15:03 20 Gennaio 2020
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Uno dei miti piu’ celebrati nella narrativa post-seconda guerra mondiale è il “proditorio” attacco giapponese a Pearl Harbour.

Si sono sprecate parole e immagini commoventi sulla vita tranquilla di quella base navale americana colpita nelle luci dell’alba da terrificanti bombardamenti, apparentemente del tutto inaspettati, ma soprattutto ingiustificati.

La storiografia popolar-mediatica non si è mai impegnata ad analizzare come mai tutto avvenne e perché proprio in quel modo. Tuttavia, anche se la storia degli uomini non si ripete mai esattamente allo stesso modo è utile fare un passo indietro, cercare di ricordare cosa successe prima dell’attacco e farne tesoro per esaminare anche alcuni avvenimenti attuali.

Quando si sostiene che gli Usa stiano “distraendosi” dall’Europa per guardare con più interesse alla zona del Pacifico, si dimentica che il loro sguardo verso ovest non è affatto nuovo. Già dopo la prima guerra mondiale, l’interesse americano su quella parte del mondo si era manifestato in modo importante e la National Defense Strategy era focalizzata più sull’Asia che sull’Europa. Le Hawaii e le Filippine erano sotto totale influenza americana sin dall’inizio del secolo e servivano come basi militari per controllare i traffici oceanici di quella parte del mondo.

Il Giappone era in pieno sviluppo economico e rappresentava, in quell’epoca, la più grande potenza industriale dell’estremo oriente. Aveva da poco vinto una guerra contro la Russia zarista, occupava la Corea e una parte della Cina e nella grande guerra si era schierata con Francia e Gran Bretagna ottenendo, in cambio, tutti i possedimenti tedeschi nell’area.

Gli americani, già grande potenza, non gradivano l’espansione giapponese che sembrava mettere a rischio i loro interessi nella zona e avevano cominciato a pensare come limitare una concorrenza che sfidava la loro supremazia. Sin dagli anni venti avevano sviluppato diversi piani di guerra per almeno tre scenari mondiali. Quello che riguardava il Giappone fu chiamato “War Plan Orange” (un “War Plan Black” ipotizzava invece una nuova guerra contro la Germania e un “Red” un confronto con la Gran Bretagna per il controllo dell’Atlantico) ed ipotizzava che i giapponesi avrebbero potuto invadere le Filippine per puntare poi sull’Indonesia e controllare così tutti i passaggi marittimi cruciali nello scacchiere indo-pacifico. In quel caso, tale l’elaborazione degli strateghi di Washington, la marina militare americana avrebbe allora impegnato la flotta giapponese in mare aperto tra Taiwan e il Borneo e, contando sulla propria superiorità ed esperienza, l’avrebbe sconfitta, obbligando Tokio a cedere poi anche le terre già conquistate in precedenza. Il motivo per cui gli americani pensavano che il Giappone fosse interessato a conquistare le Filippine si basava sul fatto che quella posizione geografica era strategica e in grado di garantire, o di bloccare, tutti i rifornimenti verso il Giappone.

Le isole giapponesi erano sempre state prive di materie prime sufficienti a nutrire i fabbisogni dell’industria e della popolazione e, fino al 1940, gran parte del necessario arrivava sulle isole dal sud est asiatico grazie a trattati commerciali con Francia e Olanda, potenze coloniali della zona. La guerra scoppiata in Europa coinvolse sia francesi che olandesi e ciò impedì la continuazione di quelle forniture. Gli Stati Uniti provarono allora ad approfittarne per mettere in difficoltà lo sviluppo giapponese: decisero sanzioni economiche contro il Paese del Sol Levante e bloccarono, tra l’altro, la vendita di petrolio e di rottami d’acciaio arrivando a rastrellarne grandi quantità sui mercati internazionali per impedirne la vendita al paese del Sol Levante. Evidentemente ciò creò enormi difficoltà ai settori produttivi e, nell’intento americano, la crisi economica generale che ne sarebbe scaturita avrebbe costretto Tokio ad accettare le condizioni imposte dagli USA.

I giapponesi, che fino ad allora non avevano certo desiderato di scontrarsi con gli americani, si trovarono così davanti a una difficile situazione: se avessero accettato il diktat americano che imponeva loro di ritirarsi dalla Cina e di rinunciare a ogni pretesa nel sud est asiatico si sarebbero trovati a diventare un qualcosa di simile a uno Stato vassallo (come lo erano le Filippine a quell’epoca); se, invece, avessero rifiutato il ricatto senza reagire, avrebbero dovuto dire addio alle loro ambizioni e al loro sviluppo futuro, con difficoltà per tutta la popolazione.

La terza soluzione che rimaneva era soltanto la guerra.

Erano, comunque, ben consci che un confronto navale tra le due flotte li avrebbe visti soccombere e decisero dunque che diventava una necessità assoluta attaccare per primi nel tentativo di distruggere quanto piu’ possibile della forza militare americana presente nell’Oceano Pacifico. Fu così che partì l’attacco contro Pearl Harbour.

Si sapeva che l’opinione pubblica americana non gradiva l’ipotesi di una nuova guerra dopo quella sanguinosa del ‘17/’18 ed era convinzione diffusa a Tokio che il ridimensionamento della supremazia navale americana avrebbe obbligato il Governo di Washington a scendere a patti. Non misero in conto che Roosevelt quella guerra la voleva e che, probabilmente, aveva perfino saputo in leggero anticipo del blitz giapponese. Secondo alcuni storici, lasciò che avvenisse proprio affinché nessuno in America potesse più opporsi ad una comprensibile “reazione”. Una ulteriore e tragica considerazione errata da parte giapponese fu di sottovalutare le enormi capacità produttive dell’industria bellica statunitense che ricostituì in breve tempo quanto era andato distrutto. Come tutto finì, lo conosciamo.

Le riflessioni che possiamo trarre da quei lontani eventi sono almeno due. La prima è che la risposta militare che noi supponiamo il nemico vorrà attuare non necessariamente corrisponderà a quanto ci aspettiamo: i suoi obiettivi immediati e la sua tattica potrebbero essere anche molto diversi dagli scenari che abbiamo predisposto.

La seconda ha a che fare con l’attuale campagna di sanzioni (dirette e indirette) lanciate dagli Stati Uniti contro Iran, Cina, Russia, Turchia e qualcun altro. Se è vero che le sanzioni economiche possono, in molte situazioni, essere una alternativa alla guerra e permettere un nuovo equilibrio di potere senza che scoppi un aperto conflitto, è pure vero che, più le sanzioni funzionano, più un soggetto disperato cerca altre soluzioni. Gli Stati Uniti controllano da soli circa il 25% di tutti gli scambi mondiali e sono tuttora il più importante importatore. È anche questo che consente loro di far pesare in modo significativo le sanzioni da loro decise, ma è la stessa ragione per cui qualche Stato potrebbe sentirsi toccato troppo in profondità nei propri interessi vitali. Il Giappone decise che correre il rischio di una guerra era meglio che “soffocare” o, in altre parole, uno scontro commerciale lo avrebbe visto sicuramente perdente mentre tentare l’altra opzione avrebbe almeno offerto una chance. Sbagliò i suoi conti ma il fatto causò milioni di morti e sofferenze da tutte le parti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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