16:44 28 Gennaio 2020
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Il 2020 si è aperto in modo brusco, con l’acuirsi di due importanti crisi internazionali, rispettivamente in Libia e nella regione del Golfo Persico. L’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si è focalizzata soprattutto sulla seconda. Non poteva essere altrimenti, data la rilevanza degli attori coinvolti e la posta in palio.

Al termine di una spirale di violenza che aveva comportato circa 90 attacchi in quattro mesi contro asset americani in Iraq, l’amministrazione Trump ha deciso una mossa ad alto rischio, deliberando lo scorso 3 gennaio l’effettuazione di un attacco nei pressi dell’aeroporto di Baghdad in cui è rimasto ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, che era appena giunto da Beirut senza adottare alcuna particolare precauzione.

Soleimani non era un militare qualunque, ma il comandante della Forza Quds, il reparto dei Pasdaran responsabile della conduzione delle loro operazioni esterne. In questa veste, il generale si era distinto nella difesa del legittimo governo siriano, spesso guidando dalla prima linea le proprie truppe contro i macellai dell’Isis e, pare, anche rimanendo ferito.

Si era conquistato un tale prestigio da farne senza dubbio la figura pubblica iraniana più popolare e maggiormente temuta dopo l’ayatollah Khamenei, più ancora del presidente Rohani: per questo motivo, non erano pochi coloro che lo ritenevano capace di assumere in prima persona la leadership del paese.

Ci si chiede come e perché una cosa tanto eclatante come l’eliminazione di Soleimani sia potuta accadere, ma al momento si possono soltanto formulare congetture, partendo da un presupposto fondamentale: tanto gli Stati Uniti quanto l’Iran hanno alla propria testa una dirigenza strategicamente razionale.

Quanto abbiamo visto non è stato quindi il risultato di irresistibili impulsi emotivi, anche se la paura può sempre giocare un ruolo in certe circostanze, ma piuttosto l’esito di un processo logico di identificazione delle minacce e del modo di farvi fronte. La situazione, infatti, non è sfuggita di mano.

Per comprendere cosa sia davvero successo, è bene cercare di ricostruire i nessi di causa-effetto più plausibili, concatenando i fatti nell’ordine in cui si sono verificati.

Alcuni giorni prima dell’eliminazione del generale Soleimani, gli americani avevano subìto la perdita di un paio di contractors e di un loro soldato. Avevano reagito con una rappresaglia piuttosto significativa, seguita a sua volta da un tentativo di assalto all’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad.

Le autorità iraniane negano di aver contribuito a questi episodi, attribuendone invece la responsabilità alle milizie irachene che si oppongono alla presenza americana in Iraq.

L’arrivo di Soleimani nella capitale irachena, tuttavia, ha determinato a Washington la sensazione che potesse essere sferrato da un momento all’altro un attacco di maggiori proporzioni, che avrebbe potuto anche comportare l’espugnazione dell’ambasciata americana.

Che questo fosse il vero obiettivo della missione del generale iraniano a Baghdad o meno, poco importa. Trump lo ha creduto verosimile e tanto è bastato ad indurlo alla scelta radicale che conosciamo.

Nello Studio Ovale sono da tempo convinti che Teheran intenda ostacolare la rielezione di Trump il prossimo novembre, nell’illusione che l’arrivo di un Presidente democratico alla Casa Bianca possa riportare indietro al 2016 le lancette della storia. E per il tycoon perdere il controllo della fortezza in cui risiede l’ambasciatore americano in Iraq sarebbe stato un colpo probabilmente decisivo.

Non lo si può capire bene se non si ricorda il peso che tre anni fa ebbe nella narrativa trumpiana l’attribuzione ad Hillary Clinton della responsabilità della morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi nel 2012.

