21:19 06 Aprile 2020
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La crisi libica vede oramai due principali protagonisti che stanno alle spalle, rispettivamente, di Haftar a Bengasi e Al Sarraji a Tripoli: la Russia (con Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e, in modo un po’ ipocrita, Francia) e la Turchia (con, almeno ufficialmente, l’ONU, l’EU, il Qatar, gli USA).

Nessuno può immaginare con sicurezza quale sarà la soluzione definitiva alla questione aperta, anche se un’ipotesi molto accreditata vede il Paese spartito in due diverse zone d’influenza con concessioni di pura immagine lasciate dai due maggiori protagonisti agli altri Paesi teoricamente coinvolti.

Non è male, però, cercare di ricordare come tutto il problema nacque, e Renato Farina lo fa su Libero dell’8 gennaio scorso.

Nel 2011 la Libia di Gheddafi aveva oramai chiuso ogni contenzioso con l’Italia e, anche grazie alla riuscita “operazione simpatia” di Berlusconi, le aziende del nostro Paese avevano ottenuto di essere previlegiate negli appalti pubblici libici (e cioè in più dell’80% degli acquisti che Tripoli faceva all’estero), a parità di condizioni, rispetto a qualunque altra società straniera. Fu anche per questo successo della nostra politica che i servizi segreti di Sarkozy con la complicità e l’approvazione di quelli britannici e americani organizzarono il colpo di stato contro Gheddafi, opportunamente riscoperto come “dittatore sanguinario”. Sarkozy non si era accorto della sua “malvagità” quando ricevette da lui consistenti contributi elettorali e inglesi e americani dimenticarono le delegazioni ufficiali di centinaia di loro imprenditori e dirigenti d’azienda che poche settimane prima si erano recate in Libia (forse inutilmente) alla ricerca di affari.

Risulta personalmente al sottoscritto che un ministro bengasino del governo libico si fosse recato a Parigi quindici giorni prima che cominciassero i disordini e s’incontrasse proprio con il capo dei servizi segreti di quel Paese. Il viaggio era giustificato con la necessità di ricevere cure in un ospedale parigino, ma la coincidenza tra quella visita e i disordini di cui il ministro fu uno degli artefici è perlomeno sospetta.

Appena la Francia decise, senza informarci preventivamente, di intervenire con i propri aerei per “difendere” i ribelli locali dalla “truce” repressione del dittatore cominciarono a essere diffuse varie ”fake news” e cominciò, in Italia, la critica contro la prima decisione di Berlusconi di “non volersi immischiare in un fatto di politica interna”. Una delle fake news più clamorosa fu l’immagine di presunte fosse comuni scavate dai soldati del regime per seppellirvi le centinaia di vittime della repressione. Un amico italiano che aveva vissuto in Libia tutta la sua gioventù vide quelle immagini trasmesse da Al Jazeera, riconobbe i luoghi e mi confidò che, in realtà, si trattava di semplici scavi per nuove tombe del cimitero ufficiale di Tripoli. Le didascalie tuttavia dicevano ben altre cose e, per chi non aveva conosciuto quella città, risultavano credibili.

Un’altra delle notizie false che furono immediatamente accreditate da nostri giornalisti superficiali (o politicamente “venduti” )fu quella che descriveva ciò che stava succedendo come una ribellione contro il dittatore da parte di forze che chiedevano la democrazia. Chiunque conosceva un poco la Libia e fosse in buona fede invece capì immediatamente che si trattava di una lotta di potere tra bande locali, ispirata dall’estero e praticata da chi sperava in quel modo di poter sostituire Gheddafi e i suoi sodali.

Nel suo articolo, Farina (allora deputato) ricorda come tutta la stampa antiberlusconiana, il PD e la Presidenza della Repubblica organizzassero un’intera campagna affinché Berlusconi accettasse di far partecipare alle operazioni anche l’aereonautica militare italiana. Lo si convinse (obbligò?), ovvia conseguenza, anche a concedere l’uso delle nostre basi da dove far partire gli aerei dei nostri alleati.

Dal fronte opposto a Berlusconi si distinsero due personaggi che invocavano il diritto/dovere di bombardare per “ingerenza umanitaria”, al fine di salvare vite di cittadini innocenti (come se gli aerei degli alleati gettassero caramelle): il solito D’Alema sempre ansioso di far dimenticare agli americani di essere stato un fervido comunista filosovietico e l’allora Presidente della Repubblica Napolitano. A proposito di quest’ultimo sarà interessante, per chi lo potrà, conoscere il giudizio degli storici tra qualche anno perché, nonostante il suo aplomb da gentiluomo democratico, qualcuno ricorderà che fu il maggiore collaboratore del complotto franco-tedesco per far cadere il governo Berlusconi e fu anche chi, prima ancora della decisione parlamentare e senza nemmeno informare il Governo in carica, convocò il Consiglio Supremo della Difesa per fargli sentenziare l’assoluta necessità di intervenire militarmente a fianco dei francesi e degli americani contro Gheddafi.

Vladimir Putin e Recep Erdogan alla ceremonia di apertura di Turkish Stream
© Sputnik . Sergey Guneev
Dalla parte berlusconiana va ricordato il ruolo, benché minore vista la statura personale, dell’allora ministro Frattini. Costui aveva da tempo, e cioè dal momento della seconda Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, sostenuto più gli interessi americani che quelli italiani accodandosi ogni volta agli input che venivano da oltreoceano. Chi l’ha conosciuto sa bene che nutriva un desiderio, del tutto legittimo, di poter ottenere dagli indispensabili sponsor americani la nomination come Segretario generale dalla NATO appena la sua carriera politica italiana fosse finita. In effetti, poco dopo, perse in Italia ogni ruolo politico significativo ma Washington, non sufficientemente riconoscente, non gli fece attribuire quell’incarico e lui si deve accontentare, almeno a tuttora, di essere il delegato OSCE per la Moldavia. Un altro “debitore” verso gli USA era l’allora Ministro della Difesa La Russa che sapeva bene che quel ruolo non si ottiene da noi se non arriva il placet a stelle e strisce. Anche lui, come Frattini, nel dibattito alle Commissioni Esteri di Camera e Senato spese accalorate parole a favore dell’intervento. Evidentemente Berlusconi fu troppo debole e non riuscì a resistere alle pressioni che gli arrivarono dalle varie parti e tradì così anche il Trattato di Amicizia che aveva sottoscritto con la Libia.

L’unica consolazione (per così dire) che resta a un osservatore italiano è che tutti coloro che complottarono contro Gheddafi e soprattutto contro la presenza italiana in Libia pensando di poterci sostituire (e sostituire l’ENI) sono oramai fuori dai veri giochi.

I maitres du jeu attuali sono altri e niente lascia pensare che vogliano cedere il ruolo che hanno ottenuto sul campo. Sicuramente si farà del “teatro”; tutti si dichiareranno a favore della pace e di una soluzione negoziata; si riconosceranno formalmente tanti “ruoli” e si prometterà a ciascuno quello che chiederà. Ma chi dà le carte e chi le gestisce non sarà nessuno di quelli che crearono il disastro. Farina definirebbe questa situazione: “eterogenesi dei fini”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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