23:59 05 Dicembre 2020
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Si sta rafforzando a Roma la percezione di una crescente debolezza della posizione dell’Italia in Libia.

La circostanza non può stupire, data la catena di eventi che si sta producendo attorno a Tripoli, dove le milizie di Haftar sostenute da un significativo numero di alleati stanno tentando l’ennesima spallata ai danni del Governo di Accordo Nazionale.

A colpire l’immaginazione degli opinion makers e di alcuni politici italiani sono stati soprattutto due fatti: l’esclusione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte da un format a quattro riunitosi a Londra per parlare anche di Libia al margine del summit Nato e l’ingresso in forze della Turchia sulla scena libica.

In realtà, nella complessa vicenda iniziata otto anni fa con gli improvvidi bombardamenti voluti da Barack Obama, Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy e David Cameron, l’Italia si è sempre scontrata con la propria inadeguatezza a fronteggiare le situazioni di crisi in cui è necessario compiere scelte di schieramento e contemplare il ricorso alla forza.

Si tratta di un problema che è culturale ed istituzionale prima ancora che politico. In Italia si crede sinceramente all’avvento della pace kantiana sulla Terra. Si pensa veramente che l’Onu sia una sorta di governo del mondo, per quanto imperfetto. E che a perseguire gli interessi nazionali sia sufficiente la grande abilità diplomatica di cui il Bel Paese si reputa tradizionalmente capace.

È un approccio, questo, che per primo criticò Niccolò Machiavelli tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, quando i principi italiani “assaggiarono” per la prima volta i colpi delle “oltremontane guerre” e persero uno dietro l’altro i loro Stati. Ma che ciò nonostante permea tuttora la formazione degli italiani. La giusta censura morale che calò sulle guerre d’aggressione della monarchia e del fascismo fece il resto, proteggendo l’Italia dalle perniciose derive che l’avevano portata a combattere guerre ingiuste quanto non necessarie, ma limitandola fortemente nelle sue capacità.

Questo assetto si rivelò sostenibile per molti anni grazie ad una straordinaria combinazione di fattori. L’Italia rischiò poco o nulla soprattutto perché nel contesto della Guerra Fredda gli Stati Uniti si fecero garanti della sua sicurezza non solo nei confronti dei potenziali avversari, ma anche rispetto alle minacce dei suoi alleati formali. Nel 1945, ad esempio, Washington disse no ad una Francia che desiderava sottrarre al Bel Paese la Valle d’Aosta e una striscia profonda di territorio piemontese.

Gli inglesi avevano invece interessi che sarebbe stato più facile tutelare nel Mediterraneo con un’Italia più debole e passiva. Non ne facevano neanche mistero: appena pochi mesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Churchill informò il Vaticano che il Bel Paese avrebbe avuto tutto ciò di cui necessitava, salvo la completezza della propria libertà politica. Non erano solo parole: fino al 1966, infatti, i britannici si assicurarono il comando di Gladio, la rete clandestina che avrebbe organizzato la resistenza in Italia in caso di eventuale invasione da parte del Patto di Varsavia.

Gli Stati Uniti non solo protessero Roma da queste ed altre pretese, ma associarono l’Italia alle azioni intraprese da Washington contro gli interessi coloniali franco-britannici. Gli italiani sostennero gli ebrei di Palestina nella loro lotta per l’indipendenza da Londra e poi appoggiarono l’Fln contro Parigi in Algeria.

Molti segni inducono oggi a ritenere che questa situazione non esista più. Gli americani hanno iniziato a disimpegnarsi dal bacino di maggior interesse geopolitico dell’Italia già durante la fase finale della presidenza di George Walker Bush. Con Obama e Trump, la tendenza a ripiegare ha avuto un’accentuazione che ha scatenato una competizione straordinaria per determinare le nuove sfere d’influenza tra gli attori locali di maggior ambizioni.

La bandiera della Turchia
© AP Photo / Adel Hana
Se la Gran Bretagna è stata neutralizzata dal lungo confronto interno e con l’Europa per la Brexit, Francia e Turchia hanno notevolmente alzato il profilo delle loro politiche regionali, venendo spesso in contrasto, cosicché oggi, dalla Siria alla Libia passando per le acque di Cipro, Parigi ed Ankara si trovano su spalti opposti, divise su tutto ma accomunate dal desiderio di dilatare la propria influenza.