Trump si è quindi trovato nella scomoda posizione di dover decidere tra un’opzione cattiva ed una peggiore. Rischiare l’apertura di un conflitto con l’Iran che avrebbe sicuramente incontrato una forte opposizione non solo tra i democratici americani ma anche tra molti suoi elettori, oppure accettare un’umiliazione che avrebbe compromesso irrimediabilmente la reputazione del Presidente.

Trump si è comunque cautelato. Prima di ordinare l’uccisione di Soleimani ha, infatti, predisposto tutti gli strumenti necessari alla dissuasione della prevedibile risposta iraniana. Qualora Teheran avesse reagito, infatti, avrebbe dovuto contemplare un’ulteriore rappresaglia, addirittura annunciata come “sproporzionata”, condotta anche con l’utilizzo dei bombardieri strategici B-52.

L’eliminazione di Soleimani ha quindi comportato soltanto un contrattacco iraniano di portata circoscritta, per certi versi simbolico, dal momento che è stato effettuato con modalità che fanno intuire la volontà di non generare perdite.

Nella circostanza, la dirigenza di Teheran ha dato quindi una grande prova di realismo nell’apprezzare i rapporti di forza in campo. Nessuna grande potenza rivale degli Stati Uniti si sarebbe esposta nella misura necessaria a garantire la sicurezza iraniana rispetto all’eventuale accentuazione degli attacchi americani contro la Repubblica Islamica.

I missili balistici scagliati da Teheran contro due basi utilizzate dagli Stati Uniti in Iraq non hanno provocato morti tra i militari americani. Trump ha colto quindi a sua volta la palla al balzo per ribadire la propria intenzione di non combattere una guerra ma, al contrario, di creare i presupposti per l’apertura un nuovo negoziato, cui mira da mesi.

Del discorso televisivo che il Presidente ha rivolto ai suoi concittadini, ma certamente anche alla dirigenza iraniana, diversi elementi meritano particolare considerazione.

L’accordo resta l’obiettivo dichiarato dall’America, che chiama a collaborarvi anche i paesi che parteciparono alle trattative sfociate nell’intesa di Vienna di cinque anni fa. Per spingere Teheran al tavolo negoziale si tornerà alle sanzioni, in effetti immediatamente rinforzate, deponendo le armi. Inoltre, Trump ha chiesto alla Nato una maggiore presenza nel Golfo.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente intrigante. Perché al contrario delle apparenze potrebbe indicare non tanto la volontà di Trump di accrescere la pressione militare complessiva sull’Iran, quanto piuttosto quella di ridurre l’esposizione diretta degli Stati Uniti nell’area. Gli alleati europei non dovrebbero aggiungersi a quelli americani, ma sostituirne il più possibile. Doveva essere così anche in Siria.

Su questo percorso, Trump è però destinato ancora una volta ad incontrare la resistenza del Pentagono, che si è già fatta sentire nell’oscuro episodio della lettera del generale Milley, comandante della Task Force Iraq, con la quale si comunicava al governo iracheno l’avvio del ridispiegamento delle truppe americane in vista del loro ritiro, richiesto proprio da Baghdad.

Il Segretario alla Difesa Esper è infatti intervenuto a stretto giro di posta, costringendo Milley ad un imbarazzante dietro-front, di cui ha dovuto tener conto anche il Presidente. Così vanno le cose a Washington in questo periodo. E non è un bene.

L’eliminazione di Soleimani avrebbe dovuto permettere a Trump di attuare un disimpegno nella certezza di non compromettere status e credibilità del potere militare statunitense. Non se ne farà invece purtroppo nulla.

Ultima annotazione: molto verosimilmente non saranno gli attacchi delle milizie sciite filoiraniane irachene ad indurre gli Stati Uniti a lasciare il Golfo Persico. Possono invece protrarne ulteriormente la presenza. Trump cerca un canale con Teheran per farlo capire direttamente ai propri interlocutori iraniani. Parlare tramite la Svizzera, il Qatar o l’Oman non basta più.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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