22:08 27 Febbraio 2020
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Le dimissioni del capo politico dei 5 Stelle alla vigilia del voto in Emilia Romagna sono un tentativo di sottrarsi al ruolo di capro espiatorio per l’inevitabile sconfitta. Ma sono anche la conseguenza degli innumerevoli errori inanellati dopo la vittoria del 2018.

Più che un addio quella di Luigi Di Maio è una fuga. Una fuga dall’imminente disfatta in Emilia Romagna, dagli scontri con il santone Beppe Grillo, dalla rivalità con il premier Giuseppe Conte e dalla riottosa avversità di una componente parlamentare ormai restia a riconoscere la sua guida. Ma le ragioni di una fuga sono sempre la conseguenza di precedenti sconfitte

E qui l’elenco non è breve. L’incombente tracollo alle regionali dell’Emilia Romagna, dove gli ultimi sondaggi davano i 5 stelle al 7/8 per cento, è il risultato delle evidenti incapacità esibite da Di Maio nella cruciale transizione da movimento di opposizione a formazione di governo. Lo sbilanciato e quotidiano paragone che dal giugno 2018 a metà agosto 2019 ha contrapposto un Di Maio eternamente incerto e spaesato ad un Matteo Salvini politicamente e mediaticamente dominante è diventata, nella percezione degli italiani, la dimostrazione dell’incapacità del Movimento 5 Stelle di guidare l’Italia.

Un’evidenza pagata con il devastante risultato delle europee dello scorso maggio quando, dopo 11 mesi al governo, il movimento è precipitato dal 32,7 delle legislative al 17 per cento. Il tutto mentre Salvini raddoppiava volando dal 17,7 a oltre il 33 per cento. Neppure il colossale errore commesso da Salvini uscendo dal governo nella speranza di arrivare ad elezioni anticipate ha beneficiato Di Maio.

L’unione contro-natura con il Pd impostagli dal padre fondatore Grillo e dalla Casaleggio Associati lo ha trasformato in un estraneo a casa propria. Per l’ex-steward dello stadio San Paolo di Napoli entrato in Parlamento a soli 26 anni nel 2013 e incoronato, tre anni dopo, capo politico del movimento l’alleanza con il Pd rappresenta un’autentica nemesi, un’abiura di tutte le battaglie che hanno decretato il suo successo personale e quello del movimento.

Di Maio comprende sin dall’inizio la dimensione suicida di quel passaggio dall’opacità dell’era Salvini al tradimento consumato con Zingaretti, ma non può tirarsi indietro. Dire no ad un Grillo e ad una Casaleggio Associati irremovibili nell’imporgli l’innaturale abbraccio con il Pd significherebbe dimettere senza speranze di risorgere.

Paradossalmente l’imposizione di quell’opzione innaturale lo porta ad un'altra decisione totalmente contraddittoria rispetto alla sua esperienza e alle sue competenze ovvero la scelta dell’incarico di Ministro degli Esteri. Per un ex vice-Presidente del Consiglio che ha collocato la Russia nel Mediterraneo, ha ribattezzato Ping il presidente cinese Xi Jinping ed è andato a stringere la mano ad uno dei più impresentabili portavoce dei gilet gialli la poltrona della Farnesina non è esattamente il trampolino più facile per una resurrezione. E infatti i risultati si vedono.

Grazie ad un Ministro degli Esteri costretto a dedicarsi ad un movimento quotidianamente sovrastato dal Pd e costantemente sotto attacco da parte di Renzi l’Italia perde il controllo della situazione in Libia e si ritrova completamente assente sullo scenario internazionale. Non a caso all’indomani dell’uccisione del generale iraniano Soleimani in Iraq il segretario di Stato Usa Mike Pompeo si consulta con Francia, Germania ed Inghilterra, ma si guarda bene dal chiamare Di Maio, Ministro di un paese che in Iraq schiera il secondo contingente militare dopo quello americano.

Ma gli insuccessi sul fronte internazionale sono poca cosa rispetto alle “debacle” inanellate su uno scenario interno dove il Movimento e il suo capo politico non riescono a farsi protagonisti di una singola iniziativa politica. Se al fianco di Salvini Di Maio appariva come il numero due costantemente in affanno nel governo Conte 2 si trasforma nel signor Nessuno.

Un signor Nessuno incapace d’influenzare le scelte d’un esecutivo dove la posizione dei 5 Stelle è ormai espressa dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte trasformatosi nell’unico referente di Beppe Grillo e della Casaleggio Associati. Un Presidente del Consiglio che lavorando alle spalle di Di Maio gli ha sottratto anche il controllo di un gruppo parlamentare decimato dai passaggi al gruppo misto e sempre più lontano da un “capo politico” accusato di “autoritarismo”.

Abbandonato da tutti Di Maio ha capito che da qui ad una settimana sarebbe diventato anche il capro espiatorio da mettere sull’altare all’indomani dell’inevitabile “debacle emiliana”. E ha scelto di darsela a gambe. Ma se il Movimento 5 stelle può dire di aver risolto uno dei suoi problemi l’Italia continuerà a pagar lo scotto di un Ministro degli Esteri inetto e inadeguato. E come dimostra il dossier Libia il conto, alla fine, rischia di esser assai salato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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