà di proteggersi da eventuali attacchi esterni anche dentro la West Bank, proprio come accade oggi. Non potrebbero però essere costruiti nuovi insediamenti per almeno quattro anni e sarebbero possibili limitati scambi di territori.

I palestinesi dovrebbero inoltre rinunciare ovviamente ad ogni forma di lotta armata nei confronti dello Stato ebraico. In cambio di tutto questo, tuttavia, gli Stati Uniti metterebbero a disposizione 50 miliardi di dollari in aiuti ed investimenti, con i quali secondo Trump potrebbe essere creato fino ad un milione di nuovi posti di lavoro per gli abitanti del nuovo Stato.

Israele e la nuova Palestina sarebbero di fatto politicamente distinti, ma economicamente integrati in una specie di implicito commonwealth.

Lo squilibrio di questa proposta americana è innegabile e d’altra parte riflette inevitabilmente la logica dei rapporti di forza, in questa fase storica estremamente sfavorevoli ai palestinesi, non solo a causa delle loro divisioni interne ma altresì, e forse più decisivamente, per via delle scelte di allineamento fatte dalle maggiori potenze regionali.

Il piano di Trump è stato infatti accettato ed è sostenuto da tutti i paesi che avversano l’Islam Politico. Il presidente americano ha apertamente ringraziato Bahrein, Emirati Arabi ed Oman per la collaborazione data all’elaborazione del progetto. Ma non vi è dubbio che l’iniziativa goda anche dell’appoggio più discreto del Cairo e di Riyadh. Lo Stato ebraico è infatti ormai da tempo un alleato di fatto del blocco conservatore sunnita.

Una conferma ulteriore di questa situazione si è avuta con la recente decisione israeliana di permettere ai propri cittadini di recarsi in territorio saudita, cosa di cui potranno valersi quelli di loro che aderiscono all’Islam per effettuare il pellegrinaggio alla Mecca.

Israele ha corteggiato anche la Russia – emblematico l’invito ad inaugurare il monumento ai difensori di Leningrado sorto a Gerusalemme, rivolto pochi giorni or sono al presidente Putin – ed ospita altresì cospicui investimenti cinesi nel porto di Haifa. L’interesse a sostenere una prospettiva di pacificazione potrebbe quindi essere condiviso da una platea insospettabilmente ampia di stakeholders.

Per Trump si tratta tanto di aiutare Netanyahu quanto di far progredire ulteriormente il processo di restaurazione dell’ordine regionale, che ancora risente delle Primavere Arabe e di quanto ha fatto loro seguito. Senza quell’ordine e la stabilità che ne conseguono, il tycoon non può infatti coronare il suo sogno e la propria promessa elettorale di porre fine alle “endless wars” e rimpatriare i soldati americani dal Medio Oriente.

Il momento dell’annuncio è stato probabilmente scelto anche per sfruttare la congiunturale debolezza dei principali avversari del disegno, che sono l’Iran e la Turchia. Teheran è in effetti alle prese non soltanto con l’inasprimento del contenzioso che l’oppone a Washington, ma ha anche seri problemi in Libano, a causa della crescente opposizione popolare al governo dominato dall’Hezbollah.

Quanto alla Turchia, è in una fase di evidente sovraesposizione, dopo l’avvio delle perforazioni nelle acque cipriote, l’ingresso di propri consiglieri militari e miliziani amici in Tripolitania e l’inasprirsi della battaglia per il controllo della città siriana di Idlib.

Il piano delineato da Trump presenta notevoli incognite e non è privo di ingenuità: in fondo prospetta ai palestinesi soltanto poco più di un progresso di status e la possibilità di svilupparsi al prezzo della rinuncia ad istanze identitarie profondamente avvertite in tutto il Medio Oriente.

Può funzionare soltanto se la loro dirigenza prenderà atto dell’isolamento di fatto in cui è venuta a trovarsi ed accetterà di sedersi al tavolo delle trattative per tentare di migliorare il pacchetto che le è stato offerto.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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