Anche se gli italiani non ne sono del tutto consci, tanto la Francia quanto la Turchia sono notevolmente più forti sulla scena internazionale del Bel Paese. Lo sono soprattutto perché più disinvolte e credibili dell’Italia nell’utilizzo della forza militare a sostegno dei propri interessi, che paiono attualmente disporsi lungo le stesse direttrici conflittuali d’inizio Novecento.

Roma, peraltro, non è del tutto impotente. Anzi, possiederebbe forze armate di buon livello, che però i politici resistono ad impiegare al di fuori di cornici multilaterali che li esentino dall’obbligo di definire una linea autonoma d’azione.

Data l’entità della posta in palio, tuttavia, è difficile per l’Italia rimanere a guardare. E qualche novità la si sta vedendo.

Dopo aver annunciato al Parlamento una maggiore presenza militare italiana in Mediterraneo Orientale lo scorso 28 novembre, la Difesa italiana ha inviato nelle acque cipriote una fregata della nuova classe Fremm, una nave in grado di sparare anche a cento chilometri di distanza, per farla partecipare ad alcune esercitazioni proprio mentre la pressione turca sull’area si andava intensificando. L’intenzione è quella di non lasciare sguarnito lo specchio d’acqua dove è attiva l’Eni, magari collaborando proprio con i francesi, che hanno la loro Total nella stessa zona.

In Libia, la situazione è invece del tutto diversa. L’Italia sta dal lato del Governo di Accordo Nazionale sin dai tempi della sua nascita, favorita dall’amministrazione Obama, proprio come i turchi, mentre i francesi fiancheggiano il generale Khalifa Haftar, che è appoggiato da un vasto numero di amici, tra i quali spiccano gli egiziani, i sauditi, gli emiratini, addestratori israeliani e, a quanto si dice, i volontari della società militare privata russa Wagner.

L’Italia non ha cambiato allineamento neanche dopo l’avvento di Trump alla Casa Bianca e l’arrivo al potere del governo giallo-verde, quando forse sarebbe stato consigliabile farlo.

È invece rimasta ancorata a Tripoli e a Misurata, cioè al fianco di filo-turchi e Fratelli Musulmani, per effetto del condizionamento di alcuni convergenti interessi energetici e securitari, essenzialmente petrolio e controllo dei flussi migratori illegali, che consigliavano di mantenere buoni rapporti con le autorità della Tripolitania.

Le nuove difficoltà politiche che sta incontrando l’Italia in Libia dipendono in questo momento dalla maggiore pressione militare delle forze guidate dal leader dei cirenaici.

Halifa Haftar
© Sputnik . Vladimir Astapkovich
Pur avendo diverse centinaia di suoi soldati schierati a Misurata, città in cui risiede una significativa minoranza turca, le unità inviate da Roma sono rimaste inerti anche quando le milizie di Haftar hanno bombardato a più riprese bersagli prossimi al contingente italiano.

Serraj ha quindi capito di non poter contare su una protezione italiana particolarmente incisiva. E si è rivolto ad Erdogan, con cui sono stati raggiunti nei giorni scorsi degli accordi che riguardano la delimitazione delle rispettive Zone economiche esclusive e la cooperazione nel campo della Difesa.

Sono arrivati, pare, droni, istruttori e uomini in divisa dall’Anatolia, mentre l’Italia si limitava ad intensificare la ricognizione aerea e i voli dimostrativi sulle acque antistanti Misurata. Proprio questa asimmetria di determinazione sembra indebolire anche diplomaticamente la posizione italiana. Serraj crede, probabilmente non senza ragione, di poter esser meglio protetto dai turchi. Non per caso è appena volato ad Ankara.

In queste condizioni, che si negozi con Erdogan piuttosto che con Giuseppe Conte è praticamente inevitabile. Gli italiani debbono purtroppo farsene una ragione, a prescindere dai risultati che otterrà l’imminente visita del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Tripoli, cui stanno affiancandosi movimenti su Misurata e Bengasi. Non è infatti una questione di distrazioni, ma di forza relativa. L’Italia è in questo momento il vaso di coccio.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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