23:58 17 Febbraio 2020
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La tormentata vicenda politica apertasi nel Regno Unito con la vittoria dei brexiters nel 2016 si è molto probabilmente conclusa il 12 dicembre 2019. La netta vittoria riportata dai conservatori sbarra infatti la strada a qualsiasi ripensamento. Non saranno indetti nuovi referendum.

I Tories hanno conquistato 356 seggi contro i 203 dei laburisti, i 48 dei nazionalisti scozzesi e gli 11 dei liberal-democratici, semplificando notevolmente la situazione ai Comuni. Ci si può chiedere cosa abbia condotto ad un simile risultato, che nelle proporzioni dello scarto tra i due maggiori partiti britannici ricorda molto da vicino l’epoca di Margaret Thatcher.

Non vi è dubbio che il leader dei progressisti inglesi, Jeremy Corbyn, abbia sbagliato tutto ciò che poteva. Desideroso di abbattere Theresa May, ha fatto il gioco di Boris Johnson, che puntava allo stesso risultato, abbandonando ai conservatori la rappresentanza di fatto di coloro che nel 2016 avevano votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, tra i quali non erano mancati gli elettori laburisti.

Corbyn ha inoltre frettolosamente archiviato l’eredità del New Labour - per la verità molto screditata dal modo in cui Tony Blair sostenne la causa della guerra all’Iraq e successivamente indebolita dalla recessione del 2008, malgrado le capacità dimostrate dal suo successore Gordon Brown nel gestirla – per abbracciare una piattaforma molto radicale tanto sul terreno economico-sociale quanto su quello della politica estera.

Tanto è bastato a spostare gli elettori più moderati verso altri partiti. Non ne hanno beneficiato i liberal-democratici, ma piuttosto i conservatori, che adesso non solo controllano Westminster, ma dispongono anche di un gruppo parlamentare coeso, costruito intorno alla condivisione di una strategia ben definita di uscita dall’Unione Europea.

Boris Johnson si era impegnato presso i suoi elettori a formalizzare, in caso di vittoria, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea anche prima del nuovo termine concesso da Bruxelles. Si dovrebbe quindi giungere entro la fine di gennaio alla firma dell’atto consensuale di separazione. Probabilmente, sarà accordata una fase di transizione prima del perfezionamento dell’uscita vera e propria: un periodo durante il quale dovrebbero essere introdotti i necessari adattamenti per permettere all’ordinamento britannico di rimpiazzare con norme proprie quelle di origine comunitaria.

La Brexit segnerà comunque una svolta nella storia del processo d’integrazione europea, dal momento che il Regno Unito sarà il primo paese ad abbandonare l’Unione. Non si sa se altri lo seguiranno o meno, anche perché le autorità brussellesi hanno fatto del loro meglio affinché il tentativo di affrancamento britannico fosse il più lacerante possibile, in modo da stabilire un’efficace dissuasione nei confronti degli eventuali emuli.

Si può discutere all’infinito sui motivi che hanno indotto gli elettori del Regno Unito a questo passo, ma è forte la sensazione che il divorzio sia disceso soprattutto dalla constatazione dell’impossibilità per la Gran Bretagna di attenuare la supremazia comunitaria detenuta da Francia e Germania.

Il Regno Unito è stato, sì, riconosciuto fra i tre grandi dell’Unione – status invece sempre negato all’Italia – ma sempre posto nella posizione di non poter mai veramente influire sulle decisioni, se non in negativo.

Di qui la percezione diffusa di una perdita netta di sovranità avvenuta senza alcuna compensazione. Lo strappo è coinciso con la manifestazione in Europa di nuove spinte verso l’ulteriore federalizzazione dell’Unione. Logico che i cittadini britannici abbiano valutato più opportuno dissociarsene. Lo hanno fatto anche perché intimamente convinti che fosse sulla stessa lunghezza d’onda la stessa regina Elisabetta, cui molte fonti attribuiscono in effetti simpatie brexiter.

Non aveva contribuito ad incoraggiare i sudditi di Sua Maestà a votare in favore della permanenza nell’Unione neppure il forte afflusso di migranti comunitari e neo-comunitari verificatosi nell’ultimo decennio.

Questo per le cause. Restano tutte da decifrare invece le conseguenze a breve e medio termine di questo voto britannico per Johnson e per l’uscita dall’Europa.

Sul piano interno, si prevede un accresciuto rischio di frammentazione del paese. Ma occorre tener presente che spinte centrifughe erano all’opera ben prima del referendum del 2016, per cui non è impossibile che proprio la Brexit ora venga sfruttata per promuovere un nazionalismo britannico che dovrebbe assorbire, depotenziandolo, quello scozzese. Si vedrà.
Sul piano esterno, invece, la Gran Bretagna cercherà di portare a casa il massimo che può durante le trattative finali con l’Unione Europea, puntando al recupero della pienezza della giurisdizione sul proprio territorio nazionale senza subire particolari restrizioni ai flussi commerciali e di capitali che la legano ancora al nostro Continente. Paradossalmente, hanno lo stesso interesse anche gli industriali tedeschi, che nel Regno Unito possiedono uno dei loro mercati più ricchi.

È possibile, poi, che i britannici rivalutino fortemente la dimensione post-coloniale delle loro relazioni economiche, mai veramente venuta meno, e che stringano importanti accordi di libero scambio con le economie emergenti, che oggi pesano molto più di quanto contassero nel 1973.

Si faranno inoltre avanti anche gli Stati Uniti con qualche loro proposta. Si può quindi escludere che la Gran Bretagna finisca isolata. Anzi, in un’epoca che pare contrassegnata dal ripiegamento americano da molti teatri e scacchieri, è persino probabile che il Regno Unito provi anche a recuperare parte dell’influenza perduta in alcune regioni del mondo.

In questa direzione, dopotutto, va pure il grande programma di riarmo navale che è sfociato nel varo di due grandi portaerei a propulsione convenzionale, appena consegnate alla Royal Navy. Per una di loro a turno è già previsto lo stazionamento permanente in acque lontane.

Quanto succederà al Regno Unito dopo la Brexit sarà certamente monitorato anche da altri Stati europei in cui sono presenti forze politiche euroscettiche. Specialmente i paesi che ancora non hanno adottato l’euro potranno infatti considerare un eventuale successo britannico come una spinta a tentare di emularlo.

Pare invece più difficile che possano trarre ispirazione da una Brexit riuscita per fare la loro quelle nazioni che usano già da tempo la divisa unica. Nel loro caso, infatti, i rapporti di forza con le autorità comunitarie sono meno favorevoli, come ebbe a scoprire la Grecia qualche anno fa. Non sono quindi al momento preventivabili speciali reazioni da parte italiana.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Brexit, Gran Bretagna
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