19:40 24 Febbraio 2020
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L’ambizione della Cina di Xi Jinping è indubbiamente di diventare un leader mondiale in coabitazione con gli USA o, magari, anche da sola.

L’enorme crescita della sua economia negli ultimi trent’anni, l’ammodernamento della propria marina, del proprio esercito e delle forze aeree e missilistiche, con l’aggiunta del fatto che dagli anni ’60 è anche una potenza nucleare, confermerebbero che quest’obiettivo possa essere più che realistico. Se aggiungiamo che gli Stati Uniti, almeno dall’invasione dell’Iraq in poi, hanno iniziato il cammino di una lenta, seppur involontaria, abdicazione al ruolo di unico egemone, il futuro che ci aspetta potrebbe essere facilmente tinto anche dal rosso della bandiera cinese.

Indubbiamente, e contrariamente al testamento spirituale lasciato da Deng Xiao Ping, le ambizioni di Pechino non sono più sottotraccia e sono oggi diventate manifeste. Infatti, si è passati dal progetto di Hu Jintao di “Peaceful development” a quello di Xi Jin Ping: “Peaceful rise” e il cambiamento va ben al di là di una semplice sostituzione di parole. Al fine di assicurarsi i mercati, le navi cinesi pattugliano tutte le maggiori vie di transito marine mondiali e gli investimenti d’oltre mare sono quintuplicati dagli ultimi vent’anni. Il Mar Cinese Meridionale è pieno di avamposti militari e anche dove non ci sono navi militari a vigilare sono centinaia i navigli pseudo-civili che entrano nelle acque territoriali altrui comportandosi da padroni.

Tutto lascerebbe pensare che la crescita della potenza cinese sia inarrestabile e ineluttabile ma, se guardiamo in profondità, per Pechino non sono tutte rose e fiori.

E’ risaputo che le condizioni dell’economia cinese stiano peggiorando in modo marcato dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi. Anche stando ai dati ufficiali rilasciati dalle autorità di Pechino (dati su cui molti economisti avanzano forti dubbi invitando almeno a dimezzarli), si è passati da una crescita annua dal 15% all’attuale 6%, il tasso più basso degli ultimi trent’anni. Si tratterebbe, pur sempre, di una crescita enorme se comparata a quella degli altri Paesi sviluppati (gli USA superano a fatica il 2% e l’Italia si dibatte tra un misero 0,1 e un obiettivo dello 0,5), ma occorre ricordare che il Prodotto Nazionale Lordo cinese deve quasi tutto agli investimenti pubblici effettuati soprattutto in infrastrutture e abitazioni. Keynes, usando un paradosso, diceva che per fare girare l’economia potrebbe essere necessario pagare dei lavoratori affinché scavino una qualunque caverna e poi pagarli ancora per riempirla. In realtà, il meccanismo sarebbe virtuoso se si trattasse di investimenti produttivi che siano poi utilizzati e contribuiscano a migliorare facilities e condizioni di vita degli abitanti. Purtroppo, finanziare ponti che non vanno da nessuna parte o costruire strade inutili o edifici altrettanto non produttivi aumenta sì la circolazione di moneta, ma anche il debito. 

E’ il caso della Cina, il cui debito pubblico è quadruplicato in termini assoluti negli ultimi dieci anni e adesso supera il 300% del PIL. Pechino ha finanziato, direttamente o indirettamente, la nascita di cinquanta città fantasma piene di uffici vuoti, appartamenti, supermercati e aeroporti. Si stima che il 20% delle abitazioni di recente costruzione rimanga vuoto e anche la capacità produttiva delle trenta maggiori industrie eccede del 30% il potenziale assorbimento del mercato. Il numero di fallimenti delle imprese private è in costante crescita e lo stesso Governo cinese stima di avere bruciato tra il 2009 e il 2015 ben 6000 miliardi di dollari in “investimenti improduttivi”. 

