00:53 18 Febbraio 2020
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La conferenza sulla Libia a Berlino (29)
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Non c’è soltanto la crisi tra Iran e Stati Uniti a movimentare la scena politica internazionale in questo scorcio iniziale del 2020.

Novità si sono infatti prodotte anche in Libia, uno scacchiere che forse globalmente interessa meno, anche a causa dello scarso peso che riveste nel calcolo strategico americano, ma che è invece di grande importanza per l’Italia e per l’Europa.

Dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi, avvenuto nel 2011, a Tripoli non è mai tornata la pace. Si sono anche svolte libere elezioni a livello nazionale, ma il paese è rimasto diviso, conteso da una molteplicità di attori più o meno potentemente armati, che con il tempo hanno dato vita a raggruppamenti più ampi. I centri di maggior peso politico-militare, con una ragionevole approssimazione, sono attualmente almeno tre.

Il primo è rappresentato dal Governo di Accordo Nazionale, insediatosi nella vecchia capitale dopo gli accordi di Skhirat raggiunti anche grazie alle pressioni dell’allora Presidente americano Barack Obama. Lo dirige Fayez al Serraj, che gode di un ampio riconoscimento internazionale ma non è mai veramente riuscito ad imporsi come un riferimento per tutta la Libia.

Il secondo centro di potere è senz’altro la “città-Stato” di Misurata, che ospita una cospicua minoranza turca ed è un bastione della Fratellanza Musulmana libica. I misuratini sono una vera e propria potenza militare, disponendo di forti milizie che sono dotate anche di mezzi blindati.

Misurata sostiene attualmente Tripoli e questo appoggio si è rivelato finora di decisiva importanza ai fini del mantenimento di Serraj al potere. Non a caso, lo schieramento che si oppone oggi al Governo di Accordo Nazionale sta cercando da mesi di interrompere i collegamenti via terra tra le due città, senza il quale verosimilmente la capitale cadrebbe.

Il terzo polo è quello cirenaico, nel quale si è progressivamente affermata la personalità del generale Khalifa Haftar, che è riuscito a ripulire l’est libico dal grosso delle infiltrazioni jihadiste che lo infestavano prima di tentare la conquista dell’intero paese.

Haftar è un nemico dell’Islam Politico, che ha invece nel Governo di Accordo Nazionale tripolino e in Misurata i suoi ganci in Libia. Questa spaccatura interna è il dato che ha concorso a fare della guerra civile libica uno dei maggiori teatri del grande scontro regionale che oppone i sostenitori della Fratellanza Musulmana ai loro nemici.

Haftar ha ricevuto infatti il sostegno incondizionato del presidente egiziano al Sisi, giunto al potere dopo un colpo di stato militare perpetrato ai danni del predecessore Morsi, che era emanazione degli Ikhwan avversati dai generali del Cairo.

Per ragioni analoghe, si sono schierati con Haftar anche altri paesi ostili alla causa dell’Islam Politico: in particolare, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, questi ultimi presenti sulla scena anche con equipaggiamenti militari di una certa consistenza.

Serraj e Misurata invece hanno ricevuto sostegni dalla Turchia e dal Qatar, oltre che dall’Italia, dalla Gran Bretagna e dagli stessi Stati Uniti, almeno finché al potere in America è rimasto Barack Obama, che era fautore di una politica di appeasement nei confronti dell’Islam Politico.

Pur riconoscendo ufficialmente il Governo di Accordo Nazionale, inoltre, ha sposato la causa di Haftar la Francia, sia in chiave anti-turca che per perseguire ai danni dell’Italia la dilatazione della propria sfera d’influenza in Nord Africa.

Haftar avrebbe ricevuto anche il sostegno di istruttori militari giunti da Israele nonché il supporto della compagnia militare privata russa Wagner. Anche se Mosca non è ufficialmente sul terreno, è comunque regionalmente schierata dal lato degli avversari dell’Islam Politico, essendo vicina sia all’Egitto dei militari che al governo siriano.

Con l’avvento di Trump al potere, anche gli Stati Uniti si sono raffreddati nei confronti di Serraj, avvicinandosi ad Haftar, prima che l’accordo intervenuto sul Rojava tra il presidente americano e quello turco modificasse ulteriormente la situazione sul campo, questa volta nella direzione di una maggior neutralità di Washington.

Forte dell’accordo raggiunto con Trump, Erdogan ha elevato il profilo della sua presenza nel teatro libico, aggiungendo ai pochi istruttori militari inviati a Misurata nella scorsa estate un consistente numero di volontari jihadisti provenienti dalla Siria.

Inoltre, proprio come in Siria dopo il ripiegamento statunitense dal Rojava, Ankara e Mosca hanno dialogato anche su una prospettiva di riassetto geopolitico della Libia, tenendo conto dei rispettivi interessi regionali, che investono anche il futuro del cosiddetto East Med: un asse energetico che legherebbe Egitto ed Israele, attraverso Cipro e la Grecia, all’Europa meridionale, facendo concorrenza alle pipelines che partono dalla Federazione Russa.

Erdogan ha cercato di tagliarlo in due stringendo un’intesa con il Governo di Accordo Nazionale libico di Serraj che ha delimitato le rispettive Zone economiche esclusive marittime, prevedendone la saldatura, seppure in un breve tratto.

Di qui, l’interesse comune russo-turco a consolidare questo quadro, che avrebbe dovuto essere sancito proprio a Mosca da una stretta di mano tra Haftar e Serraj. La cosa non è però andata in porto perché l’uomo forte della Cirenaica ha rifiutato alcune delle concessioni al rivale che gli era stato chiesto di sottoscrivere.

Si sospetta che ad incoraggiarlo sulla via del rifiuto siano stati i francesi, desiderosi di rientrare in gioco e comunque profondamente ostili al patto marittimo raggiunto da Erdogan e Serraj. La complessità del ginepraio diplomatico è evidente.

Si proverà a sbrogliare la matassa a Berlino, nell’ambito di una conferenza internazionale alla quale la diplomazia tedesca tiene molto, al contrario di quella americana, che invece ne osserva con grande scetticismo i preparativi.

Vladimir Putin e Recep Erdogan alla ceremonia di apertura di Turkish Stream
© Sputnik . Sergey Guneev
Sull’imminente appuntamento in Germania scommette anche l’Italia, che è desiderosa di recuperare un ruolo e punta a questo scopo sull’allestimento di una grande missione militare multinazionale di interposizione.

Della Germania sono noti sia l’interesse a contenere il rafforzamento della Francia nel Mediterraneo che la necessità di offrire soddisfazione alle aspirazioni della Turchia, presente con una folta diaspora di suoi cittadini sul suolo tedesco. Questa linea piace almeno ad una parte degli ambienti diplomatici italiani, ma non è stata ancora esplicitata a livello politico.

Roma, peraltro, non intende contrapporsi alla Russia in Libia e parla anche con Haftar. Accostandosi nuovamente alla Turchia, mira probabilmente soltanto a negoziare più efficacemente la tutela dei propri interessi energetici e di sicurezza, contribuendo alla creazione di una cornice entro la quale schierare un numero significativo di propri soldati. Vedremo presto con quale successo.

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