09:01 29 Gennaio 2020
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Sembrerà strano, ma il termine impeachment, oggi così citato con riguardo agli Stati Uniti e al Presidente Trump, trova origine nella lingua latina. “Impicare” (o, più tardi: Impiciare) era il termine usato per indicare la pena attribuita ai parricidi.

Si trattava, allora, di rinchiudere il colpevole in un contenitore di pelle sigillato con pece (in inglese: pitch) e gettarlo poi in mare affinché vi morisse, ma lentamente.

La prima notizia che se ne ha in riferimento all’attività politica è del 1376 e riguardò la messa sotto accusa per corruzione e incapacità di alcuni ministri e dell’amante del re Edoardo III da parte del Parlamento inglese. In realtà si trattò di un modo attraverso il quale l’aristocrazia terriera e i vertici ecclesiastici vollero colpire l’autorità assoluta del re e, da allora, il metodo dell’impeachment servì spesso ad anticipare nei fatti il sistema istituzionale della divisione dei poteri.

Nel 1450 toccò al Duca di Suffolk, ministro molto vicino al re Enrico VI, di essere accusato di tradimento a favore della Francia. Il rischio era la pena capitale, ma il sovrano lo salvò mandandolo in esilio. La storia ci racconta, tuttavia, che la sua nave fu assalita dai pirati quando non aveva ancora oltrepassato il Canale della Manica e il Duca rimase ucciso. Più tardi, nel 1625, il procedimento fu aperto contro il Duca di Buckingham accusato di tradimento per una disastrosa spedizione contro gli spagnoli che finì con l’affondamento della maggior parte della marina inglese. Anche lui fu salvato dal re che sciolse il Parlamento, annullando quindi ogni seguito al processo. Non andò invece bene nel 1649 al re Carlo I che fu accusato di tradire il Regno per aver cospirato con i cattolici (aveva sposato la principessa cattolica Enrichetta Maria di Francia). Fu condannato e gli fu tagliata la testa. Lo stesso tipo di accusa, tradimento, fu rivolta poco meno di un secolo piu’ tardi ai tre lord di Oxford, Bolingbroke e Stratford e in questo caso la procedura ottenne gli effetti desiderati dal Parlamento. Pochi anni prima, nel 1678, si attivò l’impeachment per il Nobiluomo di Clarendon che fu accusato di prendere una tangente dal Governo francese, per conto dello stesso re, affinché gli inglesi non intervenissero nella guerra franco-olandese. Anche in questo caso il regnante dell’epoca salvò il suo protetto sciogliendo il Parlamento. Quel Nobiluomo però doveva essere recidivo poiché anche la nuova Assemblea lo processò per un’altra tangente, questa volta ottenuta dalla British East India Company. Si ottenne il suo allontanamento da ogni carica pubblica.

Enumerare tutti i casi di messa in stato di accusa di personaggi appartenenti alle istituzioni, accaduti in Inghilterra o altrove nel mondo, sarebbe troppo lungo perché quel meccanismo è stato adottato da vari Stati. Per i tempi recenti basta ricordare che, in Brasile, la procedura di impeachment fu applicata con successo ben due volte: nel 1992 verso il Presidente Fernando Collor De Mello e nel 2016 con la Presidente Dilma Roussef.

Anche negli Stati Uniti vi si è fatto ricorso in numerosi casi, ma soprattutto contro alti funzionari pubblici e magistrati federali. Il primo finito con la condanna data dal 1804 e riguardò il giudice Timothy Pickering accusato di alcolismo e di incapacità giuridica nell’applicazione delle leggi. Poco dopo la presidenza di Giorgio Washington si provò a sottoporre ad impeachment anche i Presidenti ma solo tre volte si è arrivati ad istruire veramente il caso. Si cominciò con il Presidente Andrew Johnson, succeduto ad Abramo Lincoln. Le accuse contro di lui si dimostrarono strettamente di carattere politico perché gli si rimproverò di essere troppo “mild” con gli Stati del Sud dopo la fine della guerra di Secessione. La cosa finì con un voto in meno del necessario e Johnson fu prosciolto. Anche gli storici successivi confermano che si trattò di un attacco politico e, da allora, le decisioni presidenziali, se politiche, non possono più essere oggetto di impeachment. Per il Presidente Nixon e il suo Vice Spiro Agnew nel 1972 il voto non fu nemmeno necessario perché i due si dimisero, consci che sarebbero stati condannati per: registrazioni illegali, abuso dell’operato della CIA, spergiuro, ostruzione della giustizia e altri abusi del potere esecutivo.

Non fu così, invece, per Bill Clinton. In questo caso si arrivò sino in fondo. Le accuse furono: spergiuro davanti al Senato e ostruzione della giustizia. Si ricorderà che tutto nacque da una sua relazione sessuale con una stagista alla Casa Bianca che lui dapprima negò e poi ammise solo parzialmente. La prima accusa non passò con 45 voti a favore e 55 contro, la seconda con 50 contro 50. In entrambi i casi, alcuni senatori Repubblicani votarono con i Democratici consentendo a Clinton di cavarsela. La motivazione per l’assoluzione fu che si trattava di comportamenti che riguardavano la sfera personale e non pubblica.

Davanti al fatto che Clinton finisse accusato per aver mentito davanti alle Camere è bene ricordare che, in Italia, l’allora Presidente del Consiglio D’Alema fece lo stesso in occasione della guerra NATO contro la Serbia. Richiesto di riferire al Parlamento sull’impiego nelle ostilità di nostri aerei da combattimento, dichiarò che si trattava soltanto di “voli di ricognizione”. Si scoprì invece, in modo inoppugnabile, che la nostra aviazione stava partecipando ai bombardamenti. Ora, la nostra Costituzione prevede che il partecipare a una guerra debba avere l’approvazione parlamentare e non può essere una decisione del solo esecutivo. D’Alema violò, quindi, la nostra Suprema Legge e mentì spudoratamente dichiarando consapevolmente il falso. Nulla però accadde e il personaggio non solo rimase al suo posto, ma, seppur non piu’ parlamentare, continua ancora a essere un esponente politico nazionale.

Oggi tocca a Trump. Nel suo caso l’accusa è di aver usato i suoi poteri presidenziali per scopi di interesse personale, subordinando ad essi l’interesse della nazione.

È impossibile prevedere con sicurezza quale sarà l’esito finale del voto. Ciò che conosciamo è la procedura prevista dall’ordinamento. Il Congresso deve istruire l’accusa e preparare un dossier che, dopo un voto a maggioranza semplice dei presenti, sarà inviato al Senato. Davanti a quest’ultimo, dei “menager” (solitamente dei deputati giuristi) svolgeranno il compito di presentare e sostenere le accuse davanti ad una “commissione per l’impeachment” composta da un gruppo di senatori. Tale commissione riporterà poi le proprie conclusioni al Senato nella sua interezza cui verranno presentate anche tutte le eventuali prove sostenute dall’accusa. I Senatori voteranno quindi se procedere con l’impeachment o fare decadere le accuse stesse. È necessario raggiungere il voto dei 2/3 dei componenti dell’assemblea.

Come si sa, la maggioranza in questa Camera è nelle mani del Partito Repubblicano, lo stesso di Trump, per cui, se prevarrà la logica di appartenenza non dovrebbero esserci dubbi sul risultato. Tuttavia, negli Stati Uniti la disciplina di partito non è così stretta come viene solitamente applicata da noi e questo, vedi il caso Clinton, lascia aperta ogni soluzione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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