17:31 20 Ottobre 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
Un anno di notizie 2019 (12)
2322
Seguici su

Greta Thunberg, Severn Suzuki (detta la vera Greta), Izabella Jarvandi (detta l’anti-Greta), ma anche Nayirah al-Ṣabaḥ, Malala Yousafzai, Yulia Marushevska, Bana al-Abed, nonché la ‘ragazza del gesso’ di Hong Kong e molte, molte altre. Giovanissime, tenere, suscitevoli di empatia. Eppure meglio non fidarsi troppo. Ecco perché.

Vangelo secondo Matteo 7,15-20: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di agnelli...”

In realtà i dubbi non riguardano la buona fede o buone intenzioni di queste ragazze, quasi tutte per altro minorenni e che sarebbero comunque non loro responsabili delle manipolazioni alle quali soggette, né a quelle cui involontariamente sottoporrebbero, i dubbi riguardano piuttosto il contesto in cui la loro fama avrebbe origine e gli interessi, nascosti, che spingerebbero a porle sotto i riflettori per sfruttarne la ribalta. Giovani e teneri agnellini, dietro i quali però potrebbero nascondersi vecchi lupi e tutta una serie di interessi poco chiari. Proviamo a spiegarci meglio prendendo i casi uno per uno, almeno i più noti e rilevanti.

Greta Thumberg

Dei dubbi su Greta, che ripetiamo non riguardano affatto la sincerità della ragazza in sé, avevamo già ampiamente parlato in un precedente articolo di qualche tempo fa – Il mistero di Greta Thumberg. Brevemente riassumendo, la domanda che ci ponevamo in quell’articolo era – ma se sono già 50 anni che è noto il problema dell’incompatibilità tra crescita e ambiente, perché si svegliano tutti adesso che è arrivata Greta? Forse perché si sta cercando una nuova arma ideologica magari multifunzionale e Greta sarebbe il paravento ideale dietro al quale nascondere tutta una serie di interessi che vanno dalla geopolitica, alla green economy, ad una nuova forma di capitalismo? D’altra parte a chi può interessare la filosofia della ‘decrescita felice’ proposta in alternativa e che darebbe sì respiro al pianeta ma imporrebbe una forte riduzione dei consumi per tutti?

Severn Suzuki (detta la vera Greta)

Pochi ricorderanno che in realtà Greta non è un fenomeno recente. Di nuovo Greta oggi ha dalla sua i social media e la capacità di questi di moltiplicarne la visibilità. In realtà praticamente lo stesso discorso di Greta era già stato presentato all’ONU 27 anni prima, anche allora da una ragazza minorenne che dispensò un grande, ma evidentemente nel lungo periodo inutile, senso di colpa nel grande auditorio mondiale. Osservate attentamente il video allegato per lasciarvi sbalordire dalle straordinarie similitudini.

Che fine ha fatto poi Severn Suzuki? Semplice, ha continuato ad essere un’attivista e battersi per la causa ma ha fatto un errore grave – è cresciuta. Ha perso l’effetto ‘angel’. L’altro errore, come lei stessa ammette in questo video molto più recente, è quello di essere nata nell’epoca sbagliata, quando ancora non esistevano i social.

Izabella Nilsson Jarvandi (l’anti Greta)

Si chiama Izabella Nilsson Jarvandi, anche lei viene dalla Svezia e anche lei ha 16 anni. Ma il suo attivismo è contro l’immigrazione incontrollata e la propaganda LGBT. L’hanno già nominata l’Anti-Greta. Ma il punto è – se non vi fidate di Greta, perché dovreste fidarvi dell’anti Greta? Se è il concetto di ‘strumentalizzazione’ in sé che non ci piace, per quale motivo dovremmo sospettare di una ma non dell’altra? Destra o sinistra qui non c’entrano, è il principio generale che stiamo analizzando. Infatti, se andiamo a guardare bene, notiamo subito una cosa molto interessante e, al tempo stesso anche molto sospetta. Osservate bene questo video, divenuto poi virale, in cui la ragazza appare a Stoccolma vestendo un gilet giallo in segno di solidarietà con le proteste di Parigi. Ascoltate bene come lei stessa si presenta.

“Mio padre viene dall’IRAN, un Paese che una volta era libero e assomigliava a un Paese occidentale, ma poi ci fu una rivoluzione che sostituì il Governo con una dittatura e la libertà finì. Magari non sarà per sempre, speriamo ci sia presto un’altra rivoluzione che possa rimettere le cose a posto...”, chiaro no?

Al sistema non interessa quale Greta scegli, tanto tutte le Greta portano a Roma. L’importante è che tu CREDA di avere una scelta a disposizione.

Ebbene, visto lo schema, ora passiamo al resto della rassegna con i video e brevi commenti relativi. Il resto delle riflessioni spettano a voi lettori.

Yulia Marushevska - I Am a Ukrainian

Video del 2014, quasi 9 milioni di visualizzazioni, 8 milioni delle quali ottenute nel primo anno di pubblicazione.

Il video, che si voleva far passare come un atto spontaneo e improvvisato per mostrare al mondo quallo che stava avvenendo in Ucraina, in realtà si scoprì poi aver dietro di sé una produzione di tutto rispetto – con il fotografo britannico Graham Mitchell alla regia e il Dipartimento di Stato americano come finanziatore e promotore. A riguardarlo oggi si direbbe abbia perso gran parte della carica emotiva, considerato che oramai l’Ucraina si è ‘liberata’ del terribile oppressore e non vi sarebbe più nulla a trattenerla dall’unirsi all’agoniata Europa né che possa impedirle la crescita verso la prosperità e il benessere, al tempo però, quella bella ragazza di 25 anni, risultò molto convincente e veramente in molti credettero che i buoni fossero tutti da una parte, quella dell’angelo che lei rappresentava, e i cattivi tutti dall’altra, i lupi della polizia del governo.

