13:03 03 Luglio 2020
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C’era molta attesa in Italia per i risultati delle regionali svoltesi in Emilia-Romagna e Calabria il 26 gennaio scorso, a pochi giorni di distanza dalle dimissioni di Luigi Di Maio dalla carica di capo politico del Movimento Cinque Stelle.

A calamitare l’attenzione è stato soprattutto il tentativo fatto da Matteo Salvini di spodestare il centro-sinistra da Bologna, dove governava la Regione sin dalla sua istituzione avvenuta nel 1970. Un eventuale successo della candidata leghista, Lucia Bergonzoni, avrebbe davvero avuto portata storica e sarebbe servito anche in chiave nazionale, per esercitare pressioni sul Governo Conte e rinnovare la richiesta al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere.

Malgrado una campagna molto generosa in termini di esposizione del suo leader e di impegno dei propri parlamentari, a spuntarla non è però stata la Lega, bensì il governatore uscente, Stefano Bonaccini. Alcuni sondaggi dell’ultima ora avevano alimentato la speranza tra i leghisti che la Borgonzoni potesse farcela, attribuendole in qualche caso anche un leggero vantaggio. Ma le cose sono andate diversamente.

Alla conta dei voti, il candidato del centro-sinistra ha infatti staccato la sua rivale di ben otto punti percentuali, mentre la lista del Pd manteneva il suo primato regionale. La Lega, di contro, otteneva più del 31% dei voti, fermandosi al secondo posto e soprattutto perdendo l’1,5% rispetto alle elezioni europee della scorsa primavera, che avevano avuto luogo quando il partito di Salvini si trovava ancora in maggioranza a Roma e comunque non erano in gioco quegli interessi territoriali che tanto pesano nelle consultazioni locali.

Si eleggeva il 26 gennaio anche il Presidente della Regione Calabria, senza però che i candidati in lizza e il loro confronto attirassero più di tanto l’attenzione dei media e delle maggiori personalità politiche nazionali.

Tale circostanza si spiega soprattutto con la forte fluidità del voto calabrese, la frantumazione del centro-sinistra e la presenza sul posto di un candidato unitario del centro-destra espresso da Forza Italia. Per effetto di questi fattori, in Calabria non sarebbe stato possibile cogliere alcuna vittoria decisiva ai fini del duello che oppone Salvini a Zingaretti. I sondaggi della vigilia, inoltre, raccontavano di un esito praticamente scontato.

In effetti, Jole Santelli è risultata poi eletta con un vantaggio abissale, dell’ordine dei 20 punti percentuali, nei confronti del suo rivale, Filippo Callipo: un imprenditore già sostenuto nel 2010 da radicali e dipietristi. Tuttavia, sarebbe sbagliato non prendere nota di un dato importante: rispetto alle europee del 2019, la Lega ha perso in Calabria praticamente la metà dei suoi voti, scendendo al 12%.

Dalla tornata elettorale la Lega è quindi uscita con due significative sconfitte, di cui la più grave è probabilmente quella maturata a sud, tanto per le sue dimensioni oggettive quanto per l’importanza attualmente annessa dal partito di Matteo Salvini al proprio radicamento nazionale.

Soltanto il tempo dirà se lo scorso 26 gennaio sia iniziata o meno per la Lega la parabola discendente, oppure se si sia solo trattato di un incidente di percorso. Non sembra invece reversibile, almeno a breve, il declino dei Cinque Stelle, divenuti irrilevanti in entrambe le Regioni in cui si è votato. Tale circostanza è potenzialmente di grande peso negli affari interni del nostro paese, avendo certificato un imponente travaso di voti grillini tanto verso destra quanto verso sinistra.

È opinione diffusa che i pentastellati stiano pagando un alto prezzo alle due alleanze cui hanno dato vita per andare al governo dopo il 3 marzo 2018. Cosa ciò possa implicare nei futuri equilibri politici a Roma è ancora troppo presto per dirlo. Ma un fatto pare assodato: i Cinque Stelle non possono permettersi una crisi in questo momento né, tanto meno, di andare a nuove elezioni generali che li penalizzerebbero certamente moltissimo.

Forse, alla ricerca della propria salvezza personale, altri parlamentari grillini abbandoneranno in futuro i gruppi pentastellati, ma difficilmente per passare tutti all’opposizione, dove Salvini e Giorgia Meloni avrebbero seri problemi a garantirne la rielezione, stante il forte taglio al numero di deputati e senatori previsto da una legge costituzionale recentemente approvata, che pare sia intenzione di sottoporre a voto confermativo popolare entro la fine di marzo.

Il Governo Conte II, o comunque la formula che lo sostiene, dovrebbe quindi sopravvivere, magari con qualche adattamento e forse anche un rimpasto, che non mancherebbe di premiare il Pd, che ha già iniziato in effetti a battere cassa, dopo essersi confermato primo partito tanto in Emilia-Romagna quanto in Calabria.

Matteo Salvini a Maranello
© REUTERS / Guglielmo Mangiapane
In termini di politica estera, in conseguenza di questi sviluppi è preventivabile un’accentuazione della deriva filo-francese dell’Italia – già vistosamente in atto, come prova l’intenzione di Roma di concorrere con proprie navi militari anche alla missione europea di scorta al traffico mercantile nel Golfo Persico che Parigi sta progettando di guidare. Dovrebbe parallelamente indebolirsi il partito filo-turco, che ha i suoi attuali maggiori bastioni proprio alla Farnesina e in Palazzo Chigi, dove comandano i pentastellati.

Non dovrebbero invece esserci variazioni nell’attuale assetto delle relazioni con gli Stati Uniti, la Repubblica Popolare Cinese e la Russia. L’Italia rimarrà fedele alla Nato, ma non uscirà dalle vie della seta e continuerà a dialogare con Mosca.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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