Nonostante sia stato dichiarato avere il fine di aprire nuovi mercati (oltre a costituire una penetrazione di carattere politico), lo stesso piano d’investimenti necessario a finanziare l’ambizioso progetto delle Nuove Vie della Seta (marittima e terrestre) potrebbe trovarsi in forse. A tutto ciò occorre aggiungere che la politica del figlio unico sta provocando una crisi demografica che tocca cifre enormi a causa dello smisurato ammontare della popolazione globale cinese. Fino alla fine degli anni ’90 c’erano otto persone in età di lavoro per ogni cittadino di oltre 65 anni. I demografi stimano attualmente che nel corso dei prossimi trent’anni verranno meno circa 200 milioni di persone in età lavorativa (e quindi anche giovani consumatori) mentre cresceranno di 300 milioni i senior. Sempre all’inizio degli anni 2000, la Cina era autosufficiente in cibo, acqua e risorse energetiche, oggi, grazie all’aumento dei consumi e dell’industrializzazione, è fortemente deficitaria in tutti e tre.

Sul piano della politica interna l’allora premier Wen Jiabao aveva già avvertito che il modello di crescita cinese era “instabile, sbilanciato, non coordinato e insostenibile”. Anche Xi, in diversi discorsi, ha messo in guardia i membri del partito da un potenziale collasso in stile sovietico. Il calo della crescita e il forte indebitamento possono essere forieri di malcontento popolare a causa delle crescenti aspettative via via deluse e, per far fronte a questa prospettiva o cercare di prevenirla, il Governo ha raddoppiato negli ultimi dieci anni le spese dedicate alla sicurezza interna. Contemporaneamente, ha dato vita a una forte campagna nazionalistica, ha aumentato la censura, imprigionato in campi di concentramento un milione di Uiguri e attribuito allo stesso Xi i poteri di un dittatore a vita.

Tuttavia ciò sembra non bastare: in varie zone dell’immenso territorio le proteste di lavoratori e di comuni cittadini sono in aumento e ciò lascia presagire altri atti repressivi da parte del Governo.

Davanti ad una situazione critica di questo genere è facile che succeda alla Cina quello che è accaduto in precedenza in altri Paesi. Tutte le società reduci di una grande crescita economica arrestatasi più o meno improvvisamente hanno visto frustrate le attese di chi aveva visto altri migliorare le proprie condizioni di vita e teme di non essere in grado di fare altrettanto. Conseguenza: aumento del malcontento diffuso e dei disordini sociali. Successe anche agli Stati Uniti alla fine dell’800. In quel caso, la democratica America reagì sopprimendo con violenza gli scioperi e le proteste, aumentando contemporaneamente gli investimenti, le esportazioni e annettendo territori in America Latina e nei Paesi dell’Oceano Pacifico per garantirsi, forzosamente, nuovi sbocchi per le proprie merci e assicurarsi i rifornimenti di materie prime.

Il rischio che il mondo corre oggi è che uno Stato di ben un miliardo e trecento milioni di persone segua quella strada e le mosse aggressive di Pechino, sia all’interno sia all’estero, sembrano confermarlo. E’ vero che in un periodo di globalizzazione dei mercati come quella avuta sinora la proiezione commerciale all’estero potrebbe avvenire in maniera pacifica ma, con il rinascere dei desideri protezionisti un po’ in tutto il mondo e con la diffidenza suscitata dalle manovre cinesi, non si può escludere che Pechino ritenga di dover ricorrere a metodi più assertivi.

Il rischio per tutti (e anche per noi europei) è grande. Se la Cina riuscirà a superare pacificamente la crisi che la sta toccando in questi anni e che sembra destinata a durare per almeno un altro decennio, dovremo abituarci a fare i conti con una cultura dominante nuova, ammirevole ed eccezionale per certi aspetti ma storicamente restia a compromessi con altre culture. Se, invece, la situazione interna cinese dovesse peggiorare, le ipotesi sono due. Nel caso il potere politico centralistico di Pechino riesca a rimanere forte e compatto, esso sarà allora facilmente predisposto a garantirsi la stabilità economica e sociale interna accentuando i toni aggressivi e nazionalisti verso l’estero, anche a costo di affrontare scontri e nuove guerre. Al contrario, dovesse verificarsi un crollo dell’intero sistema con possibili guerre civili e povertà di ritorno, potremmo trovarci decine di milioni di cinesi che fuggono dal loro Paese e si disperdono un po’ ovunque nel mondo, causando, a causa del loro ingente numero, instabilità e conflitti nelle società che li accoglieranno.

In ogni caso, il futuro non appare roseo e tranquillo e c’è da domandarsi quale delle tre ipotesi sopra esposte possa costituire per noi il minore dei mali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Relazioni USA-Cina, Cina
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