La ‘ragazza del gesso’ di Hong Kong

Schema che vince non si cambia, che sia Stoccolma, Mosca oppure Hong Kong. Anche in questo caso la ragazza ha 17 anni ed il video, pubblicato dal Guardian e per altro ben fatto, non può che stimolare empatia.

Ma la domanda anche qui è – che effetto farebbe se una testata asiatica facesse un video del genere magari su di una ragazza diciassettenne che protesta a Parigi con i Gilet Gialli e parlasse di repressione della polizia francese? Oppure strumentalizzasse un reportage sui G8 di Genova?

Malala Yousafzai – premio Nobel per la Pace 2014

Malala è una giovane attivista pakistana che all'età di 11 anni diventò celebre per il blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e l'occupazione militare del distretto dello Swat. E’ famosa per le sue rivendicazioni per il diritto allo studio. Nel 2012 venne gravemente colpita alla testa dai proiettili dei talebani mentre tornava a casa da scuola. Nel 2014 venne, giustamente vorrei aggiungere, insignita del premio Nobel per la Pace. Fin qui la storia che tutti conosciamo. C’è però anche un altro aspetto che non tutti conoscono – la storia di Malala, e soprattutto quella dei suoi interventi alle Nazioni Unite e il premio, corrispondono in maniera straordinariamente coincidente con la campagna dei bombardamenti drone americani sul Pakistan e la regione dello Swat in particolare. Facile pensare che la vicenda di Malala sia stata ‘usata’ per creare quella empatia e stato emozionale necessario per giustificare i bombardamenti. Per inciso secondo i dati riportati da Amnesty International, nel 2013 gli attacchi con i droni nelle aree tribali pakistane sarebbero stati 330 ed avrebbero provocato 2.200 vittime, di cui tra 400 e 600 sarebbero state vittime civili, in buona parte anch’essi bambini, come Malala.

Nayirah al-Ṣabaḥ

Il sospetto è quindi che la giovane attivista pakistana sia stata usata in termini di ‘pretesto’ per giustificare le intenzioni che già a priori la geopolitica aveva su quella regione del mondo. Pur il caso di Malala possa ricordare in un certo senso quello di Nayirah al-Ṣabaḥ, in realtà si tratta di due situazioni completamente differenti. Malala venne probabilmente usata come pretesto, Nayirah invece venne incaricata di crearlo lei stessa il pretesto. Per chi non ricorda Nayirah fu qualla ragazza, allora quindicenne, la cui testimonianza di fatto scatenò la prima Guerra del Golfo. Era il lontano 1990 e l’era mediatica iniziava appena allora. La presentarono come una presunta profuga di Kuwait City che sarebbe rimasta nella città durante i giorni dell’assedio iracheno lasciando la famiglia per lavorare come volontaria nell’ospedale della città. La sua testimonianza durò in tutto 4 minuti ma i suoi singhiozzi e lacrime spostarono l’ago della bilancia dell’opinione pubblica americana e consentirono a Bush l’entrata in guerra e alle Nazioni Unite di acconsentire.

“...mentre ero lì (all’ospedale) ho visto i soldati iracheni entrare armati nell’ospedale. Hanno tirato fuori i bambini dalle incubatrici, preso le incubatrici e lasciato i bambini a morire sul pavimento. È stato orribile”.

Poi nel 1992 fu il giornalista John MacArthur del New York Times a scoprire che Nayirah in realtà era la figlia dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Saud Nasir al-Sabah e che tutta la testimonianza non fu altro che una messa in scena studiata da un’agenzia pubblicitaria.

Bana al-Abed

Il caso della piccola Bana sta forse a dimostrare che quando si tratta di interessi geopolitici non esiste veramente alcun limite verso il basso.

Bana al-Abed, un’adorabile bambina di soli 7 anni che, apparentemente twittando da sola da Al-Muasalat, quartiere situato nella parte nord-orientale di Aleppo e al tempo occupato dai terroristi, nel 2016 invocava appelli agli americani a favore di un intervento militare contro il Presidente siriano Bashar al-Assad e contro i suoi alleati russi. Ci volle un’indagine della giornalista indipendente Eva Bartlett per ricostruire i legami tra i genitori della piccola e gli islamisti. Ovviamente grande risalto venne dato dai media occidentali alla sua storia.

Assad il turpe, che a sua volta di bambini da strumentalizzare per finalità mediatiche ne avrebbe avuti a bizzeffe, purtroppo, nella sua martoriata Siria, ha invece sempre scelto un metodo del tutto differente – presentarsi egli stesso di fronte alle telecamere e concedere interviste. Ne ha sempre concesse a tutto il mondo, la prima che ricordi io personalmente è del 2006, concessa a Charlie Rose prima ancora della guerra, e già lì spiegava tutti i problemi incombenti, l’ultima invece è quella concessa a Monica Maggioni e che abbiamo dovuto rilanciare noi e i siti di controinformazione italiani (qui con traduzione) perché la RAI se l’è autocensurata da sola. Però in prima serata su RAI 3 io ricordo un intero pistolotto di Saviano che parlava appunto di bambini siriani con le immagini gentilmente fornite dagli White Helmets. La via empatica paga sempre meglio si vede.

In realtà la lista degli angeli e degli agnellini di cui diffidare è lunghissima. Tutti noi ci muoviamo più o meno inconsapevolmente per empatia, quella qualità sublime che ci rende umani ma che rappresenta anche la nostra più grande debolezza. Angeli, demoni, lupi o agnelli, niente di più facile che confondere le idee a noi ingenui umani.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
Un anno di notizie 2019 (12)
RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook