18:47 11 Agosto 2020
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Mentre Putin e Erdogan decidono il cessate il fuoco il premier tenta un’inutile doppia sortita con Haftar e Serraj. Ma quest’ultimo se ne va offeso. E al Cairo il ministro degli esteri rompe con l’Egitto rendendo inutile l’incontro con il generale.

Sbagliare è umano perseverare diabolico. Ma il premier Giuseppe Conte non sembra capirlo e sulla questione libica, come sugli altri fronti internazionali, continua a inanellare svarioni dalle conseguenze gravissime per l’Italia.

Per ricostruire la genesi degli errori bisogna partire dalla Conferenza di Palermo del novembre 2018. In quell’occasione il premier s’impunta sulla necessità d’ottenere a tutti i costi la partecipazione del generale Khalifa Haftar trasformandolo da invitato riluttante a ospite d’onore. La mossa, assai sventata, fa andare su tutte le furie la delegazione turca che abbandona la Conferenza. Da quel momento Ankara e il suo presidente Recep Tayyp Erdogan accelerano la politica di contrapposizione all’Italia finendo con il sottrarci qualsiasi influenza e controllo sul governo di Tripoli guidato dal premier Fayez Al Serraj. Non pago di quella lezione Conte ripete ora l’errore.

Mercoledì nel convulso tentativo di recuperare qualche spazio nella trattativa sul conflitto libico chiede ai servizi segreti dell’Aise di organizzargli un doppio incontro romano prima con il generale Khalifa Haftar e poi con il suo “nemico” Serraj. Il risultato è disastroso. Serraj, non informato del doppio vertice, non appena apprende che il “nemico” ha varcato prima di lui la soglia di Palazzo Chigi ordina al pilota dell’aereo in volo da Bruxelles a Roma di tirar dritto verso Tripoli. Al di là della frettolosa e avventata preparazione del doppio incontro c’è anche da chiedersi quale fosse la sua utilità pratica.

Mentre Conte tentava l’improvvisata sortita a Istanbul il presidente russo e quello turco Recep Tayyp Erdogan, ritrovatisi per l’inaugurazione del gasdotto Turkstream, concordavano un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica. Certo la comunicazione del cessate il fuoco non era scontata e neppure prevedibile, ma era chiaro da tempo che, fra tutte le iniziative diplomatiche sulla Libia, il summit Putin-Erdogan era l’unico ad avere ottime speranze di successo. E non solo perché i due si erano ripromessi da oltre un mese di raggiungere un’intesa proprio in occasione dell’incontro di Istanbul, ma soprattutto perché Erdogan e Putin sono gli unici a esercitare un’autentica e influenza sul governo di Serraj e sul generale Khalifa Haftar.

Erdogan che oltre a fornire droni e missili a Tripoli ha anche fatto approvare l’invio di truppe in Libia per difenderne la capitale è l’indiscusso padrino di un Governo di Unità Nazionale sottratto alla potestà dell’Onu e consegnato alla causa della Fratellanza Musulmana. Vladimir Putin è invece il vero ago della bilancia della variegata alleanza che vede Emirati Arabi, Francia, Arabia Saudita ed Egitto al fianco dell’uomo forte della Cirenaica. La vera forza della Russia rispetto agli altri “protettori” di Haftar è quella di mantenere ottimi rapporti anche con Fayez Al Serraj e di dialogare costantemente con Erdogan pur avendone criticato la decisione di inviare il proprio esercito ad appoggiare Tripoli.

Conte avrebbe potuto facilmente comprendere quindi che sul fronte della trattativa diplomatica non c’era partita. Se ce n’era una residuale era quella di attendere il risultato della partita russo-turca per inserirsi eventualmente nella sua scia. Magari sfruttando i tradizionali canali con una Russia sempre disponibile nei confronti del nostro paese. Il Presidente del Consiglio, preso dall’ansia di vedersi tagliato fuori e di offrire ai media un segnale della propria presenza nella partita libica ha invece tentato una mossa affrettata rivelatasi alla fine doppiamente dannosa. Un errore sottolineato anche dall’incaricato di Mosca per la Libia Lev Dengov.

“Serraj non è andato a Roma perché la parte italiana non è riuscita ad organizzare in modo corretto l’incontro. Molti punti non sono stati discussi con le parti”.

Lo schiaffo a Serraj finisce così con il regalare altri punti alla Turchia di Erdogan e allontanare ancor più l’Italia da Tripoli mettendo ulteriormente a rischio sia la gestione del gas e del petrolio dell’Eni, sia il controllo dei flussi migratori. Per contro il faccia a faccia con Haftar ben difficilmente regalerà all’Italia margini di manovra sufficienti a contrapporsi all’influenza di Egitto, Francia ed Emirati. Anche perché su quel fronte è arrivato nelle stesse ore lo svarione diplomatico di Luigi Di Maio. Il ministro degli esteri, dopo aver partecipato al Cairo ad un vertice con Egitto, Cipro, Grecia e Francia, ovvero il fronte più vicino ad Haftar e più avverso a Serraj e Erdogan, se ne torna a Roma rifiutandosi di firmare un comunicato finale definito troppo sbilanciato a favore di Tripoli.

Un’indelicatezza che declassa la partecipazione di Di Maio da semplicemente inutile ad assolutamente dannosa. Trascinati dalla smania di apparire e da una malcelata competizione Conte e Di Maio dimenticano insomma che in diplomazia non basta esserci, ma bisogna anche aver qualcosa di serio da proporre. E, soprattutto la forza e la capacità d’imporlo. Requisiti che risultano totalmente assenti nelle azioni di entrambi. Con grave danno per l’Italia e per la sua considerazione internazionale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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