21:12 06 Aprile 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
Un anno di notizie 2019 (12)
0 30
Seguici su

Il 2019 della politica italiana è ormai agli sgoccioli. Non è stato un anno semplice. La complessa crisi in cui versa il Bel Paese si è infatti senza dubbio approfondita, senza che stiano emergendo visioni adeguate alle sfide sul tappeto.

Dopo l’estate, un governo che aveva brillato soprattutto per la sua disfunzionalità - pur scommettendo su alcune idee innovative, come il tentativo di infrangere l’austerità finanziaria imposta dalle autorità comunitarie - ha passato la mano ad un esecutivo di diverso colore politico.

Il Pd ha sostituito la Lega come principale partner dei Cinque Stelle, che hanno mantenuto il controllo di Palazzo Chigi malgrado il forte ridimensionamento elettorale cui sono andati incontro. Ma le cose non sono cambiate quanto sarebbe stato necessario per fronteggiare la situazione.

Anche per effetto della legge elettorale fortemente proporzionale varata alla fine della scorsa legislatura, non è più possibile formare maggioranze politicamente organiche tra forze affini. Si deve invece ricorrere a complesse alchimie, come accadeva già prima del 1994, ma senza che in Parlamento vi siano più i forti partiti che contrassegnarono l’esperienza della cosiddetta Prima Repubblica.

I gruppi sono fluidi. Privi dei forti collanti ideologici del passato, possono smottare al minimo accenno di declino nelle fortune elettorali delle forze politiche che li hanno espressi, circostanza che contribuisce ad accentuare la sfiducia della popolazione in chi la rappresenta, alimentando il fuoco dell'antipolitica.

Colpito anche in Italia da difficoltà che paiono generalizzate in tutto il vecchio Occidente geopolitico, il ceto medio è entrato in uno stato di agitazione permanente. Ed è alla ricerca di vie d’uscita che il sistema politico attualmente non sembra preparato ad offrire, per carenza di capacità decisionale a livello istituzionale e limiti culturali intrinseci.

Donald Trump e Emmanuel Macron
© Sputnik . Irina Kalashnikova
Un paese del G7 è di fatto in mano ad una classe dirigente in buona parte ormai composta da novizi che scontano il costo della loro impreparazione. La svalutazione del carattere professionale della politica ha infatti portato nelle stanze dei bottoni molte persone inesperte che si trovano ora a gestire problemi che atterrirebbero anche politici di più lungo corso.

Ad esempio, l’Italia sta scoprendo in Libia di trovarsi in un’area geopoliticamente caldissima senza più esser protetta dalla leadership americana, ma esita a trarne le conclusioni. A Fayez al Serraj che chiedeva nei giorni scorsi uomini ed armi anche a Roma, la Farnesina ha risposto designando un inviato ed affermando che la soluzione al conflitto in atto non può che essere politica, come se la forza militare non servisse a produrre quella che maggiormente conviene all’interesse nazionale.

Pochi hanno capito inoltre le insidie che si nascondono nella riforma del meccanismo salva-Stati con il quale in Europa si vorrebbero affrontare le crisi bancarie prossime venture, probabilmente con epicentro in Germania. La difesa dell’interesse nazionale in Eurolandia viene criticata da molti come il preludio dell’uscita italiana dalla divisa unica. Tutto viene strumentalizzato.

Mentre i redditi stagnano, viene accresciuta la pressione fiscale. Lo Stato italiano si scopre impotente persino a salvaguardare la sopravvivenza di grandi altiforni come quelli dell’Ilva, che producono fino a cinque milioni di tonnellate annue di acciaio. Mentre dal canto suo Alitalia è da anni il simbolo aeronautico di un arretramento nazionale che appare senza fine.

Preoccupa molto la salvaguardia dei livelli occupazionali, cui in realtà è relativamente facile provvedere, e non ci si cura di tutelare la posizione del paese nella divisione internazionale del lavoro, da cui in ultima analisi dipende la capacità di generare redditi e anche la potenza nazionale.

Questa è la situazione. L’Italia si affaccia quindi al 2020 in condizioni obiettivamente peggiori di quelle di inizio anno. Più debole, frammentata e con le piazze invase da un nuovo movimento che suscita consensi e simpatie ma non sembra possedere una visione per il futuro dell’Italia.

La lotta politica è aspra ed aleggia su Roma la sensazione palpabile che gli equilibri emersi lo scorso agosto siano già logori e precari.

Persino la dirigenza leghista si è tuttavia convinta che la prospettiva di nuove elezioni rimane lontane. La rende improbabile proprio la grande forza di cui gode la Lega, agendo da collante sulle forze dell’attuale maggioranza di governo: che può scollarsi e disgregarsi, salvo poi ricomporsi in forma nuova, con una nuova squadra. È stato compreso che esiste un interesse diffuso ad escludere la Lega dalla partita per il Quirinale che si svolgerà nel 2022.

Il dato nuovo di fine 2019 è forse proprio il tentativo del partito di Salvini di reinserirsi nel gioco senza attendere il momento in cui si determineranno le condizioni dello scioglimento delle Camere. La strategia d’attacco prescelta dalla Lega dovrebbe sfruttare molteplici direzioni, nell’attesa di identificare quella che incontrerà minori resistenze.

Da un lato, per la prima volta nella sua storia, il partito che fu di Umberto Bossi invoca un esecutivo di larghe intese, esteso da Liberi e Uguali fino a Fratelli d’Italia, cui spetterebbe il compito di affrontare le emergenze che stanno ponendo in pericolo la stessa sopravvivenza del paese. Si fa anche esplicitamente il nome di Draghi, forse per bruciarlo nella prospettiva della successione a Mattarella, ma magari anche per garantire, nell’ambito di una formula opportunamente annacquata, lo stabilimento di un nuovo asse tra la Lega ed il Pd.

Dall’altro, si apre la porta a possibili negoziati sulla riforma elettorale, che la Lega forse accetterebbe anche qualora comportasse il mantenimento dell’attuale impianto proporzionale, malgrado siano state depositate le firme per ottenere la trasformazione in senso maggioritario della legge che regola le modalità del voto politico in Italia.

Si dice che l’ormai certa indizione di un referendum confermativo sul taglio dei parlamentari da poco approvato potrebbe indurre alcuni leader politici a considerare l’idea di provocare nuove elezioni prima che il numero dei deputati e senatori da eleggere si riduca notevolmente. Sembra però difficile che i capi del centro-sinistra, i pentastellati e la stessa Forza Italia vogliano davvero consegnare l’Italia a Salvini solo per conservare qualche seggio in più.

Sono in ogni caso da mettere in preventivo mesi ulteriori di fibrillazioni politiche, mentre i problemi dell’Italia si aggravano e nessuno discute di una strategia per porvi rimedio. Sarebbe forse necessario costruire anche nel Bel Paese una verticale del potere ai cui livelli superiori riportare veri politici di professione, ma non si vede chi e come possa farlo.

L’Italia è quindi davvero in serio pericolo. Priva della guida strategica dello Stato imprenditore distrutto dalla regolamentazione europea, fatica a resistere alle pressioni esterne che sono esercitate anche da antichi alleati come la Francia o nuovi partner come la Cina. Sta perdendo il controllo su interi pezzi della sua economia. La sfiducia sta contagiando anche i giovani, che in numero sempre crescente sono tornati ad emigrare.

Il 2020 sarà forse un anno decisivo. O l’Italia reagisce, o sarà sempre più difficile frenarne il declino.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
Un anno di notizie 2019 (12)
RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook