18:14 28 Gennaio 2020
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Non hanno una visione, né un pensiero. Come la gioiosa macchina da guerra inventata a suo tempo da Occhetto per delegittimare Berlusconi hanno l’unico scopo di fermare Salvini alle elezioni del 26 gennaio in Emilia. Subito dopo potranno tornare nella grande rete del Pd.

Le sardine ovvero la banalità sotto vuoto. Non varrebbe neanche la pena parlarne se oltre alle piazze non riempissero, più per demerito degli entusiasti colleghi che per merito loro, anche le pagine dei quotidiani e le trasmissioni televisive. Ma è proprio nelle piazze mediatiche dove dalla conta dei corpi si passa al confronto delle idee che trasuda la loro scivolosa pochezza.

Prendiamo la lettera lenzuolo firmata da Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, i quattro più o meno indiscussi capi sardine, pubblicata da “Repubblica” venerdì 20 dicembre.

Quel manifesto verboso, ma inconcludente rappresenta ad oggi la summa del pensiero sardiniano. Un pensiero assai vicino alle elucubrazioni ridicolizzate 41 anni fa da “Ecce Bombo”, l’eccezionale film parodia che segnò la fine del pensiero sessantottino. Elucubrazioni dominate dalla convinzione che la verbosità e la lunghezza dell’argomentare, unite all’impenetrabilità dei concetti enunciati, siano garanzia di autorevolezza e serietà. Ma Mattia Santori e i suoi tre capi sardine “Ecce Bombo” probabilmente non l’hanno mai visto. Altrimenti si guarderebbero bene dal raccontarci di aver dato vita ad un coordinamento nazionale “con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all’avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento”.

Per non parlare del passaggio, tanto piaciuto al “sessantottino” Michele Serra, in cui i capi sardine descrivono i componenti del proprio branco come “Corpi fisici in uno spazio”. L’unico elemento non manipolabile in un mondo pervaso dalla comunicazione “mediata”. L’avessero scritto con una Ibm a testina rotante sembrerebbe un proclama della cosiddetta Direzione Strategica delle Brigate Rosse.

Il ragionamento di fondo a pensarci bene non è troppo lontano. Le Brigate Rosse, rigorosamente comuniste nell’anima e nel sentire e pervase, come tali, dalla convinzione di essere la punta di diamante di un’inevitabile e indispensabile “rivoluzione” avevano bisogno di un linguaggio magniloquente e vagamente ermetico per nascondere la loro dimensione immorale, sanguinaria criminale.

Nelle sardine non c’è, ovviamente, nulla di neppur lontanamente criminale, sanguinario o immorale. Più banalmente hanno la disperata necessità di coprire la loro mancanza d’idee e d’identità. O almeno di non svelarla.

Non possono definirsi comunisti perché apparirebbero inevitabilmente ideologici ed antiquati. Non possono dirsi semplicemente democratici perché svelerebbero la comunanza d’idee con quel Pd in piena crisi militante di cui rappresentano l’ultima ancora di salvezza. Ma non possono dirsi null’altro perché la loro evoluzione ideologica e il loro giovanilismo non li sta traghettando molto lontano dai recinti ideologici del partito affidato a Nicola Zingaretti.

Come la grande “balena rossa” nella cui scia nuotano guardano agli emigrati come al Messia venuto a pagarci la pensioni. Vedono in Carola Rackete e Greta le nuove Giovanna D’Arco. Sognano nuove tasse per tutti. Sperano in un mondo più fluido dove maschietti e femminucce si mescolino in un abbraccio informe e sessualmente non identificabile.

S’identificano pienamente, insomma, in quel pensiero politicamente corretto tanto caro alle cosiddette elite politiche e culturali del paese. Un pensiero che però si trasforma in zavorra quando deve trasferirsi dalle pagine di Repubblica alle schede elettorali. Perché le idee che tanta fortuna hanno nei quartieri snob di Milano, Roma, Bologna e Firenze fanno ridere il resto degli italiani.

Ed allora ecco la necessità di occultare quel pensiero zavorra. O almeno di presentarlo sotto altra forma. Perché la vera missione delle sardine non è riempir le piazze, ma portar voti all’asfittico Pd recuperando i pesci rossi perduti nei gorghi del disimpegno o, peggio, attirati dal vortice leghista.

Insomma al pari della gioiosa, quanto perdente, macchina da guerra allestita a suo tempo da Occhetto in chiave anti berlusconiana le sardine non hanno altro obiettivo se non la delegittimazione di Matteo Salvini e la sua sconfitta alle regionali dell’Emilia Romagna del prossimo 26 gennaio. Ma come sempre quando si cerca di spiegare qualcosa nascondendo sotto il tappeto le proprie reali intenzioni l’eloquio si fa incerto, a tratti incomprensibile e, quasi sempre, privo di contenuti.

Ed allora ecco affiorare i passaggi in cui i capi sardine si definiscono “Liberi di esprimere pacificamente un pensiero e di farlo con il corpo, contro ogni tentativo di manipolazione imposto dai tunnel solipsistici dei social media.”. O quelli in cui spiegano che “Nessuno è portatore di verità assolute e il dialogo, che passa dall’ascolto, è l’unica sintesi di quelle differenze che, contaminandosi, rimarranno tali anche dopo essersi confrontati.”

Quei passaggi entusiasmano un reduce di “Ecce Bombo” come Michele Serra convinto di vedere nella “politica fatta con i corpi” una nuova “vera rivoluzione”, ma suonano vuote ed insensate alla grande massa degli italiani. Poco importa. La missione delle sardine non è quella di durare bensì di stupire e impedire una vittoria della destra in Emilia Romagna che si rivelerebbe nefasta non solo per il Pd ma per l’intero governo. Una volta superato quel giro di boa il branco delle sardine avrà esaurito la sua missione. E potrà tornare nella grande rete del Pd.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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