07:08 23 Febbraio 2020
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La conferenza sulla Libia convocata a Berlino da Angela Merkel ha prodotto risultati interlocutori e chiaramente insufficienti, almeno per alcuni paesi. Tra i delusi dei suoi esiti si annovera certamente l’Italia, che era rappresentata nella capitale tedesca dal premier Giuseppe Conte e dal Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

Buona parte dell’insoddisfazione può essere tranquillamente ascritta alle aspettative eccessive che Roma nutriva nei confronti dell’evento berlinese. Colta di sorpresa dai più recenti sviluppi verificatisi nella sua ex colonia e a cavallo del Mediterraneo centro-orientale soprattutto ad opera della diplomazia turca, l’Italia aveva in effetti cercato di recuperare il tempo e il terreno perduti dando vita ad una fitta serie di contatti con le parti in causa o comunque coinvolte nel conflitto in atto in Libia.

Si erano mossi sia Di Maio che lo stesso Conte, nella speranza di contribuire a tessere la tela che avrebbe dovuto condurre al grande accordo tra i leader dei due schieramenti che si stanno combattendo. Nessun interlocutore era stato trascurato. Ad un certo punto, peccando d’ingenuità, si era anche immaginato di fare della capitale italiana il luogo in cui Serraj ed Haftar si sarebbero stretti la mano per avviare una vera trattativa, magari da perfezionare in Germania.

Essendo venuto a conoscenza della presenza a Roma del suo rivale Haftar, Serraj aveva tuttavia declinato all’ultimo l’invito ricevuto dall’Italia, accelerando il proprio ritorno a Tripoli dalla capitale straniera in cui si era recato, con l’effetto di esporre pubblicamente l’insuccesso diplomatico del Bel Paese, in realtà inevitabile per uno Stato che dispone certamente di asset importanti anche in territorio libico e nelle acque antistanti, ma incontra difficoltà quando si tratti di impiegarli in modo strategico, ovvero in funzione di un obiettivo politico prestabilito.

Per mediare efficacemente tra parti in lotta, infatti, l’abilità tecnica non basta. Occorre invece disporre di una capacità di persuasione: un fattore che dipende in modo decisivo non solo dagli strumenti in campo ma anche da come li si usa.

In altre parole, non si può costringere dei belligeranti ad un’intesa se non si è in grado di minacciarli o premiarli. Questo spiega la percezione di un’irrilevanza italiana la cui ampiezza lo stesso Conte ha potuto apprezzare personalmente al momento dello scatto delle foto ricordo del vertice berlinese.

© Sputnik . Aleksei Nikolskiy
La conferenza di Berlino

Non ha aiutato molto neanche la circostanza che a Roma non esistesse un indirizzo unitario sulle opzioni politiche di fondo da perseguire, con Palazzo Chigi e la Farnesina intenti a privilegiare l’appeasement con Ankara e la Difesa, invece, più favorevole a scommettere sulla Francia proprio in funzione anti-turca.

Va notato come, per difendere dalle interferenze turche la concessione ottenuta dall’Eni nella zona economica esclusiva di Cipro, su input del Ministro Lorenzo Guerini la Marina Militare italiana abbia iniziato ad effettuare crociere ed esercitazioni nell’area dalla chiara valenza dissuasiva e come alla stessa misura si sia risolta anche Parigi nell’intento di proteggere a sua volta gli impianti delle proprie società.

Per compiacere Erdogan, invece, Di Maio ha evitato di apporre la propria firma su un documento elaborato nell’ambito dell’East Med, ritenendolo eccessivamente ostile alla Turchia: circostanza che è stata successivamente rivendicata dallo stesso Conte come un merito italiano durante un recente bilaterale con il leader turco, probabilmente nella speranza di moderarne le ambizioni in Libia.

Del contenuto dei colloqui di Ankara tra Conte ed Erdogan è trapelato molto poco. Ma non sarebbe sorprendente se il premier italiano avesse cercato di trattare con il presidente turco un regolamento dei rispettivi interessi energetici, magari cedendo qualcosa su Cipro allo scopo di tutelare la posizione dell’Eni in Libia.

L’arrivo a Tripoli - e probabilmente anche a Misurata - di armi turche e miliziani reduci dalla guerra civile siriana deve però aver spiazzato Roma, che non è stata in grado di mettere sul tavolo un’offerta più competitiva di quella di Erdogan al Governo di Accordo Nazionale.

Il resto lo ha fatto l’inattesa intesa tra Ankara e Mosca, con la quale la Russia si era apparentemente impegnata a far accettare ad Haftar una divisione territoriale della Libia meno favorevole di quella che si stava determinando sul campo.

Poco importa che successivamente l’uomo forte del raggruppamento cirenaico abbia rifiutato di sottoscrivere la soluzione che era stata preparata per lui e Serraj, forse per istigazione francese. Quello che conta è infatti la circostanza che da un certo momento in avanti la Russia non abbia più ostacolato le mire turche, al contrario di quanto ci si aspettava.

A quel punto, l’Italia si è rivolta agli Stati Uniti, nella speranza che fossero proprio gli americani a soccorrerla, allontanando i turchi da Tripoli e inducendoli a più miti consigli anche sull’East Med.  Anche in questo caso, però, Roma ha fatto un buco nell’acqua.

Infatti, non avendo interessi nazionali diretti importanti in Libia, salvo il consueto contenimento dell’influenza russa, l’America non si è schierata contro Ankara, ma ha invece intimato ad Haftar, che sta dall’altra parte, di riaprire gli oleodotti che aveva bloccato alla vigilia della Conferenza di Berlino, probabilmente per ottenere una maggior considerazione delle sue posizioni.

Poteva esser previsto: dal momento che Washington sta tentando di evitare che la Turchia esca dall’Alleanza Atlantica e scivoli stabilmente nell’orbita della Shanghai Cooperation Organization, era improbabile che Mike Pompeo prendesse apertamente di petto Erdogan.

Dietro la crescente debolezza italiana in Libia, c’è esattamente questa combinazione di variabili e dinamiche, che ha creato una costellazione d’interessi straordinariamente negativa per Roma e molto favorevole alla Turchia.

L’Italia è rimasta sola, come forse non mai, portando a casa ben poco: sostanzialmente la costituzione di una commissione militare congiunta, cui parteciperanno personalità designate tanto da Serraj quanto da Haftar. La missione neutrale d’interposizione, che Roma desiderava guidare con un proprio generale sotto le insegne dell’Onu, non vedrà invece la luce, anche per l’avversione che la circonderebbe sul terreno: una condizione di cui si è fatto interprete, tra gli altri, l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia.

A questo punto, forse converrebbe all’Italia di riconsiderare le scelte di allineamento fatte in Libia quattro anni fa, se solo fosse possibile: abbandonare il Governo di Accordo Nazionale mentre a Misurata si trovano oltre 300 soldati italiani potrebbe infatti esporre il contingente italiano al rischio di essere attaccato dalle milizie locali qualora il nostro paese passasse improvvisamente con Haftar. La sensazione è che Roma abbia le mani legate.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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